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Cosa unisce i gialloverdi ai grandi ayatollah di Teheran e Washington

Il teatrino delle potenze stranieri in Iran ricorda le sceneggiate tra Salvini e Di Maio 

16 Maggio 2019 alle 06:00

Cosa unisce i gialloverdi ai grandi ayatollah di Teheran e Washington

Luigi Di Maio e Matteo Salvini (Foto LaPresse)

La guerra fra Iran e Stati Uniti (e Israele, e…) è da tempo la mia ossessione principale, e c’è poco da scherzare. Ma se fosse lecito paragonare le cose enormi eccetera, troverei divertente accostare la schermaglia fra i due Capi Politici della scena italiana a quella fra i grandi ayatollah di Teheran e Washington. I due nostrani se le sparano sempre più grosse premurandosi di assicurare che il governo non è in discussione. Khamenei e Trump, e i rispettivi dignitari, dichiarano che la guerra è impossibile, e che nessuno la vuole.

  

Trump e l’Iran non vogliono la guerra, ma è stata una brutta settimana

Dietro al picco di tensione ci sono toni meno aggressivi del previsto. Il presidente americano dice di essere disponibile a dialogare con l’Iran “quando vogliono”, una boutade non una minaccia

 

Intanto alzano il tiro fino all’azzardo. Dopo essersi reciprocamente dichiarati terroristi e promessi l’annientamento, moltiplicano le mosse: l’Iran, sanzionato e soffocato economicamente, emette penultimatum di 60 giorni alla volta all’Europa e al resto del mondo perché facciano recedere gli Usa dalle sanzioni e annuncia di uscire da un paio di impegni sull’accordo nucleare. Quattro petroliere, due saudite una norvegese e una degli Emirati Arabi Uniti, vengono sabotate con l’esplosivo nelle acque degli Emirati, ma non troppo (vedi Daniele Raineri), gli americani denunciano lo zampino iraniano, gli iraniani chiedono un’inchiesta, gli americani muovono portaerei e B52 e Patriot allo stretto di Hormuz, gli spagnoli richiamano a casa una loro fregata che scortava la portaerei americana, il vice, britannico, della coalizione anti-Isis dichiara di non avere notizia di una crescita delle minacce delle forze armate filoiraniane in Iraq, il titolare, americano, lo corregge perché le minacce gli risultano, gli americani fanno partire il personale del consolato della capitale curdo-irachena, Erbil, e dell’ambasciata a Bagdad, tranne gli indispensabili all’emergenza, l’Iraq ricorda di essere amico di ambedue, iraniani e americani, cioè di poter diventare il campo di battaglia di ambedue, gli americani fanno sapere di mobilitare 120 mila uomini da inviare in zona – l’equivalente, curioso, della cifra ufficiale dei pasdaran iraniani, collaterali a parte – poi smentiscono, e però dicono, dice Trump, di essere pronto a mandarne “moltissimi di più”, e così via. Ci si chiede se la sceneggiata fra Salvini e Di Maio si terrà in bilico o, a uno scossone più forte, verrà giù. Chissà quella fra Trump e Khamenei.

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