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Il ritorno di Cristina Kirchner

Dopo gli scandali e i guai giudiziari, ci sono molti elementi che rendono probabile il rilancio politico dell'ex presidente dell'Argentina. A cominciare dal suo nuovo libro, che ha avuto un successo enorme

17 Maggio 2019 alle 17:18

Il ritorno di Cristina Kirchner

Cristina Kirchner è stata presidente della Repubblica argentina dal 2007 al 2015

Il fantasma di Cristina Kirchner torna a aggirarsi sull’Argentina. Nel 2015 lasciò un paese che aveva l’inflazione maggiore al mondo dopo il Venezuela, anche se mascherata con conti truccati. Attualmente è imputata in 11 processi e sarebbe soggetta a 5 mandati di arresto preventivo non eseguiti per l’immunità parlamentare che ha ricercato apposta, facendosi eleggere come senatrice. Un arricchimento illecito pari a 30 miliardi di dollari: un intero pil, insomma. Le confessioni di Víctor Manzanares - il suo ex contabile divenuto collaboratore di giustizia – parlano di soldi nascosti in un sottotetto, di acquisti milionari di hotel, di dichiarazioni su immobili a un costo inferiore al reale, di acquisizioni di beni per riciclaggio. Per non parlare del "valigiagate", lo scandalo dei finanziamenti di Chávez alla sua campagna elettorale. 790.550 dollari non dichiarati, trovati il 4 agosto 2007 in aeroporto nella valigia dell’imprenditore venezuelano-statunitense Guido Antonini Wilson.

 

Eppure, i sondaggi elettorali la danno in testa alle intenzioni di voto per le presidenziali del prossimo ottobre: attorno al 30 per cento, che è un po’ sopra al 28 per cento del presidente Mauricio Macri, anche se il 60 per cento dell’elettorato è indeciso. E un segnale importante è stato dato col lancio del suo libro “Sinceramente”, che è stato presentato il 9 maggio alla Fiera del Libro di Buenos Aires con un evento considerato non solo editoriale, ma anche l’inizio ufficioso della sua campagna elettorale. “Macri è il caos e per questo credo fermamente che bisogna tornare a mettere ordine in Argentina”, è scritto nel volume.

  

In realtà in molti dubitano che l’abbia scritto veramente tutto lei, anche se evidentemente qualcosa ci ha messo. Ma le 60.000 copie della prima edizione sono esaurite subito, e in breve è arrivata a 300.000 e oltre. Una cifra mostruosa, in un paese dove un best-seller arriva a stento alle 40.000. Peraltro anche lì c’è stata polemica, essendo la Fiera gestita da un imprenditore kirchnerista che ha bloccato tutti gli altri eventi per dare più risalto a Cristina, ma nell’ambito di un incontro per inviti da cui i giornalisti non osannanti sono stati rigorosamente esclusi.

  


 Il libro di Cristina Kirchner, "Sinceramente", ha avuto un successo senza precedenti in Argentina (foto LaPresse)


 

Per pompare la Kirchner, il 29 maggio il sindacato peronista Cgt ha annunciato uno sciopero generale nel quale oltre alle rivendicazioni economiche c’è anche quella che la Chiesa inizi un processo per beatificare Evita Perón, di cui il 7 maggio si è celebrato il centenario dalla nascita. E l’identificazione di Cristina con una “nuova Evita” è trasparente. Il 14 maggio Cristina ha poi partecipato a una Convenzione del Partito Giustizialista per la prima volta dal 2003, con l’intento di recuperare un rapporto diretto con la forza politica da cui proveniva, ma rispetto alla quale lei e il marito avevano preferito mettere su una sigla politica autonoma.

 

“La povertà dell’Argentina potrebbe riportare il populismo nel paese”, ha titolato il New York Times: che probabilmente non è la voce più accreditata per comprendere quel che accade in America latina, ma comunque dà la misura di come certi sviluppi vengano percepiti negli States, e di come l’allarme sia ormai arrivato anche lì. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro dopo essersi visto con George W. Bush ha confessato la sua preoccupazione. “Sappiamo delle difficoltà che ci sono perché il Venezuela torni alla normalità, ma più importante che fare un gol è evitare di prenderlo, il che avverrebbe se l’Argentina tornasse in mano alla Kirchner”, ha detto. E ancora: “Non sono un veggente ma dalla sua faccia ho compreso che Bush era preoccupato non solo per il Venezuela ma anche per la questione dell’Argentina”.

  

La preoccupazione è anche in Argentina, dove si parla di accordi sotto banco tra Cristina e la gran quantità di imprenditori coinvolti in “Cuadernopolis”, come è stata ribattezzata la Tangentopoli dei Kirchner per via dei “quaderni” dove la contabilità in nero veniva annotata. Questi imprenditori pomperebbero finanziariamente la sua campagna al posto del Venezuela, che ormai con Maduro non ha più neanche gli occhi per piangere. In cambio, lei una volta al potere amnistierebbe tutti, cercando al contempo di mandare in galera i giudici e i giornalisti che hanno pompato le inchieste.

