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La proroga della Brexit. Ma per cosa?

Londra vuole più tempo, l’Ue non sa se concederlo. Le alternative

13 Marzo 2019 alle 21:20

La proroga della Brexit. Ma per cosa?

Bruxelles. La Camera dei Comuni britannica ha bocciato la “no deal Brexit” e domani voterà per formalizzare la richiesta di una proroga dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea per spostare di qualche mese la data del 29 marzo. La premier, Theresa May ha detto che la proroga potrebbe essere lunga. “Ma per fare cosa?”, ha chiesto il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier, ribadendo che “il negoziato è terminato” e non ci saranno nuove interpretazioni dell’accordo bocciato lunedì. Che i Comuni non abbiano le idee chiare lo dimostra uno degli emendamenti messi ai voti dallo Speaker, John Bercow. I brexiteers si sono inventati una nuova versione dell’unicorno, con la richiesta di prolungare l’articolo 50 fino alle 22 e 59 del 22 maggio 2019, quando il Regno Unito dovrebbe uscire con una serie di mini accordi ottenendo un periodo transitorio da concludere al massimo il 30 dicembre 2021. E’ una riproposizione del cosiddetto “compromesso Malthouse” tanto caro ai falchi dell’European Research Group, a cui Barnier e la sua squadra hanno già detto decine di volte “no”. L’ultima oggi, quando la vice di Barnier, Sabine Weyand, ha ritwittato chi spiegava che non esiste un “no deal-lite”, che l’Ue non darà mai il suo consenso a “mini accordi fino al 2021” e che le misure temporanee per limitare l’impatto della Brexit senza accordo “dureranno al massimo qualche mese”.

 

A Bruxelles ognuno ha la sua versione preferita della proroga: due mesi (prima delle elezioni europee), fino al 2 luglio (quando si insedia il nuovo Europarlamento), il 31 dicembre 2019 o 2020 (dando tempo per negoziare un altro accordo o fare il referendum sulla “RetroBrexit”). Una proroga breve o lunga “è una decisione politica che devono prendere i leader” nel vertice del 21 e 22 marzo, spiega al Foglio una fonte comunitaria, sottolineando che ciascun capo di stato e di governo sembra avere idee diverse. La Commissione vorrebbe un’unica proroga. Gli stati membri sono più flessibili. In particolare è la Germania a voler tenere la porta il più possibile aperta. Per l’Ue la proroga ha senso solo se serve a fare qualcosa di completamente diverso, come negoziare un accordo per una soft Brexit: l’unione doganale o il modello “Norvegia plus” che include anche il mercato interno. Altrimenti il Consiglio europeo potrebbe rigettare la richiesta di proroga innescando un incidente. “Raccomando di non sottovalutare questo rischio e le sue conseguenze”, ha avvertito Barnier. 

 

Secondo il coordinatore dell’Europarlamento per la Brexit, Guy Verhofstadt, i britannici devono usare “tutta la loro energia per trovare una maggioranza bipartitica che permetta di uscire da questo casino”. Tradotto: lavorare in fretta su un’unione doganale con l’Ue che risolverebbe anche il problema del backstop irlandese. Verhofstadt è però contrario a una proroga “lunga” perché il Regno Unito sarebbe costretto a partecipare alle elezioni europee e il voto del 26 maggio verrebbe “sequestrato” dagli euroscettici con l’unico risultato di far rieleggere Nigel Farage. Il quale ha risposto a Verhofstadt chiedendo che al Consiglio europeo qualcuno metta il veto alla richiesta di proroga della Brexit. Subito Arron Banks e Leave.EU hanno lanciato appelli a Matteo Salvini affinché l’Italia metta il veto diventando “l’eroe dei 17,4 milioni di britannici che hanno votato per uscire”. La richiesta di maggiore flessibilità paradossalmente è arrivata dal gruppo dei Conservatori e riformatori europei (Ecr) cui appartengono i Tory di Theresa May: l’Ue dovrebbe concedere una proroga “senza condizioni” per permettere un “secondo referendum” e “far restare il Regno Unito”, ha detto il tedesco Hans-Olaf Henkel, ex di AfD.

 

Eppure la proroga è maledettamente seria, e non solo perché in gioco ci sono gli interessi vitali di cittadini e imprese sulle due sponde della Manica. Il rinvio della data d’uscita ripropone gli stessi dilemmi ai quali il Regno Unito non ha saputo rispondere nei quasi tre anni che sono passati dal referendum. Quanta sovranità Londra è pronta a cedere all’Ue con un accordo diverso da quello di May? C’è una maggioranza ai Comuni per l’unione doganale o il Norvegia plus? Ha senso fare la Brexit se non si è liberi di firmare accordi di libero scambio con il resto del mondo o di bloccare l’immigrazione dall’Ue? Mancano 15 giorni al 29 marzo. Man mano che avanzano i preparativi per il “no deal” si attenuano le paure dell’Ue. I 27 si stanno convincendo che una proroga al buio sia più pericolosa di un’uscita disordinata del Regno Unito.

David Carretta

Corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. Da nove anni copre le istituzioni europee e altri eventi internazionali e cura una rassegna della stampa internazionale. Dal 2004 collabora regolarmente con il Foglio, scrivendo di Europa, Nato, relazioni transatlantiche, politica francese e Belgio. E' stato militante radicale, assistente al Parlamento europeo e tesoriere di Non c'è Pace senza Giustizia. Dopo un decennio a contatto con le istituzioni europee, il suo euro-entusiasmo si è trasformato in euro-realismo: l'Europa è quello che è, ma se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Così anche per i radicali.

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    14 Marzo 2019 - 10:10

    La potenza globale dei "commercial" : TOC TOC, Toc tocc..who is it? ..Theresa...deal or not deal?...just irish-coffe...ok come in.

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