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In Argentina, Macri sconfitto da Fernández, con la regia di Cristina de Kirchner

Per la vicepresidente peronista un ritorno che sa di rivincita dopo i guai giudiziari. E ora c'è chi teme l'ombra del "ministero della Vendetta"

28 Ottobre 2019 alle 10:35

In Argentina, Macri sconfitto da Fernández, con la regia di Cristina de Kirchner

Alberto Fernandez (foto LaPresse)

Mauricio Macri ce l’ha fatta a rimontare, come suggerivano le centinaia di migliaia di persone che era riuscito a portare in piazza in vari eventi. Ma non abbastanza. Così, alla presidenza dell’Argentina è stato eletto Alberto Fernández: 60 anni, avvocato, docente di Diritto penale, capo di Gabinetto tra il 2003 e il 2008 (con Néstor Kirchner e con Cristina Fernández de Kirchner, che sotto l’etichetta Frente de Todos ha corso con lui come vicepresidente).

 

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Ha vinto la formula Fernández-Fernández, o Effe Effe, che i maligni hanno spiegato con il fatto che in Argentina non c’è immunità per il presidente ma c’è per il vice, in quanto presidente del Senato. E Cristina è tuttora sotto accusa in ben 13 processi: la maggior parte per malversazione, ma c’è stata anche una accusa di “tradimento alla patria” per aver coperto le responsabilità dell’Iran sull’attentato all’Associazione mutualistica israelita argentina.

 

Il grande dubbio era se Fernández sarebbe stato solo un “esecutore” di Cristina. Magari “dimettendosi entro un mese in suo favore”, come era stato insinuato. A un certo punto, in campagna elettorale i profili si erano allontanati: in particolare su Maduro, dal quale il neo-presidente aveva preso le distanze. Poi erano tornati ad avvicinarsi. Appunto su questi timori si era basata la mobilitazione pro-Macri, controbattendo la spinta pro Fernández della difficile situazione economica. “Stanno già preparando un ministero della Vendetta per colpire magistrati e giornalisti che si sono occupati di Cristina”, era un’altra voce che circolava. In tutte le manifestazioni si agitavano cartelli che ricordavano le cause in cui Cristiana era stata coinvolta.

  

Così Macri ha recuperato. Ma solo la metà di quanto gli sarebbe servito. Il 47,79 per cento aveva optato per la formula Frente para Todos alle primarie dell’11 agosto, con il 31,8 che invece aveva scelto la formula Juntos por el Cambio di Macri e Miguel Ángel Pichetto, esponente di un’ala di “responsabili” del peronismo che aveva deciso di schierarsi col presidente riformista. Ne era scaturita una tempesta sul peso e sulle borse mondiali che a sua volta aveva contribuito alla mobilitazione per Macri. Il dato finale è stato 48,1 per cento dei voti contro il 40,47 per cento.

 

Sembra comunque che il Frente para Todos non abbia ottenuto la maggioranza al Congresso. “Per noi è comunque importante il risultato di deputati e senatori”, ci aveva detto prima del voto Marita Goñi, una ex deputata peronista stretta collaboratrice di Pichetto. “C’è stata una rimonta importante e probabilmente Macri avrebbe potuto arrivare al secondo turno se avesse presentato un piano economico alternativo”, è l’opinione di Diego Dillenberger: un commentatore politico argentino famoso per il suo programma tv “La Hora de Maquiavelo”. “La mia stima personale era che sarebbe finita 49 a 38”, ci confida. E conferma: “il Frente para Todos non avrà la maggioranza dei deputati, salvo il caso in cui riesca a cooptare alcuni seggi”. La mancanza dei numeri necessari in Congresso e l'essere costretto a patteggiare ogni misura erano stati i motivi di debolezza di Macri. Adesso anche Fernández si troverà nella stessa situazione.

  

Aggiunge Dillenberger: “ci sono alcuni dati rivelatori, come la sconfitta di una candidata dall’immagine chavista a La Plata”. Si riferisce a Florencia Saintout, che come decana della facoltà di Giornalismo e Comunicazione sociale alla locale università aveva consegnato un “premio Rodolfo Walsh a la comunicación popular” a Chávez, oltre che a Correa, Morales, Cristina e Dilma Roussef. Anche nella capitale e a Mar del Plata si è imposto il macrismo, spiega ancora Dillenberger: “E' molto positivo perché Alberto Fernández potrà ora esigere da Cristina di far stare buoni i fanatici della Cámpora”, il gruppo più estremista del kirchnerismo. “La cattiva notizia è il trionfo troppo grande del Frente para Todos nella Provincia di Buenos Aires”. 

  

Un’ora prima delle 2,20, quando Macri ha ammesso la sconfitta, si era riunita d’urgenza la direzione della Banca centrale, per decidere misure economiche d’emergenza. In particolare, un lunedì di chiusura delle banche, per ammortizzare una prevedibile tempesta su peso e Borsa. Poi Macri nel suo discorso ha annunciato che avrebbe fatto colazione col vincitore, appunto per concordare una transizione ordinata. È una rottura netta rispetto al tono acido con cui Cristina Kirchner aveva gestito la precedente transizione. Effetto della rimonta o della paura per il peso? “Tutte e due le cose”, ci risponde Marita Goñi. “Il comportamento di Macri è stata molto corretto e repubblicano”. È definitivamente scongiurata l’idea del ministero della Vendetta? “Fernández dovrà fronteggiare una crisi troppo grande per potersi concentrare sulle vendette”, prevede Dillenberger.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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