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La Brexit è una corsa sul posto

Si vota finché c’è tempo, finché c’è speranza, senza sapere più cosa augurarsi. Se solo potessimo esportare (anche con un'invasione) un po’ di buon senso

14 Marzo 2019 alle 19:56

La Brexit è una corsa sul posto

Theresa May (foto LaPresse)

Si vota finché c’è tempo, finché c’è speranza, senza sapere più cosa augurarsi, ma forse questo non lo si è mai saputo per davvero. Si studia finché c’è tempo, finché c’è speranza, assorbendo informazioni di ogni genere, dai piani di sicurezza sul confine nordirlandese (il famigerato backstop) fino alle procedure europee per le elezioni, eppure mai si arriva a una conoscenza, a una consapevolezza, perché consapevolezza non c’è mai stata per davvero. Ogni giorno una nuova avventura, senza mai muoversi di un passo, “ho perso il conto di quanti viaggi ti fai, quanti chilometri senza partire mai”, canta Baby K, e sembra che parli dei politici inglesi, tutti quanti, governo, opposizione, deputati, e un po’ anche di noi, che fissiamo attoniti il Regno Unito da due anni senza capire se è la Brexit a essere ingestibile o se sono gli inglesi che tutto a un tratto si sono paralizzati, rimbambiti forse.

 

Prendete David Davis: è stato il primo ministro per la Brexit della storia britannica, nel luglio del 2016 sosteneva che il divorzio si sarebbe fatto in massimo dodici mesi, nel luglio del 2018 si è dimesso perché l’accordo che la premier, Theresa May, voleva presentare all’Ue era morto, arrendevole, un tradimento della Brexit stessa. Da allora ha fatto campagna contro il suo ex capo, ha confabulato e complottato con i golpisti anti May, ha votato contro il suo ex governo tutte le volte che gli è stato possibile, e martedì ha votato a favore dell’accordo firmato dalla May.

 

O prendete Jeremy Corbyn, leader del Labour, che all’indomani del referendum voleva attivare l’articolo 50 prima di tutti gli altri e che ancora adesso non ha un piano alternativo a quello del governo, e bercia “il tempo è finito!” mentre vota riluttante per un’estensione di quell’articolo 50, promettendo un giorno un secondo referendum e tutto il resto del tempo nuove elezioni, presupponendo che un negoziato fatto da lui sia inevitabilmente semplice ed efficace: un altro che ha studiato tanto (forse) senza capire nulla.

 

Oggi in Parlamento si è anche persa l’occasione di pretendere, con una mozione, il secondo referendum: non è il momento giusto, hanno detto i sostenitori del secondo referendum, una battaglia alla volta, ora chiediamo più tempo (non c’è più tempo!) e poi otterremo un secondo voto. Temevano di perdere, certo. Tatticamente è meglio così, certo. Ma sempre lì siamo: tanti chilometri senza partire mai. L’esercizio della democrazia, nel Regno Unito, è diventata una corsa sul posto: la May vuole riproporre il suo deal un’altra volta ai Comuni, la terza (sigla: MV3, meaningful vote 3), se si può anche una quarta. Ogni volta spera di rosicchiare qualche consenso in più, e lo sfinimento è il re di tutti i tatticismi: questo accordo è un “pezzettino di cacca”, ha detto un deputato brexiteer, “ma potrebbe essere il miglior pezzettino di cacca che ci sia mai capitato”. I sostenitori del secondo referendum dicono: ma se dobbiamo votare quattro volte un accordo morto, perché non possiamo votare una seconda volta un’alternativa? Le risposte sono balbettii, ma pure Donald Trump dall’alto dei suoi tweet dice: e fatela questa Brexit, vi faccio un accordo commerciale da sogno!

 

Sfinimento per sfinimento, tra chi dice che basta, andatevene inglesi, ora vi cacciamo noi, e chi dice tornate e sarete perdonati, sul Guardian Marina Hyde riprende una frase del solito Davis, una delle sue quando ancora negoziava per il governo di Sua Maestà: “Cosa possono farci? – intesi gli europei – Non possono invaderci no?”. Ecco: invadiamoli, questi inglesi, con un po’ di competenza e di buon senso, nessuno si farà male.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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Commenti all'articolo

  • ales1950

    15 Marzo 2019 - 10:10

    Sono sinceramente dispiaciuto per l'uscita della GB; ma una parte di me gode nel vedere il caos che comporta. Forse può servire lezione a chi rimane . Meditate, meditate gente.

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  • carlo.trinchi

    14 Marzo 2019 - 22:10

    Invadiamoli o facciamoci invadere. Stiamo tutti attraversando un momento di pura follia. Non vediamo quello che ci accade intorno, abbiamo smarrito il senso dell’essere ed il problema non è il non essere perché non ci può essere un non essere che non sia essere europei. Forse la Brexit ed un ritorno dei primi farà capire l’importanza della posta in gioco, e le figure di leader impensabili come la May ci dimostrano che la posta in gioco è grande e non va sprecata. Non ci resta quindi che invaderli o farci invadere perché noi e loro, noi tutti, indispensabili siamo all’Europa che manca e che stiamo aspettando.

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  • Giovanni Attinà

    14 Marzo 2019 - 21:09

    Il buon senso sarebbe quello di indire un nuovo referendum. Quanto a Corbyn dubito che la Gran Bretagna nelle prossime elezioni possa dare la maggioranza ai laburisti.

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