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Rosa Parks a Parigi. Sugli autobus gli islamisti discriminano le donne

Il rapporto choc dei deputati gollisti e macroniani

Giulio Meotti

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22 Giugno 2019 alle 06:17

Rosa Parks a Parigi. Negli autobus gli islamisti discriminano le donne

foto LaPresse

Roma. Due anni fa, un servizio dell’emittente France 2 denunciò la scomparsa della presenza femminile dai bar dei quartieri francesi a maggioranza islamica. Nadia Remadna e Aziza Sayah, due attiviste del gruppo Brigade des Mères (La Brigata delle Madri), entrarono in un caffè del sobborgo parigino di Sevran. “E’ meglio aspettare fuori. Ci sono uomini qui dentro, in questo bar non c’è eterogeneità”, dice loro un cliente. Un altro: “In questo caffè non c’è promiscuità. Siamo a Sevran e non a Parigi. Qui c’è un’altra mentalità. E’ come tornare a casa”.

 

Il mese scorso, poi, il poeta algerino Kamel Bencheikh, che vive a Parigi, ha denunciato su Facebook quello che è successo alla figlia nel XIX arrondissement. “Intorno alle 23 mia figlia Élise aspettava l’autobus della linea 60 con un’amica, alla fermata Botzaris vicino al parco delle Buttes-Chaumont. Quando è arrivato, l’autista si è fermato, le ha guardate ed è ripartito senza aprire le porte”. “Pensa a vestirti come si deve”, ha detto il conducente alla figlia di Bencheikh, che portava la minigonna.

 

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Adesso arriva la conferma ufficiale di quanto sta succedendo in alcuni pezzi di Francia grazie a un rapporto del Parlamento voluto dal deputato repubblicano Éric Diard e dal macroniano Éric Poulliat. Il settimanale Point ha avuto accesso al contenuto delle audizioni del rapporto, che sarà reso pubblico il 26 giugno. Si parla di “autisti che si rifiutano di prendere servizio dopo una donna”, di “locali vietati alle donne nei terminal”, di comunitarismi negli asili a nord di Parigi, dove le bambine sono separate dai maschi.

 

Un sindacalista racconta che “i musulmani praticanti stanno prendendo di mira le donne credenti non praticanti”. E una di loro, che voleva andare a Ibiza in vacanza durante il Ramadan, è stata aggredita perché non era “una buona musulmana”.

 

Già quattro anni fa, Christophe Salmon, a capo del sindacato Confédération française démocratique du travail alla Ratp (l’azienda dei trasporti pubblici parigini), aveva denunciato “il rifiuto di stringere la mano alle colleghe, o il rifiuto di guidare un autobus dopo una donna”. Nel rapporto parlamentare si legge di un ufficiale della Fédérations des sapeurs-pompiers più volte ostacolato nel prestare soccorso a una donna nelle zone a maggioranza musulmana, perché era “un uomo”.

 

Non è un caso che, fra le più accanite critiche e avversarie del fondamentalismo islamico in Francia ci siano numerose donne di origine musulmana, come la tunisina Zineb el Rhazoui, ex redattrice di Charlie Hebdo che oggi vive sotto scorta.

 

La Gare Rosa-Parks è una stazione nel diciannovesimo arrondissement. Il primo dicembre 1955 Rosa sta tornando a casa a Montgomery, in Alabama. E’ seduta in uno dei posti centrali insieme ad altre tre donne di colore. All’altezza di Cleveland Avenue un bianco sale e pretende il posto. L’autista, James Blake, che già qualche anno prima aveva cacciato la Parks da un altro mezzo pubblico, ordina a tutte e quattro di alzarsi. Tre accettano, Rosa no. E la sarta divenne un simbolo universale della lotta alla segregazione razziale in America. Chissà che non possa nascere una Rosa Parks anche in Francia che si batta contro la nuova segregazione: quella islamista.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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