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Perché Buenos Aires è il teatro dei fallimenti del Fondo monetario

La richiesta di rinegoziare le condizioni dei prestiti ha fatto fallire la linea gradualista di Macri della “austerità senza eccessi”

14 Agosto 2019 alle 06:14

Perché Buenos Aires è il teatro dei fallimenti del Fondo monetario

Mauricio Macri (Foto LaPresse)

Roma. “L’inflazione è destinata a scendere nei prossimi mesi mentre lo stato dei conti e del debito estero è in costante miglioramento. E si sono moltiplicati i segnali positivi nel secondo trimestre”. Questo scriveva David Lipton, direttore operativo del Fondo monetario internazionale, per illustrare l’andamento dell’economia dell’Argentina in un nota datata 5 luglio. Al contrario, 40 giorni dopo Buenos Aires torna ad essere la spina più dolorosa del Fmi, tanto più drammatica perché la crisi ha colto di sorpresa non solo mister Lipton, ma tutti quelli – non pochi – convinti che, finalmente, le istituzioni avevano individuato la strategia giusta per guarire l’economia disastrata da scelte bizzarre e dall’isolamento internazionale dopo il default del debito proclamato ai tempi da Cristina Kirchner, la presidente protagonista dell’ultimo default. Ma le elezioni primarie di domenica, propedeutiche alle presidenziali di ottobre, hanno ribaltato il quadro: gli argentini hanno voltato le spalle a Mauricio Macri, il presidente che, forte del consenso guadagnato presso gli investitori internazionali, ha varato una linea di “austerità ma senza eccessi” affidandosi ai 57 miliardi di dollari ottenuti dal Fondo per mettere a tacere i creditori internazionali senza dover ricorrere a una stretta feroce, tipo quella del 2001 che resta una ferita aperta per i Portenos, ridotti alla fame.

 

Ma la formula non ha funzionato: gli argentini hanno premiato il ticket dell’opposizione di stampo peronista, Alberto Fernández e l’intramontabile Kirchner, da ieri candidata ad accompagnare alla Casa Rosada il più moderato Fernández, il quale da un lato promette di rispettare, una volta eletto, gli impegni internazionali del paese ma ha già fatto sapere che “il debito estero, pari all’80 per cento del totale è troppo elevato” così come la stessa Kirchner aveva già detto agli sherpa del Fmi: vogliamo rispettare i nostri impegni, aveva detto, ma bisogna rinegoziare le condizioni. Parole sufficienti a provocare il tracollo della Borsa (meno 48 per cento) e del peso (meno 22) parzialmente corretto ella seduta di ieri a conferma che l’esito del voto ha colto di sorpresa gli investitori internazionali, tornati in forze a Buenos Aires grazie alla garanzia del Fondo. Sono loro ad aggiornarsi, sgomenti, sulle fortune elettorali dell’opposizione (che ha conquistato più del 45 per cento sufficiente per la maggioranza assoluta, contro il 32 del presidente) e sul ritorno in prima fila della Campora, il gruppo radicale cui proviene Axel Kiciloff, già mente economica del governo Kirchner.

 

Torna a farsi sentire la maledizione del peso, protagonista da quasi due secoli di default più puntuali di un orologio svizzero: il primo tonfo risale al 1876, seguito da undici successivi tracolli della moneta. A ben poco è servita l’istituzione della banca centrale, anno 1935, quando il peso, sostenuto da un’economia brillante ed in piena espansione, difendeva senza problemi la parità con il dollaro, che oggi vale 58 volte la valuta sudamericana. Al di là dei precedenti storici, però, vale la pena di tentare di capire le ragioni dl fallimento della linea “gradualista” del Fmi. “Non mi stupisco affatto – sentenzia Steve Hanke di Forbes – il gradualismo, in quelle condizioni, è l’anticamera del disastro politico”. La scelta di emettere nuovo debito in dollari con cui fare fronte a esigenze domestiche non ha garantito a Macri più margini di manovra. Al contrario, l’onere del debito si è ritorto contro il presidente, costretto a fronteggiare senza risorse l’ascesa del debito e dell’inflazione (al 55 per cento) e il peggioramento delle condizioni di vita (un terzo dei minorenni vive in condizioni di povertà). Forse valeva la pena di puntare su una terapia choc fatta di stretta fiscale, con rimozione dei sussidi, e forti aumenti dei tassi d’interesse domestici. Ma dopo la lezione greca, il Fondo ha voluto usare la mano leggera. E non sembra che stia andando bene.

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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