Sul velo islamico l'islam sfida ancora una volta la laicità francese

Mauro Zanon

Un emendamento approvato dal Senato vieta i simboli religiosi alle mamme che accompagnano i loro figli in gita: niente crocifissi e niente hijab. Ma insorgono solo le comunità musulmane

Parigi. Due settimane fa, sono uscite le prime notizie sulle “Rosa Parks musulmane”, un gruppo di donne appartenenti al collettivo Alliance Citoyenne che voleva imporre il burkini (il costume islamico che lascia scoperto soltanto l’ovale del viso) nelle piscine di Grenoble, in barba al regolamento interno che, nel rispetto della laicità, lo vieta. “Disobbediamo per il diritto di farci il bagno coperte”, hanno dichiarato alla stampa parigina, dando il via alle prime polemiche balneari sul burkini, che tre anni fa, quando il capo del governo era Manuel Valls, toccarono il loro apice. Da qualche giorno, come se non bastasse, si è aggiunto un nuovo caso spinoso in materia di islam e laicità: l’approvazione da parte del Senato di un emendamento che vieta alle donne musulmane di indossare l’hijab per accompagnare i bambini durante le gite scolastiche.

   

Promosso dalla senatrice gollista Jacqueline Eustache-Brinio, l’emendamento al progetto di legge Blanquer (Jean-Michel Blanquer, ministro dell’Istruzione) per la riforma della scuola mira a proibire tutti i “simboli religiosi vistosi”, non solo il velo dunque, mettendo fine a un vuoto normativo che dura da molti anni. “Questo emendamento ha come obiettivo quello di chiarire le cose”, ha affermato la senatrice gollista. Il testo, approvato con 186 voti a favore, ha scatenato però la reazione della comunità islamica francese, che ha parlato di “emendamento razzista” volto a stigmatizzare i musulmani. E' un provvedimento che "ci esclude. Se non è discriminazione questa, che cos’è?", ha dichiarato all’Indépendent Kenza, che ha aderito al collettivo musulmano “Mamans en colère”.

  

Come lei, altre centocinquanta mamme, la maggior parte con l’hijab, hanno protestato martedì davanti a una scuola di Perpignan, nel sud della Francia, con cartelli che denunciavano “la violenza simbolica” e “l’islamofobia” di cui il testo di legge sarebbe impregnato. Anche a Montpellier, la scorsa settimana, si è gridato alla “Francia razzista” che vota un “emendamento anti islam”, impedendo alle fedeli musulmane di non accompagnare i minori in gita. E c’è chi sostiene, addirittura, che non si potranno fare più gite, dato che in alcuni quartieri la maggioranza dei genitori è di confessione islamica. L’indignazione, nonostante l’emendamento riguardi tutti i “simboli religiosi vistosi”, è stata solo islamica: nessun collettivo di mamme cattoliche ha protestato perché dovrà lasciare a casa la propria collanina o il proprio braccialetto con il crocifisso. Per alcuni osservatori si tratta dell’ennesimo tentativo dell’islam politico di testare la resistenza della società francese all’islamizzazione, di imporre una norma culturale che va contro la laicità, giocando le carte della vittimizzazione e della discriminazione. 

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