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Sette giorni senza spari. Perché la road map del Donbass non parte mai

Nel conflitto “a bassa intensità”, la precondizione al negoziato Kiev-Mosca non viene rispettata. Le domande irrisolte e il piano Z

23 Ottobre 2019 alle 09:34

Sette giorni senza spari. Perché la road map del Donbass non parte mai

Postazioni dei volontari del battaglione cosacchi - Sich Ucraino - nel villaggio di Pisky, situato a 500 metri dalla fine della pista dell'aeroporto di Donetsk (foto LaPresse)

Sette giorni senza sparare. E’ la condizione che Mosca e Kiev pongono per riprendere il negoziato sul Donbass, dopo che la firma della cosidetta “formula Steinmeier”, il 1 ottobre scorso, aveva fatto parlare di un’imminente ripresa del “quartetto di Normandia”: Ucraina, Russia, Germania e Francia. Le date del vertice però continuano a slittare, sulla linea di divisione dove il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha fatto retrocedere le sue truppe partono colpi dai separatisti, e Vladimir Putin con una scrollata di spalle dice “non si registra nessun progresso”. Nel frattempo, sul Maidan di Kiev si accusa Zelensky di “tradimento” e “capitolazione”, e anche se i manifestanti per ora sono al massimo 10 mila, nulla in confronto all’oceanica folla che fece la rivoluzione in nome dell'Europa nel 2014, a ogni caduto ucraino la finestra di opportunità si restringe. Dopo l’accettazione della “formula Steinmeier” Zelensky ha già perso 7 punti nei sondaggi, e anche se rispetto a un gradimento del 73 per cento dopo sei mesi di presidenza può permetterselo, il tempo lavora contro il “presidente della pace”, come si è definito.

 

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Il momento per risolvere la “guerra a bassa intensità”, come la chiama l’Onu, sembrava propizio come mai prima. Il presidente russo, in calo di consensi e in crisi economica, sogna di cancellare almeno parte delle sanzioni; ha perfino ordinato alle sue tv di moderare i toni sull’Ucraina. Il presidente francese, Emmanuel Macron, vuole diventare il broker di una distensione con la Russia, insieme alla cancelliera tedesca, Angela Merkel, che è più scettica ma anche più stanca delle pressioni del business tedesco e dei calcoli sul gas russo del North Stream-2. Zelensky è espressione di una maggioranza che si rende conto che una “guerra fino all’ultimo ucraino” ipoteca il percorso europeo. Per chiuderla, ha accettato compromessi che il suo predecessore Petro Poroshenko aveva rifiutato, come appunto la “formula Steinmeier”, proposta dal presidente tedesco quando era ministro degli Esteri: far scattare la legge sullo status speciale del Donbass in contemporanea con elezioni amministrative tenute secondo la legge ucraina e riconosciute dall’Osce. L’appartenenza formale dei “singoli distretti delle regioni di Donetsk e di Luhansk”, come vengono definiti ufficialmente i territori separatisti, non viene infatti messa in discussione nemmeno da Mosca, si tratta di fare una road map per riportarli in Ucraina. Dove la maggioranza degli abitanti del Donbass, secondo un sondaggio tedesco, vuole tornare: il 31 per cento con un’autonomia e il 24 come regione ordinaria, contro il 27 per cento di chi vorrebbe passare con la Russia.

 

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Il diavolo è però nei dettagli. Chi e come garantirà lo svolgimento delle elezioni in un territorio occupato da milizie filorusse e da truppe di Mosca, il controllo sulla frontiera russo-ucraina, il disarmo e l’amnistia dei separatisti? Quali saranno i margini dello status speciale del Donbass? Come negoziare il ritiro di una Russia che nega di essere coinvolta nel conflitto? Di fatto, l’unica svolta impressa da Zelensky rispetto al suo predecessore è stata la decisione di rilanciare il negoziato, tutto il resto è ancora da discutere, e i paletti posti dal nuovo presidente ucraino sono sempre gli stessi: “Non ci saranno elezioni con la mitragliatrice puntata”, ha promesso, e nessuna frontiera trasparente. Sullo status speciale ci sarà una nuova legge e forse un referendum, ma non l’autonomia che vorrebbe Mosca, per paura di scatenare un domino di federalizzazione nel resto dell’Ucraina.

 

Sostanzialmente tutto rimane come prima, nodi irrisolti inclusi. Si tratta di vedere se esiste più volontà politica per scioglierli. Da “presidente della pace”, Zelensky deve tentare di riaprire il negoziato di Minsk, in cui però sarà solo contro tutti: gli europei sembrano volere archiviare il caso e il tentativo di coinvolgere il più duro Trump si è risolto nella fatidica telefonata con il ricatto su Biden, e poi in un umiliante incontro a New York in cui il presidente americano gli ha intimato sprezzante di “risolvere i vostri problemi con Putin”.

  


Il “presidente della pace” Zelensky è solo: gli europei vorrebbero archiviare il caso dell’est ucraino, Trump che non vuol sentir parlare di Ucraina per altri motivi dice di risolvere i problemi direttamente con Putin. Esiste un piano B o C? Per me esistono solo due lettere, dice Zelensky: “UE”. La proposta di un suo consigliere


 

Una partita che si presenta già impossibile, senza contare poi le due fazioni estreme che si oppongono. Da un lato ci sono i nazionalisti che scendono in piazza al grido di “zrada”, tradimento, con l’assistenza di Poroshenko che spera di ricattare Zelensky con una rivolta, anche per tutelarsi dalle indagini avviate contro di lui. Dei volontari si sono presentati nel Donbass per sostituire l’esercito che si ritira, offrendo a Putin il pretesto per dire che Kiev non controlla la situazione. Gli altri potenziali disoccupati si trovano dall’altra parte del fronte: i leader separatisti hanno dichiarato di non riconoscere il governo di Kiev e volere l’integrazione con la Russia. Potrebbe essere il solito gioco tra le parti per alzare la posta, ma Mosca in effetti avrebbe problemi a ricollocare i propri avatar del Donbass, come ha dimostrato la recente rivolta popolare che ha accolto in Russia uno di loro, nominato sindaco di Elista.

 

Il piano Minsk

Sembra quasi che tutti parlino di un nuovo vertice per non venire rimproverati di non volerlo. Zelensky ha detto che, al primo sentore di stallo, “lascerò il negoziato, e il piano di Minsk” e, interrogato sull’esistenza di un piano B, o C, ha risposto che le uniche lettere che ha in mente sono “UE”. Ma nelle sue parole sul rifiuto di un “conflitto congelato” sul modello della Trasnistria traspare un piano Z, che Viktor Andrusiv, direttore del think tank Institute for the Future, vicino a Servo del popolo, il partito di Zelensky, formula come “cittadini prima dei territori”. Appurata l’impossibilità di risolvere il conflitto senza un regime change al Cremlino, Kiev procederebbe al trasferimento di tutti gli abitanti dei territori occupati che vorranno scegliere l’Ucraina. I costi probabilmente non sarebbero superiori a quelli di una ricostruzione del Donbass (o di una guerra, considerando che Trump ha chiaramente voltato le spalle a Kiev), e il vantaggio è quello di lasciare ai separatisti – e a Putin – il compito di prendersi cura delle sue macerie industriali, e dei propri fedelissimi, tagliati fuori dallo spazio elettorale ucraino.

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