Una foto scattata il 13 maggio 2019 mostra la petroliera Amjad, una delle due danneggiate in misteriosi "attacchi di sabotaggio" al largo della costa del Golfo di Fujairah (LaPresse)

L'Amministrazione Trump ha problemi di dissociazione sull'Iran

Daniele Raineri

Il presidente americano vuole meno soldati in medio oriente ma la crisi in corso con Teheran potrebbe richiedere un intervento enorme. La Spagna ritira una fregata dal Golfo

Roma. Giovedì scorso il capo ad interim del Pentagono, Patrick Shanahan, ha portato i piani rivisti e aggiornati in caso di crisi militare con l’Iran a un incontro con altri consiglieri del presidente Trump. Il documento prevede l’invio di un contingente di “fino a 120 mila uomini” che per dimensioni ricorda l’intervento del 2003 per invadere l’Iraq e i casi previsti sono due: se gli iraniani attaccano soldati americani in medio oriente oppure se tentano di produrre un’arma nucleare. Alla riunione c’erano anche il consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, che da anni sostiene la necessità di un intervento armato contro l’Iran – è stato lui a chiedere al Pentagono di aggiornare il piano – e il direttore della Cia Gina Haspel.

   

Questi incontri avvengono con regolarità e la notizia non rivela l’imminenza di un attacco contro l’Iran, per nulla. Tuttavia l’incontro è arrivato in una fase più pericolosa del normale ed è per questo che il New York Times ha dato molto risalto alla notizia. Fino alla fine di aprile l’intelligence americana valutava che l’Iran non fosse intenzionato a compiere operazioni aggressive contro l’America o i suoi alleati, ma venerdì 3 maggio un nuovo rapporto ha cambiato questa posizione di colpo. Domenica 5 maggio Bolton ha annunciato lo spostamento di una portaerei, di alcuni bombardieri e di missili Patriot nel Golfo, lunedì è uscita la notizia che gli americani temevano un’azione iraniana contro i loro soldati in medio oriente e domenica 12 maggio c’è stato un attacco anonimo contro quattro petroliere al largo della costa degli Emirati Arabi Uniti. Fonti di Associated Press e del Wall Street Journal dicono, senza portare prove, che si è trattato di un’operazione iraniana. L’attacco non ha fatto morti e ha danneggiato le navi vicino alla linea di galleggiamento, senza però affondarle – come se fosse stato calibrato per mandare un messaggio. L’Iran ha spesso minacciato esplicitamente il traffico delle grandi petroliere nel Golfo come possibile ritorsione contro la pressione americana, ma in questo caso ha condannato il sabotaggio delle petroliere.

   

Il risultato è stato una settimana di superlavoro per il segretario di stato americano, Mike Pompeo, che ha cancellato il programma ufficiale, è volato a Baghdad, è tornato a Washington, poi è andato a Bruxelles – sempre per parlare di Iran – e infine ieri si è incontrato a Sochi in Russia con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Alla Spagna non è piaciuto il tentativo americano di chiamare a raccolta gli alleati e ieri ha annunciato il ritiro di una fregata dal Golfo “per non farci trascinare in una guerra”.

    

C’è una spaccatura dentro all’Amministrazione americana. Da una parte c’è il presidente Donald Trump che detesta le missioni militari all’estero, vorrebbe cancellarle tutte e in fretta per usare il denaro risparmiato negli Stati Uniti – soprattutto per la costruzione del muro al confine con il Messico. A dicembre Trump ha ordinato il ritiro totale dei duemila soldati americani impegnati contro lo Stato islamico e al fianco dei curdi nella Siria orientale. Vuole lasciare anche l’Afghanistan e i suoi diplomatici stanno lavorando a un accordo di pace con i talebani a Doha, in Qatar, in modo che quindicimila soldati possano abbandonare il conflitto dopo diciott’anni di presenza ininterrotta – anche se la tenuta della pace afghana una volta che gli americani se ne saranno andati sembra poco realistica.

    

Dall’altra parte c’è il suo staff, che invece sostiene l’utilità e la necessità degli interventi militari all’estero. I generali del Centcom, il Comando centrale, sono riusciti ad allungare di molto i tempi del ritiro dalla Siria, che infatti per ora non è cominciato. Bolton è bellicoso quando parla di Iran e di Venezuela – si fece persino fotografare con un foglio che rivelava un piano per spostare soldati americani in Colombia, al confine con il Venezuela.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)