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Perché c'è ancora bisogno di ricordare la Shoah

Uno studio del Kantor Center dell'università di Tel Aviv ha analizzato gli episodi di antisemitismo nel 2018: sono in aumento in tutto il mondo, in Italia sono cresciuti del 60 per cento

2 Maggio 2019 alle 19:10

Perché c'è ancora bisogno di ricordare la Shoah

Migliaia di ebrei in pellegrinaggio a Gerusalemme durante la "Benedizione sacerdotale". Foto LaPresse

Oggi alle 10 in punto, ora locale, Israele si è fermato. Le sirene hanno iniziato a suonare e i cittadini, ovunque si trovassero, hanno ricordato in silenzio i 6 milioni di ebrei morti a causa della Shoah. Una sospensione dell'attività, un vuoto temporale per ricordare quel vuoto di umanità che, tra il 1933 e il 1945, segnò in maniera indelebile la storia del mondo.

 

 

“La Shoah è la separazione – raccontava al Foglio lo scorso 27 gennaio, Giornata della memoria, lo storico Marcello Pezzetti, direttore scientifico della Fondazione Museo della Shoah –. Comincia dalla separazione dagli amici, dalle cose, dal resto della società, e arriva fino all'ultima separazione: quella dalla vita”. Sono trascorsi oltre 70 anni ma gli errori del passato non sembrano aver insegnato nulla. Anzi, secondo uno studio del Kantor Center dell'università di Tel Aviv pubblicato ieri, nel 2018 gli episodi di antisemitismo sono cresciuti e gli attacchi più violenti sono passati da 342 a 387 (+13 per cento).

 

 

“Il 2018 e l'inizio del 2019 – si legge nel documento – hanno fatto registrare un aumento di quasi tutte le forme di antisemitismo, sia nello spazio pubblico che in quello privato. In alcuni paesi gli ebrei hanno la sensazione di vivere una situazione di emergenza”. La loro sicurezza fisica, sottolinea il rapporto, è sempre più a rischio e aumentano anche i tentativi di mettere in discussione la loro presenza nella società e nei partiti che, fino a oggi, rappresentavano la loro “casa politica”. Non solo, nel 2018 sono stati assassinati 13 ebrei. Un numero più alto rispetto agli anni precedenti.

 

Ma di cosa parliamo quando parliamo di “forme di antisemitismo”? Secondo il rapporto il principale “modus operandi” resta quello degli atti vandalici (56 per cento), seguito da minacce (23 per cento) e aggressioni (14 per cento). Più che i luoghi di preghiera gli obiettivi sono soprattutto le persone e le loro abitazioni private, anche perché sottoposte a un regime di protezione più blando.

 

  

  

Il paese in cui si sono registrati più episodi violenti sono gli Stati Uniti, poi il Regno Unito, la Francia e la Germania. Gli episodi registrati nell'Est Europa sono meno di quelli registrati nell'Ovest. Un capitolo particolare, in questo quadro, è quello che riguarda l'Italia. Nel 2018 gli episodi di antisemitismo sono aumentati del 60 per cento passando da 130 a 197. La maggior parte è legata all'uso del web e dei social media (133 episodi di cui 70 su Facebook, 25 su Twitter, 9 su YouTube, 28 su siti internet, 1 su WhatsApp). Nessuno di questi riguarda aggressioni fisiche o casi palesi di discriminazione. Dovendo riassumere le accuse che normalmente vengono rivolte agli ebrei, si legge nel rapporto, tre sono le principali: “Gli ebrei dominano l'Occidente attraverso la loro ricchezza, le banche, organizzazioni sovranazionali come il gruppo Bilderberg o la commissione Trilateral; sono razzisti e stanno compiendo nei confronti dei Palestinesi un genocidio peggiore della Shoah; sono i veri 'registi' degli attacchi dell'11 settembre, del terrorismo jihadista, della nascita di al Qaeda e dell'Isis”.

Nell'ultimo anno, prosegue il rapporto, in Italia c'è stato un peggioramento della situazione e i temi classici dell'anti-giudaismo sono tornati a far parte del dibattito pubblico. Il senatore grillino Elio Lannutti e i suoi post sui Savi di Sion sono lì a dimostrarlo

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