Xi Jinping e Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Cosa deve farci preoccupare del memorandum firmato dall'Italia con la Cina

Giulia Pompili

Sono 29 le intese siglate in occasione della visita di Xi Jinping in Italia. Ma Mattarella e la nostra appartenenza all'Ue forse ci salveranno da risvolti politici gravi

Uno dei pochi aspetti positivi della firma del memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina sulla Via della seta è che finalmente tutti – giornalisti, analisti, rappresentanti dei vari settori coinvolti nelle firme a latere – hanno potuto leggere quel famoso testo, pubblicato sul sito del governo sabato, poco dopo la cerimonia a Villa Madama. Fino a pochi giorni fa, come ha raccontato il Foglio, il testo del memorandum più politico, cioè quello che sancisce l’ingresso dell’Italia nel mastodontico progetto cinese della Nuova Via della seta, era rimasto segreto, nascosto tra i corridoi dei Palazzi, soprattutto quello del ministero dello Sviluppo economico dove le negoziazioni con la controparte cinese sono andate avanti fino all’ultimo momento. E a firmare è stato lui, il vicepremier Luigi Di Maio, con il suo omologo cinese, il presidente della Commissione sviluppo di Pechino He Lifeng, sotto gli occhi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del presidente cinese Xi Jinping.

 

 

Un accordo politico che di commerciale ha ben poco, nonostante le rassicurazioni del governo: nella cerimonia a Villa Madama sono state presentate 29 intese, molte delle quali già firmate venerdì scorso, di cui 19 istituzionali e 10 commerciali. Ma nell’intesa più controversa, quella che ha messo in seria difficoltà il rapporto dell’Italia con gli alleati tradizionali, si parla di “sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, l’interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – incluse le energie rinnovabili e il gas naturale – e telecomunicazioni)”. E quindi oltre ai porti restano pure le telecomunicazioni, tra i settori strategici su cui verrà intensificata la collaborazione tra Italia e Cina, nonostante le rassicurazioni di molti esponenti del governo gialloverde sul fatto che il rafforzamento della golden power avrebbe messo in sicurezza la presenza di aziende cinesi nelle infrastrutture delicate, per esempio il 5G. E forse è anche così che si spiega l’assenza rumorosissima della Lega in questa partita: il leader e vicepremier Matteo Salvini non solo non ha partecipato al pranzo di stato al Quirinale, ma si è tenuto lontano anche dal resto delle cerimonie istituzionali.

  

 

La garanzia quirinalizia al testo la si legge nel paragrafo sulla legge applicabile, nel quale si dice che il memorandum “non costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti e obblighi di diritto internazionale” e soprattutto che la sua interpretazione, almeno per la parte italiana, è legata agli “obblighi derivanti dalla appartenenza dell’Italia all’Unione Europea”. La narrazione fatta fino a oggi dal Movimento 5 stelle di questo accordo era proprio quella della “cornice”: se non è un accordo internazionale, abbiamo firmato semplicemente un enorme spot pubblicitario per la potenza cinese, influente ormai non solo economicamente ma anche mediaticamente. Gli obblighi derivanti dalla nostra appartenenza all’Ue, forse, anche in questo caso ci salveranno.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.