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Il peronista Pichetto ci spiega perché il riformista Macri va rieletto

“L’interventismo rigido farebbe precipitare l’Argentina ai livelli del Venezuela”. Intervista al candidato alla vicepresidenza

26 Ottobre 2019 alle 06:00

Il peronista Pichetto ci spiega perché il riformista Macri va rieletto

Miguel Angel Pichetto a sinistra, con il presidente argentino Mauricio Macri (foto LaPresse)

Roma. Domenica in Argentina tornerà al governo il peronismo. Ci tornerà se l’accoppiata tra Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner confermerà il successo alle primarie dell’11 agosto, quando ebbe il 47,79 per cento contro il 31,8 di Mauricio Macri. Sarebbe un revival del populismo kirchnerista, appena attenuato dalla scelta di Cristina di correre come vice. Già quel risultato provocò uno scossone nelle Borse mondiali. Ma è un peronista anche il senatore Miguel Pichetto, che Macri ha scelto come candidato alla vicepresidenza, e che ha trascorso gli ultimi due mesi e mezzo a percorrere il paese per colmare il ritardo. “Si se puede” è lo slogan con cui Macri ha cercato di rinfrancare i suoi seguaci: una traduzione dell’obamiano “Yes we can” che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone. La “Marcia del milione” è stata la manifestazione più grande di tutte che si è tenuta sabato scorso. Parlando col Foglio, Pichetto lo ripete: “possiamo farcela”. “Il presidente è sceso in strada, i cittadini hanno risposto”.

 

Ma che ci fa un peronista con Macri? Cioè, con l’alfiere di un progetto riformista che per noi è agli antipodi del peronismo… “Negli ultimi quattro anni avevo costruito una forza politica che si chiamava Alternativa federale”, ci racconta. “Ma questo partito si è indebolito per la decisione di Sergio Massa di tornarsene con Cristina Kirchner”. Massa era il terzo candidato, il cui appoggio quattro anni fa era stato decisivo per far vincere Macri al ballottaggio. Pichetto ci ricorda che in questi anni lui ha “lavorato molto per la governabilità dell’Argentina”. “In questo percorso ho avuto con il presidente un dialogo serio, siamo d’accordo su vari punti. Condivido la sua politica internazionale. Condivido la sua idea che il decollo economico richieda l’integrazione con il mondo”.

 

Il peronista Pichetto si è convinto del progetto di Macri, e Macri si è convinto che questo progetto non potrà condurlo a termine se non convince almeno una parte del mondo peronista. Pichetto è il garante del patto. “L’Argentina ha il potenziale”, ci spiega. “Ha recuperato l’autosufficienza energetica, e abbiamo iniziato a esportare il gas. Certamente ci sono temi non risolti come le condizioni della classe media. Ma tornare a un clima di interventismo rigido farebbe precipitare l’Argentina al livello di Cuba o del Venezuela. Così ho deciso di fare una scelta pensando al bene del mio paese”.

 

Ma perché Macri ha perso così le primarie? “Credo siano state sottovalutate, e credo anche che siano mancati controlli fiscali ai seggi elettorali”. Non a caso domenica 150.000 macristi si sono offerti come osservatori ai seggi “contro la frode”. “Credo che ci sia stato anche un malessere del settore medio, che si è sentito danneggiato dall’aggiustamento delle tariffe”, aggiunge Pichetto. “Ma resto convinto che la direzione giusta per l’Argentina sia questa. L’Argentina ha grandi potenzialità nell’allevamento, nella agroindustria, nella metalmeccanica. L’industria della carne congelata è tornata a essere importante; si sta affermando un’industria della tecnologia, dell’informatica e del software. Ma bisogna rimettere ordine in una spesa sociale spaventosa, che assorbe il 70 per cento del bilancio. È insostenibile, impedisce di aiutare la piccola e media impresa, impedisce di offrire credito a basso interesse. Per questo bisogna dare a Macri altri quattro anni”.

 

In questo momento attorno all’Argentina c’è una situazione incandescente… “Come ha appena attestato la segreteria generale dell’Onu, c’è una pesante ingerenza venezuelana e cubana. La protesta in Ecuador, la riapparizione delle Farc in Colombia, un tentativo di destabilizzazione del presidente in Perù, e ora gli scontri in Cile per un motivo minore. Vediamo la violenza di strada che si espande, e capiamo che bisogna consolidare la pace sociale che in Argentina è stata garantita dal presidente Macri”.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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