Il muro dei veli

Giulio Meotti

Mentre a Berlino crollava quello della Guerra fredda, in una scuola a Creil l’islam politico ne costruiva uno che avrebbe diviso la Francia

"A Creil mi sono trovato di fronte al primo tentativo dell’islamismo conquistatore. Trent’anni dopo, è ovvio che stiamo affrontando un fenomeno storico”. Così Ernest Chénière ha appena parlato al settimanale francese Marianne. Il nome di Chénière dice poco, ma nel 1989, in qualità di preside del liceo Gabriel-Havez di Creil, Chénière si ritrovò al centro di un pezzo di storia francese che continua a tormentare quel paese.

 

Era un anno strano. C’erano le truppe sovietiche che lasciavano l’Afghanistan, l’Ayatollah Khomeini che aveva lanciato la fatwa di morte contro lo scrittore Salman Rushdie, la caduta del muro di Berlino e Francis Fukuyama che si apprestava a declamare il trionfo della “fine della storia” e l’avvento della pace democratica globale. La Francia dell’illuminismo, della laicità, del volterriano Écrasez l’Infâme fece notizia, più che per il bicentenario della Rivoluzione francese, per uno strano ritorno al passato, alla religione e alle divisioni identitarie tramite la storia di quel liceo, dove su 875 studenti oltre 550 erano musulmani.


Jospin si mostra debole, Danielle Mitterrand appoggia le ragazze, mentre il ministro Poperen denuncia la “libanizzazione” 


Protagoniste tre adolescenti, Fatima Achahboun, sua sorella Leïla e Samira Saïdani, che rivendicarono il diritto di entrare in classe velate. Quello che all’inizio sembrava un banale episodio senza conseguenze divenne uno scontro epocale: da un lato, le ragazze, le loro famiglie, gli islamisti, praticamente tutte le confessioni religiose, gran parte delle femministe e il governo; dall’altro, il direttore della scuola, alcuni politici e una manciata di intellettuali. “L’affaire del velo è sorto in un particolare contesto storico, politico e culturale”, hanno notato i sociologi Françoise Gaspard e Farhad Khosrokavar. “Trenta anni fa, a Creil, la Repubblica si arrese”, commentava qualche giorno fa Marianne. “È l’idea stessa di integrazione che ha vacillato di fronte al comunitarismo. Era un altro mondo. Una controversia che si è intensificata, ricomposta e infine si è metastatizzata nell’intera società. E la visibilità dell’islam nello spazio pubblico è solo cresciuta, sviluppando in alcuni settori un separatismo radicale”. Con la rivoluzione iraniana all’apice (Khomeini impose il chador a tutte le donne) e una immigrazione che cominciava a turbare l’Europa, le immagini delle ragazzine velate di Creil divennero sempre più presenti e ingombranti sugli schermi e i giornali. Una Marianne velata finì sulla copertina di Figaro Magazine con il settimanale che si chiese se “saremo ancora francesi tra trent’anni”.

 

Il 18 settembre 1989, Ernest Chénière, preside della scuola secondaria a Creil, una piccola città operaia della Piccardia, incastonata tra Chantilly e Amiens, decise “in nome del rispetto della laicità” di escludere le tre ragazze con l’hijab. Fino a ottobre, il caso non interessò nessuno. Almeno fino a quando un giornale, il Courrier Picard, non decise di andare a vedere cosa stesse succedendo al Gabriel-Havez. Più di cinquecento articoli sarebbero comparsi sulla stampa nazionale tra ottobre e dicembre. I titoli dei settimanali fecero a gara di allarmismo: da “Fanatismo. La minaccia religiosa” (Le Nouvel Observateur) alla “Strategia dei fondamentalisti” (L’Express). “È chiaro che è in una religione in cui non esiste la separazione tra spirituale e temporale e in cui il politico non viene emancipato dal religioso sarà necessario fissare un limite”, dirà lo storico François Furet.


Nel 1989, soltanto il sette per cento dei giovani musulmani andava in moschea. Nel 2019 è il quaranta per cento


 

Il padre di Samira è un imam accusato di convertire i bambini del vicinato. Non lo nega – perché questo fa un imam - ma rigetta qualsiasi accusa di coinvolgimento nella scelta di Samira. Lionel Jospin, ministro della Pubblica Istruzione, interviene pubblicamente l’8 ottobre per ricordare che gli studenti hanno il dovere di “rispettare la laicità senza ostentare ‘affiliazione religiosa’”. Ma Jospin aggiunge che “la scuola è fatta per accogliere i bambini e non per escluderli”. Il sindaco di Creil, Jean Anciant, si chiede: “Jospin si arrende al fondamentalismo?”. 

