Ecco la lotta tutta inglese tra l'impassibilità assoluta e il destino spietato

Cristina Marconi

Il caso editoriale di “Lady in Waiting”

Londra. “Non siamo stati educati per far volare stracci, ma per mandare giù i rospi e piegare per bene i tovaglioli”, dice Lord Glenconner alla sua Lady mentre parlano di una delle tanti amanti di lui. E lei non può che annuire, facendo quello che sa fare meglio, ossia obbedire alla realtà ritagliandosi uno spazio – “una volta che seppi che Colin aveva cambiato le regole, mi misi in pari”. Anche perché se non ha lasciato quel marito matto quando la prima notte di nozze l’ha portata in un bordello a farle vedere due che facevano sesso, non saranno certo i tradimenti, “maledizione aristocratica”, a fare la differenza per Anne Coke, pronuncia “Cook”, sposata Tennant – antenati inventori dell’ammoniaca durante la rivoluzione industriale, sempre e comunque nouveaux riches per il padre di lei – e diventata Lady Glenconner alla morte del suocero. Una che era stata damigella d’onore della regina, bella come il sole con quella smorfietta un po' snob e gli occhi tristi, e che stava per rovinare tutto il giorno dell’incoronazione di Elisabetta quando la testa aveva iniziato a girarle forte e il vestito di seta di Norman Hartnell stava per afflosciarsi al suolo con lei dentro, in mondovisione. Meno male che nei guanti delle fanciulle avevano previsto una fialetta di sali da annusare in caso di mancamento.

 

Dopo quell’unica défaillance, l’autocontrollo di Anne, malgrado le prove erculee a cui è stato sottoposto, non ha mai mostrato increspature. E il suo “Lady in Waiting”, dama di compagnia, così avvincente da essere diventato un caso editoriale, dà più soddisfazione di dieci puntate di “The Crown” nel suo mettere in scena la lotta britannicissima tra l’impassibilità assoluta e il destino spietato. Lady Glenconner non riesce a piangersi addosso neppure quando racconta dei due bellissimi figli morti, Henry di Aids negli anni Ottanta e Charlie di un’epatite C conseguenza di una dipendenza da eroina iniziata quando aveva sedici anni, e del coma di Christopher, messo al mondo quando l’idea di lasciare i figli alle nanny sadiche facendo rare comparsate aveva lasciato spazio a un’idea di maternità vagamente meno siderale. D’altra parte quando Charlie e Henry erano piccoli c’era da costruire Mustique, l’isola caraibica diventata paradiso terrestre per il jet set britannico e per la sua diva incontrastata, quella principessa Margaret (chissà perché a lei il nome non l’hanno mai tradotto, Elisabetta e Carlo sì, ma mai Margherita) di giocosa infelicità, che veniva tra le sabbie bianche e i palmizi a dimenticare i suoi dolori tra feste in maschera leggendarie e giornate a fumare e a bere rum aspettando il raggio verde al Basil’s Bar. Quando arriva anche Elisabetta, va a farsi il bagno da sola, mentre Filippo, “che rende sempre tutti nervosi e lo sa”, sentenzia implacabile: “Vedo che avete rovinato l’isola”. Che poi, un giorno, al culmine del successo viene venduta al terzo marito di Christina Onassis da un Colin che trova nuovi spunti a St Lucia.

 

Anne sapeva di aver fatto un brutto affare con il suo Lord, uno che finiva le sue crisi isteriche rannicchiandosi in posizione fetale per terra e che una volta morse un tassista colpevole di andare piano. La mamma di lei, dama di compagnia della regina, sapeva tutto da sempre. Torna subito da lui, le dice quando la giovane Anne esprime dei dubbi: dagli una tazza di cioccolata calda prima di andare a dormire e non morderà più i tassisti, suggerisce la suocera. E lei obbedisce alla realtà, passa più tempo a Londra con i figli più piccoli, che poi crescono e non si può più fare come in casa Tennant dove la zia Pamela aveva vestito il figlio Stephen da bambina per tutta l’infanzia perché voleva una femminuccia. Da vecchio Stephen si fa trovare nel letto truccato, grasso e circondato di fiori e di conchiglie. Dopo aver truccato anche Colin, Stephen racconta di alzarsi dal letto solo a giugno per andare a vedere le rose, e per il resto si intrattiene mandando ad Anne lettere odorose piene di disegni di marinai con il membro in bella vista.

 

Ma i tempi sono cambiati, l’eccentricità non basta più, i figli assorbono freddezza e muoiono, lasciano Anne a cercare santoni in India, a giustificarsi per essere stata assente, a fare il possibile per far uscire Christopher dal coma, cosa che lui fa pronunciando la parola “Lamborghini”. Poi muore pure Colin, che dopo 54 anni di matrimonio lascia tutto al suo factotum caraibico, Kent. Ad Anne rimangono molti amici e una casetta nel terreno della dimora dov’è cresciuta, e resta lei che da bambina sfogliava il Codice Leicester di Leonardo con le mani sporche di marmellata. Oltre a quella capacità di dare vita ai vecchi ricordi e alla saggezza che le ha insegnato a viaggiare sempre con una bottiglia di vodka e, se le cose si mettono male, “bere fino a raggiungere un delizioso stupore”.

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