  


 Una sostenitrice di Cristina Kirchner a un comizio a Buones Aires (foto LaPresse)


 

La cosa è tanto più clamorosa perché in effetti fino all’inizio di quest’anno la cura economica di Macri era sembrata funzionare, tant’è che la sua coalizione aveva vinto le elezioni di mezzo termine in scioltezza. Ma poi la situazione si è incartata, un po’ anche per via di una cattiva stagione, esiziale in un paese che dipende ancora soprattutto dall’export agricolo; un po’ anche perché l’Argentina ha sofferto per il contraccolpo mondiale delle guerre commerciali scatenate da Trump, per quanto il presidente americano avesse indicato in Macri un suo interlocutore privilegiato.

 

Nel 2019 la coalizione di Macri ha già perso tre elezioni per governatore e quattro primarie, anche se è vero che nell’ultima di queste consultazioni a Córdoba ha vinto non un kirchnerista ma il governatore uscente, Juan Schiaretti, esponente di un’ala peronista ostile alla Kirchner, potrebbe candidarsi come terzo incomodo. Per molte cose, peraltro, lo scenario è quello di una corsa contro il tempo. Macri deve riuscire a raddrizzare l’economia prima di ottobre. Cristina deve riuscire a candidarsi e a vincere prima che l’offensiva giudiziaria in corso contro di lei le faccia fare una fine simile a quella di Lula. Il 22 giugno è il temine ultimo per presentare le candidature.

 


Cristina Kirchner nel giorno dell'insediamento del suo primo mandato (foto LaPresse)


 

In effetti sul primo fronte il governo ha appena avuto un attimo di respiro, con JP Morgan che mercoledì ha abbassato il rischio paese di 10 punti, fino a quota 911, e con Morgan Stanley Capital International che dal 29 maggio includerà di nuovo l’Argentina tra i mercati emergenti. Merito di un dato sull’inflazione che inizia finalmente a migliorare: il 3,4 per cento mensile contro il 4 atteso e il 4,7 di marzo. Però dal secondo posto mondiale ereditato da Cristina, Macri ancora non riesce a schiodarsi: l’obiettivo ufficiale del governo per fine 2019 è comunque un 40 per cento. Attualmente sta sul 50, con un 9 per cento di disoccupazione e oltre un terzo di popolazione in povertà: dato in aumento. Lo scorso settembre – dopo che il peso aveva perso il 60 per cento – Macri ha ricevuto dal Fondo monetario internazionale (Fmi) un prestito di 57 miliardi di dollari che rappresenta un record per lo stesso Fmi, ma che ha rinfocolato la polemica populista contro l’organismo, anche perché nel contempo per combattere l’inflazione il governo ha portato il tasso di interesse sopra il 70 per cento. D’altra parte con l’elargire in sussidi il 70 per cento del pil, i Kirchner hanno lasciato a Macri le casse vuote, ma in compenso si sono lasciati un capitale di popolarità che adesso torna a fruttare.

 

Anche Cristina ha però guadagnato tempo prezioso. Il 21 maggio avrebbe dovuto essere processata per irregolarità in 52 contratti per opere pubbliche in cui sarebbe stato favorito un imprenditore suo amico ora in carcere, per un valore di oltre un miliardo di dollari. Ma martedì, la Corte Suprema ha accettato un ricorso del suo avvocato. L’inizio del processo è rinviato per verificare se vi siano ai danni della ex presidente condizioni di “privazione di giustizia”.

 

Sono stati quattro giudici nominati dalla stessa Cristina a votare in favore dell’accoglimento, contro il solo voto del presidente Carlos Rosenkrantz, nominato da Macri a ottobre. Il governo mostra ora irritazione, ma vari analisti ritengono che fare rinviare i giudizi contro Cristina in modo da permetterle di candidarsi sia stata una scelta suggerita a Macri dai suoi due più ascoltati consiglieri: il suo segretario istituzionale Marcos Peña e il politologo ecuadoriano Duran Barba. L’idea era che il grado di rifiuto a Cristina avrebbe dovuto facilitare a Macri la rielezione. Ma con l’improvviso aggravarsi del quadro economico anche il livello di ostilità a Macri è improvvisamente aumentato, rendendo possibile il ritorno di Cristina Kirchner alla Casa Rosada.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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Commenti all'articolo

  • m.pascucci

    18 Maggio 2019 - 18:06

    E' di poco fa la notizia di una candidatura di Cristina Kirchner alla vicepresidenza, in tandem con l'ex capo di gabinetto Alberto Fernandez candidato alla presidenza. Mossa molto astuta politicamente, perché di fatto punta a spersonalizzare la campagna elettorale, e quindi a togliere agli avversari argomenti importanti. In poche parole: secondo me i peronisti hanno già vinto le elezioni. Il fatto ci può piacere o non piacere, però al "Foglio" vorrei ricordare che sostenere che "fino all’inizio di quest’anno la cura economica di Macri era sembrata funzionare" è molto azzardato. Macri aveva un solo obiettivo: abbassare il costo del lavoro per rendere più competitivo il paese e attrarre investimenti. E' riuscito solo ad abbassare il costo del lavoro, impoverendo larghi strati della popolazione ma investimenti non se ne sono visti. Anzi, si è vista una fuga di capitali come mai prima. In poche parole, una specie di Venezuela in salsa neoliberale. E quindi, se 2+2 fa 4, adesso torna CFK...

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