 

Danielle Mitterrand, la moglie del presidente, approva la scelta delle adolescenti velate, seminando dubbi su ciò che il marito François pensa davvero (ma continua a tacere). Il ministro dei rapporti con il Parlamento, Jean Poperen, “approva totalmente” la decisione del preside e mette in guardia contro una forma di “libanizzazione pacifica della Francia”. Il primo ministro Michel Rocard, di fede protestante, lanciò un appello alla tolleranza e al “rispetto degli altri e delle loro convinzioni”. Nei mesi precedenti, il clima si era fatto teso sulla questione dell’immigrazione. Il razzismo e i conflitti sociali nelle banlieue minacciavano la prosperità francese. “Siamo sul filo del rasoio” disse Rocard, mentre nelle strade Sos Racisme convocava le marce a favore degli immigrati e a destra l’animo si eccitava al richiamo della France perdue.

Le femministe sono divise fra l’universalismo e il relativismo. Gisèle Halimi lascia Sos Racisme e si schiera per il bando del velo

 

 

Una cinquantina di deputati socialisti inviano una lettera di protesta a Jospin, accusato di debolezza. Il 25 ottobre, quando Jospin si trova faccia a faccia con uno degli autori della lettera, il deputato Jean-Paul Nunzi, il ministro si irrita: “Avete intenzione di dire che la scuola pubblica deve escludere i figli di Creil?”. Al college di Creil, intanto, arriva il compromesso che consente a Fatima, Leila e Samira di indossare il velo nel cortile, ma non in classe. Arrivano le vacanze dei Santi, che calmano un po’ tutti. Ma la battaglia riprende dopo le festività. Edmond Vacant e Jacques Lavedrine, due deputati socialisti ed ex insegnanti, si recano all’Assemblea Nazionale e si velano per protestare contro la mancanza di sostegno da parte del governo per gli insegnanti.

 

Le associazioni islamiche vedono una occasione unica nella vicenda delle ragazze. Il nuovo rettore della moschea di Parigi, Tedjini Haddam, condanna le espulsioni che considera “discriminatorie”. Thomas Abdallah Milcent, un medico di Strasburgo legato all’Unione delle organizzazioni islamiche in Francia, contatta le famiglie. Daniel-Youssof Leclerq, un convertito all’islam presidente della Federazione nazionale musulmani di Francia (legata ai sauditi), visita le due sorelle Achahboun. “Un vero musulmano non può mandare a scuola figlia senza velo”, dichiara. Il 22 ottobre oltre mille persone sfilano per le strade di Parigi a favore del velo. “L’hijab è il nostro onore!”, proclamano. La protesta è organizzata dall’Associazione islamica di Francia e dalla Voce dell’islam che mesi prima avevano manifestato contro lo scrittore Salman Rushdie. Mohamed Muhajer, uno dei fondatori di Hezbollah, organizza a Parigi una manifestazione per le ragazze. Barbuti e donne velate marciano verso Barbès gridando “siamo musulmani, non siamo fanatici”. “La Francia provocherà rabbia e odio nei confronti dei musulmani del mondo se impedirà di indossare il velo islamico a scuola”, avverte il ministro iraniano Mahmoud Vezi, mentre il colonnello Gheddafi denuncia “l’oppressione dei musulmani in Francia”.

 

Le femministe si dividono. Gisèle Halimi, militante della prima ora, abbandona Sos Racisme e si schiera a favore del bando del velo. Sul Nouvel Observateur del 2 novembre intervengono gli intellettuali. È una lettera aperta a Jospin firmata da Régis Debray, Elisabeth Badinter, Alain Finkielkraut, Elisabeth de Fontenay e Catherine Kintzler, intitolata: “Insegnanti, non capitolate!”. Si parla di una “Monaco della scuola repubblicana”. “Negoziare, come fai tu, annunciando che ci arrenderemo, ha un nome: capitolazione”, scrivono i quattro a Jospin.

