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Ultima spiaggia Brexit

L’opposizione britannica pensa al ribaltone per fermare il no deal, ma Corbyn rischia di rovinare tutto

18 Agosto 2019 alle 06:11

Ultima spiaggia Brexit

Foto LaPresse

Roma. L’unico modo per evitare una Brexit senza accordo il prossimo 31 ottobre è un ribaltone nel Parlamento di Londra che darebbe vita a un governo istituzionale per accompagnare il paese verso le elezioni anticipate. Le opposizioni in Inghilterra tramano per sfiduciare l’esecutivo di Boris Johnson, che ha un solo deputato di maggioranza, e creare una grande coalizione per fare slittare la data di uscita dall’Ue e andare al voto il prima possibile. Il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha invitato mercoledì scorso i partiti anti governativi a sostenere un governo di unità nazionale, a patto che lui sia il primo ministro in quanto capo dell’opposizione. Le altre forze politiche si sono dichiarate disponibili a incontrare Corbyn ma non hanno accettato l’idea che lui diventi premier con i loro voti. Giovedì la leader dei Lib-dems, Jo Swinson, ha fatto una controfferta in un discorso alla City di Londra, spiegando che “il leader di un governo di emergenza deve essere un deputato esperto e rispettato da entrambe le sponde del Parlamento”. Swinson ha fatto due nomi per il ruolo di premier: Kenneth Clarke, un pluri ministro conservatore e veterano europeista, e Harriet Harman, una deputata laburista di lungo corso. La leader dei Lib-dems ha detto che è quasi impossibile per Corbyn trovare una maggioranza in Parlamento, tanto che “molti dei suoi stessi deputati avrebbero problemi a votarlo come capo del governo”. Anche i conservatori moderati, per quanto arci contrari a una hard Brexit, non sarebbero disposti a eleggere Corbyn come primo ministro.

 

Tre Tory europeisti (Dominic Grieve, Caroline Spelman e Oliver Letwin) e un ex conservatore che ora siede con gli indipendenti (Nick Boles) hanno accettato l’invito del leader laburista a fermare il no deal, ma due di loro (Grieve e Spelman) hanno negato di volerlo come capo di un governo provvisorio, ed è probabile che molti compagni di partito la pensino allo stesso modo. Corbyn dovrà anche fare i conti con 11 deputati indipendenti potenzialmente a favore di un governo provvisorio ma a lui ostili, al punto da aver lasciato il Labour in segno di protesta. A Westminster c’è chi sostiene che la proposta di Corbyn sia un bluff. “Spero che questa sia solo una strategia negoziale”, dice al Foglio Tom Brake, deputato dei Lib-dems. “Arriverà presto un momento in cui sarà chiaro che non ci sono i voti in Parlamento per un governo guidato da Corbyn. A quel punto, lui potrà tornare sulle sue posizioni e accettare un candidato indipendente”. Se Corbyn vuole davvero evitare il no deal a tutti i costi, dovrà prima o poi abbandonare la pretesa di diventare premier di un governo transitorio. Le uniche mozioni parlamentari in cui è stata raggiunta una maggioranza sulla Brexit non sono partite dai leader, ma dai deputati moderati che hanno conquistato i voti al di fuori del proprio gruppo. La proposta di Clarke sull’Unione doganale, bocciata per sei voti lo scorso febbraio (307 a 301), è quella che finora ha riscontrato maggiore successo in Parlamento, ed è stata votata dal Partito laburista con sole quattro defezioni. A Westminster si è consolidato un fronte trasversale di parlamentari, sia conservatori sia laburisti, che hanno cercato di annacquare la Brexit e ci sono quasi riusciti. La legge contro il no deal approvata da Westminster con un solo voto di scarto lo scorso aprile porta la firma di Yvette Cooper e Oliver Letwin, due deputati laburisti e conservatori molto distanti dalle rispettive leadership. “In questi casi, Corbyn ha dato un timido sostegno, ma le mozioni sono partite altrove”, dice Brake. Anche Dominic Grieve, un altro ribelle conservatore che negli ultimi anni ha presentato molti emendamenti contro il no deal, l’ultimo dei quali è stato approvato lo scorso 9 luglio, è stato contattato da Corbyn per dare vita a una nuova maggioranza. Il governo istituzionale è l’ultima chance per impedire un’uscita senza accordo, dopo una lunga serie di emendamenti in Parlamento che non lo hanno scongiurato formalmente.

Gregorio Sorgi

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