L'Argentina attende miracoli dal nuovo ministro dell'Economia

Maurizio Stefanini

Si chiama Martin Guzmán, è allievo di Stiglitz e il presidente Fernández punta tutto su di lui. I numeri della crisi e le richieste al Fmi

“Il paese ha la volontà di pagare ma non ha la capacità di farlo”, è stato uno dei passi più forti del discorso con cui martedì Alberto Fernández ha rilevato la presidenza argentina da Mauricio Macri. Nel contempo, veniva distribuito una specie di buono che ai militanti intervenuti a festeggiare il ritorno al governo del fronte peronista prometteva: “vale por un choripan + un vaso de vino”. Non proprio la “birra e salsicce” di Totò, ma quasi: panino al chorizo, che sarebbe appunto un salame-salsiccia, più un bicchiere di vino.

 

 

Insomma, una richiesta di comprensione al Fondo monetario internazionale, assieme a una promessa di redistribuzione massiccia che già si incomincia a concretizzare nel modo più materiale. “Ce la possiamo fare se torniamo a crescere”, cerca di spiegare Fernández. Il super-ministro incaricato di compiere il miracolo è Martin Guzmán: un 37enne con immagine di nerd, ricercatore alla Columbia University e docente a Buenos Aires e La Plata. Finora era del tutto sconosciuto e di lui i detrattori dicono che è un accademico senza esperienza di incarichi pubblici, e senza neanche un team di collaboratori.

 

  

In compenso, è stato un pupillo di Joseph Stiglitz: Nobel per l’Economia del 2001, famoso per i suoi attacchi al Fmi e all'Eurozona, e il suo appoggio al movimento di Occupy Wall Street. Assieme a Stiglitz, Martin Guzmán aveva firmato vari editoriali per criticare i prestiti trattati da Macri con il Fmi. Per questo, evidentemente, Fernández lo ha notato. Una delle idee da lui espresse è di non pagare per due anni, intanto che si rinegozia il debito. Guzmán è stato inoltre borsista al Centre for International Governance Innovation creato dall’ex-primo ministro canadese Paul Martin. Al momento della nomina viveva per la maggior parte del tempo a New York.

 

I dati economici

Durante il suo discorso Fernández si è dilungato per una decina di minuti a elencare i dati economici negativi ricevuti in eredità da Macri, che quattro anni fa non aveva fatto altrettanto con i dati negativi ereditati da Cristina Kirchner, e ciò è sembrato a molti non in armonia con i toni concilianti e la promessa di voler superare il settarismo e gli odi politici. Ha parlato infatti dell’inflazione più alta dal 1991: 55 per cento. Del tasso di disoccupazione più alto dal 2006: 10,4 per cento. Del dollaro che è passato da 9 a 63 pesos in 4 anni: svalutazione del 40 per cento. Del pil più basso da un decennio: calato del 12,9 per cento in 4 anni. Della povertà e indigenza maggiore dal 2008: 40 per cento. Del pil pro capite più basso dal 2009. Del peggior debito esterno in relazione al pil dal 2004: un “default virtuale” da 315 miliardi di dollari che sarebbe il 100 per cento del pil. Di una produzione industriale tornata al 2006, di un impiego industriale ai livelli del 2009, di 20.000 imprese chiuse in 4 anni, di un pil, di 141.000 posti di lavoro persi nel settore industriale privato.

  

  

Molti sostenitori di Macri sostengono che in realtà l’ex-presidente più che peggiorare certi dati li avrebbe semplicemente registrati, dopo che nell’epoca kirchnerista il governo si sarebbe messo a falsificare statistiche a tutto spiano. Comunque Fernández non ha ricordato che Macri ha pure ridotto il decifit pubblico: dal 5 allo 0,5 per cento. del Pil. Ed ha raddoppiato le riserve internazionali: da 25,5 a 43,8 miliardi. Fernández ha promesso che non prenderà impegni “non realizzabili”, ma tutti si aspettano una emissione monetaria massiccia. L’annuncio di Guzmán che prorogherà il bilancio del 2019 e ne presenterà uno nuovo solo dopo la rinegoziazione del debito è letto però come un modo per mettere le mani avanti di fronte alle richieste di spesa degli altri ministri, e per venire incontro alle esigenze del Fmi. Il Fondo infatti accetterebbe di spostare le scadenze in cambio di maggiori entrate fiscale per ridurre ulteriormente il deficit.