 

Qualche tempo dopo, questa posizione cadrà sotto la definizione di “nuovi reazionari”. Il settimanale Politis pubblica la replica di altri intellettuali che parlano di “una Vichy dell’integrazione degli immigrati”. Un certo Nicolas Sarkozy, allora quasi sconosciuto, chiede di rispettare le tradizioni della Francia. L’arcivescovo di Parigi Lustiger sollecita “a non fare la guerra contro le ragazze adolescenti”. A lui si uniscono gli altri leader religiosi, dalla Federazione protestante al rabbino capo di Parigi Alain Goldmann, il quale dichiara che “gli intolleranti sono i laici”. Jean-Marie Le Pen reagisce lentamente, poi dichiara che il dibattito non era sulla laicità: “E’ il problema dell’immigrazione”. Il Front National prende vigore.

 

La sinistra militante si schiera contro la “fortezza Francia” che si sente minacciata da “alcuni foulard”, per usare le parole di Alain Touraine. Da allora, i due campi sono sempre più distanti: quelli che pensano che quello scoppio di violenza ideologica contro le ragazze musulmane abbia provocato uno choc nella comunità islamica e quelli che credono che lo stato, per mancanza di fermezza, abbia permesso al mostro islamista di prosperare.


I capi di tutte le religioni – il cardinale Lustiger, il rabbino Goldmann, i protestanti – si schierano con le ragazze velate


 

Il 27 novembre si esprime il Consiglio di stato in un giudizio di Salomone, ovvero rimanda ai capi di istituto la responsabilità di accettare o meno il velo a scuola. L’uso da parte degli alunni di segni con cui intendono manifestare la propria appartenenza a una religione non è di per sé incompatibile con il principio di laicità. Nel 2003, il problema sorge di nuovo con l’esclusione di due studentesse del liceo Henri-Wallon di Aubervilliers (Seine-Saint-Denis). Il presidente Jacques Chirac nomina una commissione sull’applicazione del principio di laicità nella Repubblica. Bernard Stasi la presiede. Dopo numerose audizioni, l’11 dicembre 2003 la commissione pubblica una relazione contenente il divieto dei segni religiosi nelle scuole.

 

Nel 1989, al tempo di Creil, soltanto una ventina di ragazze erano velate nelle classi francesi. Nel 1994, ce n’erano più di 700. Oggi non si contano. Spiega il sociologo Farhad Khosrokhavar che “prima di quella vicenda, l’islam non era un argomento di dibattito. Con Creil, ci rendiamo conto che l’islam non è un soggetto esterno e transitorio”. E da allora, i segni dell’islam politico hanno proliferato senza sosta, dai posti di lavoro alle spiagge, con l’affaire del burkini. Come dimostra lo studio Ifop e della Fondazione Jean-Jaurès, diretto da Jérôme Fourquet e pubblicato su Le Point, nel 1989 solo il sette per cento dei giovani fra 18-24 anni riferisce di frequentare la moschea. Oggi che la guerra fra il chador e Voltaire ha raggiunto una intensità drammatica e costante, il numero di chi va in moschea è salito al 40 per cento.

 

“Il velo islamico e l’hijab sono l’emblema del comunitarismo” ha detto il filosofo Alain Finkielkraut ai microfoni di i24news nei giorni scorsi. “E’ l’affermazione di una separazione non solo tra uomini e donne ma anche tra i musulmani e gli altri. I francesi, o la maggioranza dei francesi, si sentono a disagio perché non vedono un’apertura a una società multiculturale ma una violazione del diritto alla continuità storica. Non è solo una questione di laicità, ma anche di civiltà”. I capelli di Fatima sono ancora nascosti sotto al chador (anche le figlie sono velate). Samira vive in Tunisia, a Biserta, e anche lei continua a portare il velo.

 

Tutti si ricordano della riposta infastidita di Lionel Jospin sulle ragazze di Creil: “Ma cosa me ne importa se sono musulmane”. La sinistra socialista, come la destra gollista, credeva al mito del musulmano liberatosi dal suo determinismo familiare e religioso, un individuo senza radici, in un disprezzo malcelato delle culture, delle religioni e del passato da “fine della storia”, che avrebbe costituito il bagno comune di tutte le élite francesi in questi trent’anni. Mentre a Berlino crollava il muro novecentesco, in Francia gli islamisti tiravano su quello del Duemila e fatto di veli. Guardandoci dentro, in filigrana, non si intravede un bel futuro per la Francia.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.