Una crisi così poco british

David Carretta

Ma la Brexit non era stata fatta per recuperare la sovranità perduta degli inglesi? Il primo ministro Boris Johnson sospende il Parlamento eletto per procedere a tutta velocità verso l’uscita senza accordo

Bruxelles. Boris Johnson si è lanciato nella scommessa più sfacciata e rischiosa a cui si è assistito finora nella pazza storia della Brexit anche a costo di provocare una crisi costituzionale. Il primo ministro britannico ha annunciato la chiusura della sessione del Parlamento nella seconda settimana di settembre e il discorso della Regina per il 14 ottobre. Tradotto: Johnson ha deciso la sospensione della Camera dei Comuni per 5 settimane, durante le quali sarà impossibile per la coalizione anti-Brexit in Parlamento votare per bloccare un’uscita dall’Unione Europea senza accordo il 31 ottobre. In quasi 400 anni non c'era mai stata una sessione parlamentare così lunga. Il primo ministro si è subito giustificato, spiegando che i parlamentari avranno “molto tempo” per dibattere di Brexit. “E' assolutamente falso” che lui voglia impedire al Parlamento di ostacolare un no-deal. Johnson ha sostenuto di voler solo presentare il suo “programma legislativo su crimine, ospedali, assicurarci che abbiamo i fondi per la scuola di cui abbiamo bisogno”. E in fondo, a conti fatti, i lavori parlamentari saranno sospesi solo due settimane in più rispetto a quanto già previsto dal calendario per i Congressi dei partiti.

 

Gli altri attori del dramma Brexit non ci sono cascati. La sterlina si è messa a precipitare. Lo speaker dei Comuni, John Bercow, ha subito denunciato un “oltraggio costituzionale” perché “è assolutamente ovvio che l’obiettivo della sospensione ora è di impedire al Parlamento di dibattere la Brexit”. Jeremy Corbyn ha tirato in ballo la regina. Tom Watson, il vice di Corbyn nel Labour, ha accusato Johnson di un aver commesso un “affronto scandaloso alla nostra democrazia”. Anche nell’Ue ci si interroga sullo stato della storica democrazia britannica. Il coordinatore dell’Europarlamento per la Brexit, Guy Verhofstadt, ha accusato Johnson di “sopprimere” il dibattito sulla Brexit. Nathalie Loiseau, europarlamentare vicina a Emmanuel Macron, si è chiesta “di quale malattia soffre la democrazia britannica per la paura di dibattere prima di fare una delle più importanti decisioni della sua storia?”. Oltre a una Brexit senza accordo, rischia di essere “una Brexit senza dibattito”, ha spiegato Loiseau.

 

La mossa di Johnson si configura come un blitz contro il Parlamento, i Remainers del suo partito Tory e l’Ue. L'unica maggioranza che c’è alla Camera dei Comuni è quella per evitare il no-deal. I conservatori pro-europei sono pronti a allearsi a laburisti e liberal-democratici per bloccare un'uscita senza accordo. L’Ue non è pronta a fare concessioni maggiori sul backstop per evitare il ritorno della frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord. Insomma, Johnson si ritrova nella stessa identica situazione di stallo del suo predecessore al numero 10 di Downing Street, Theresa May. Per uscirne, serve un colpo di mano. Lo scenario immaginato dal premier funziona più o meno così. Il suo sherpa per la Brexit, David Frost, è stato inviato a Bruxelles per strappare all’Ue anche una concessione minima sul backstop che dovrebbe essere formalizzata nel Consiglio europeo del 17 ottobre. Dopodiché Johnson potrebbe tornare a Londra rivendicando un trionfo e affrettarsi a far ratificare l’accordo di ritiro nei pochi giorni che mancano al 31 ottobre. La Brexit dovrebbe essere rinviata di qualche settimana per adottare tutta la legislazione necessaria a procedere a un’uscita ordinata. Ma poco importa: Boris entrerebbe nella storia come il premier della Brexit minimizzando i danni per il suo paese e rilanciando sul piano interno con le misure annunciate nel discorso della Regina (sanità pubblica, investimenti in infrastrutture e scienza, taglio delle tasse).

 

Il problema per Johnson è che il suo blitz ha immediatamente spinto i suoi avversari a coalizzarsi. Si lavora a ricorsi davanti ai Tribunali. Philip Hammond, l’ex cancelliere dello scacchiere, si è fatto sentire per denunciare una scelta “profondamente anti-democratica”. Il Tory Dominic Grieve ha lasciato intendere che i Remainers conservatori potrebbero sostenere una mozione di sfiducia se fosse presentata dal leader laburista Corbyn la prossima settimana. Secondo Tom Newton Dunn del Sun, potrebbe essere questo “il vero obiettivo di Boris”. Fonti di Downing Street hanno risposto che in caso di sfiducia Johnson non si dimetterà, ma scioglierà il Parlamento per andare a elezioni anticipate tra il 1° e il 5 novembre. A quel punto la no-deal Brexit sarebbe già avvenuta, ma per la gloria Boris è pronto ad aggiungere alle macerie economiche quelle costituzionali.

Di più su questi argomenti: