Trump e l'enigma della follia

Stefano Cingolani

La Casa Bianca trasformata in Crazytown, secondo il capo dello staff. Eppure l’economia americana è in pieno boom. E in Italia, nonostante gli zig zag del governo, la sua popolarità continua a crescere

"Gli uomini sono così necessariamente folli che il non essere folle

equivarrebbe a esserlo secondo un’altra forma di follia”

Blaise Pascal

Fear, Paura: si chiama così l’ultimo, abrasivo libro di Bob Woodward, 400 e rotte pagine di racconti e testimonianze sui primi due anni di Donald Trump, in libreria dal 12 settembre, mentre ribolle già la campagna per le elezioni di medio termine. L’autore ha scelto il titolo ricordando che, durante un’intervista, l’allora candidato repubblicano gli rivelò il suo segreto: “Il vero potere – disse – non vogliono nemmeno usare la parola, è Paura”. Illustri maestri, Hobbes, Montesquieu, Tocqueville, o politici americani contemporanei, fino a Ron Paul, il texano libertario e pacifista, hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale del timore nell’esercizio del potere. Il comico italiano Antonio Albanese si è inventato il ministro della Paura e non fa affatto ridere. Sorvegliare, punire, comandare. Tuttavia, una volta alla Casa Bianca, più che sulla paura, The Donald sembra aver fondato il suo potere sulla follia. Ma quale follia? Non quella che Amleto usò come arma per svelare le nequizie del potere basato sul tradimento. Non le bizzarrie con le quali Ferdinando IV di Borbone, il re Lazzarone, mascherava il suo arguto buon senso e il tedio del potere. Né Trump assomiglia all’Enrico IV di Luigi Pirandello che preferiva “restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza” la sua condizione per sfuggire alla “mascherata” della vita. Forse ricorda piuttosto Giorgio III d’Inghilterra, in perenne contrasto con il Parlamento, alla ricerca di un legame diretto con il popolo, ma che non seppe gestire la Rivoluzione americana, quella francese e tanto meno Napoleone: rinchiuso ormai demente nel castello di Windsor, non si rese nemmeno conto della vittoria di Wellington a Waterloo.

 

Reince Priebus ha chiamato “laboratorio del diavolo” la stanza da letto dove Trump guarda ossessivamente le notizie tv e twitta

La follia, scriveva Erasmo da Rotterdam, “può avere l’ultima parola, ma non è mai l’ultima parola della verità del mondo”

La Casa Bianca è stata trasformata in Crazytown, ha confessato il capo dello staff John F. Kelly a Bob Woodward: “Trump è un idiota. E’ inutile tentare di convincerlo di qualsiasi cosa. E’ andato fuori binario. Noi siamo in Crazytown. Non so nemmeno io perché stiamo tutti qua. Questo è il peggior lavoro che abbia mai avuto”. Ma la città più pazza del mondo, a differenza da altri grandi esempi del passato o della letteratura, è diventata il paradigma di governo nell’èra della post democrazia. Scompaginare, seminare zizzania e confusione, gettare un osso in pasto ai mass media, è la prima cosa da fare, subito, appena ci si sveglia al mattino, senza perdere tempo. Reince Priebus, il predecessore di Kelly, si lamenta perché può fare davvero poco per impedire a Trump di “spargere il caos”. Ha soprannominato “laboratorio del diavolo” la stanza da letto dove Trump guarda ossessivamente le notizie tv e twitta, mentre il primo mattino e la sera della domenica sono le ore della stregoneria. Durante un pranzo con Mattis e il generale Joseph F. Dunford Jr., il capo del comitato militare della Casa Bianca, Trump ha attaccato il senatore John McCain (repubblicano dell’Arizona) chiamandolo codardo perché sarebbe uscito dal campo di prigionia in Vietnam grazie alle raccomandazioni del padre, abbandonando i suoi compagni. “No, signor presidente, è vero il contrario – lo ha corretto Mattis – McCain (morto il 25 agosto scorso, ndr.) fu brutalmente torturato per cinque anni in quello che veniva chiamato l’Hilton di Hanoi”. “Ah, okay”, ha replicato Trump. Tutto qui. Vero, falso, che importa, la calunnia è un venticello.

 

Fear and folly, paura e pazzia, dunque, perché la pazzia, secondo Michel Foucault, ha un filo diretto con la paura. La situazione s’è fatta talmente impossibile che all’interno del gabinetto c’è chi ha pensato di rimuovere il presidente, una sorta di golpe bianco, secondo quel che ha scritto sul New York Times un anonimo membro della “resistenza” interna. Trump ha introdotto un metodo nella gestione del potere che copre tutto: le gaffe, le panzane, gli errori clamorosi commessi in politica interna (si pensi alla uscita dopo i tumulti razziali di Charlottesville) o ancor più in politica estera (su tutti la Siria), ma anche i successi di questi due anni, il più grande dei quali è senza dubbio il boom economico. Vuoi vedere che i nuovi spiriti animali reagiscono meglio al soffio della follia che al regolo calcolatore? Gettiamo dunque uno sguardo alla economia, alla realtà materiale per antonomasia, l’impalcatura massiccia sulla quale si regge l’architrave della politica.

 

Nel secondo trimestre dell’anno, il prodotto lordo è aumentato del 4,1 per cento, il dato più alto dal terzo trimestre del 2014, quando regnava Barack Obama. “E non avete visto niente”, proclama trionfante Trump, “andremo ancora più in alto”. Difficile, quasi impossibile secondo la maggioranza degli economisti e degli operatori di Wall Street, ma è comunque probabile che la crescita arrivi al 3 per cento in media annua e in ogni caso sarebbe un record mentre si celebra il decennale della grande crisi con il fallimento della Lehman Brothers. Tutto merito della lucida follia trumpiana? Il boom dipende per circa due terzi da un aumento della domanda interna, a cominciare dai consumi, spinti da due fattori fondamentali: uno politico, l’altro sindacale. Il primo è la conseguenza diretta del taglio delle imposte varato alla fine dello scorso anno, e bisogna dire che da questo punto di vista la Trumpnomics ha funzionato, e non solo dal lato dei consumi. Anzi, gli investimenti vanno persino meglio (più 7 per cento) anche perché molte imprese li hanno anticipati in vista delle scadenze fiscali. Le tasse in questo caso non sono la principale spiegazione, piuttosto bisogna guardare alla spinta della buona congiuntura che dura ormai da nove anni e ha indotto gli imprenditori a spendere prima che il rialzo progressivo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve si trasformi in un significativo rincaro del costo del denaro. La componente che abbiamo chiamato sindacale, deriva dal mercato del lavoro. Le aziende assumono, la disoccupazione è scesa ormai al 4 per cento, uno dei livelli più bassi in assoluto e la pressione spinge ad aumentare i salari.

 

Trump ha introdotto un metodo nella gestione del potere che copre tutto: le gaffe, le panzane, gli errori clamorosi in politica estera

Il taglio delle imposte varato alla fine dello scorso anno ha funzionato, e non solo dal lato dei consumi. Le aziende assumono

Più di un punto percentuale, dunque circa un quarto della crescita registrata nel secondo trimestre, è dovuto alle esportazioni. E anche qui il presidente esulta. Lo scontro a muso duro con cinesi, europei, messicani, canadesi, le tariffe, la diplomazia economica muscolare hanno prodotto i suoi effetti, adesso c’è grasso che cola per il made in Usa. America first. Può darsi, intanto però il buon risultato della bilancia con l’estero nel secondo trimestre si deve a un fattore del tutto esterno e, forse, momentaneo: il crollo dei prezzi della soia e altre materie prime. Il Wall Street Journal invita a calmare i bollenti spiriti. La Borsa vive in una bolla irreale, gonfiata dalle sette sorelle high tech: Apple, Amazon (quotate ciascuna oltre mille miliardi di dollari), Google, Facebook, Microsoft, Yahoo, Netflix. I mutui finora convenienti hanno gonfiato i valori degli immobili. Le banche sono ricadute in troppi errori del passato. Ma soprattutto restano alti i debiti, quelli privati (per le auto, per la scuola, non solo per la casa) e anche quelli pubblici. Il Cbo, l’ufficio del Congresso che analizza il bilancio federale, prevede disavanzi in media di 1.200 miliardi di dollari dal 2019 al 2028. Le stime del disavanzo vengono aggiornate al rialzo a causa delle minori entrate dovute alla riduzione delle imposte. E’ il lato oscuro della riforma fiscale: il taglio secco delle tasse nel breve periodo non si autofinanzia con la crescita, a ulteriore riprova che hanno torto coloro i quali ogni giorno propagandano in televisione l’illusione del pasto gratis.

 

Tuttavia il grande happening continua. E si diffonde. Le elezioni di medio termine nel prossimo novembre sono dominate dai capricci del capo. I sondaggi dicono che i democratici sono in testa abbastanza nettamente, ma è meglio essere prudenti. Conta molto la forza dei candidati locali. Del resto, la follia come arte di governo ha nella sua natura stessa i rapidi cambiamenti di idee, di posizione, di fronte. E proprio Trump offre ampi esempi di clamorosi zig zag. Sull’economia, ha tuonato contro la Banca centrale affinché non aumentasse i tassi d’interesse. Ha messo al vertice Jerome Powell, un uomo che si è fatto le ossa al Tesoro con George W. Bush e gode la fiducia del segretario al Tesoro Steven Mnuchin. Doveva essere l’alternativa a Janet Yellen, invece guida la Federal Reserve in sostanziale continuità, garantendone l’autonomia dal potere politico e dalla Casa Bianca. Quindi aumenta il costo del denaro proprio perché l’economia tira, anche troppo, e la locomotiva rischia di surriscaldarsi. Il presidente twitta i suoi mugugni, e cambia bersaglio. Potenza dell’equilibrio dei poteri, di quella Costituzione che è sempre e ovunque la bestia nera del populismo per il quale il leader, investito dal corpo mistico degli elettori, è superiore alla legge. Là dove il presidente ha maggiori spazi di manovra, dove può giocare al comandante in capo, l’enigma della follia si manifesta in tutta la sua essenza. Basti pensare alla Corea del nord. “Fuoco e furia” contro il rocket man, Kim Jong-un, l’uomo razzo. No, anzi, un incontro faccia a faccia, recitando a soggetto, senza copione. “E’ una questione tra me e lui”, dice Trump secondo le testimonianze raccolte da Woodward. Una svolta clamorosa, l’inizio di una nuova èra, dall’orlo della guerra nucleare alla pace perpetua nello scacchiere del Pacifico. Poi tutto s’impantana, il vero vincitore allo stato attuale è proprio Kim che non ha cambiato nulla se non la facciata ed è più solido che mai al potere. Con Pechino a tirare le stringhe. Il presidente cinese Xi Jinping, prima corteggiato da Trump, poi scavalcato, si riprende la scena. La Cina va punita perché esporta troppo in America, ma Xi va rispettato come nuovo imperatore godendo la sua ospitalità nella città proibita, privilegio mai concesso prima. Ancor più evidente il comportamento verso la Russia. Vladimir Putin è di volta in volta un grande amico, con il quale ci si intende al volo, e un avversario. Le sanzioni non servono, ma vengono rinnovate e rafforzate. Prima ci vorrebbe una nuova Yalta, poi bisogna mettere in piedi un nuovo contenimento quasi fossimo in piena guerra fredda. E la Nato? Va sciolta. No, potenziata. L’Unione europea è ogni volta disprezzata e umiliata, ma non se ne può fare a meno. Clamoroso anche il comportamento sulla Siria. Racconta Woodward: “Dopo l’attacco con armi chimiche contro i civili lanciato dal presidente siriano Bashar el Assad nell’aprile 2017, Trump chiamò il segretario alla Difesa James Mattis e disse che voleva assassinare il dittatore. “Uccidiamolo, cazzo. Avanti. Vaffanculo, ammazziamone una bella quantità”. Il generale Mattis non fece una piega, ma ordinò un bombardamento mirato, non su vasta scala e senza colpire Assad. Trump finse di non vedere: gli importava solo il messaggio, bastava averlo detto, a prescindere da quel che sarebbe poi successo davvero.

 

Ogni serpentina, ogni capriola clamorosa, ha sempre lo stesso punto fermo: la centralità solipsistica del capo investito dal popolo di un potere sacrale del quale non deve rispondere a nessuno. E’ l’elemento di contatto tra democrazia e autocrazia che finora era rimasto nascosto nelle pieghe del sistema e ora viene alla luce, legittimando le bizzarrie principesche. Un tempo il re aveva accanto il buffone di corte il quale diceva quel che il sovrano pensava e non poteva dire. Adesso le due figure tendono a coincidere.

 

Anche se bisogna diffidare sempre degli imitatori, va detto che i seguaci si stanno perfezionando. E gli italiani non si fanno battere così facilmente. Gli zig zag del governo giallo-verde sono clamorosi, ma, stando ai sondaggi, la popolarità continua a crescere, forse perché le giravolte sono diventate ormai la sostanza stessa dell’alleanza tra Lega e Cinque stelle. Cogliamo fior da fiore. Sforiamo il 3 per cento (nel rapporto annuo tra disavanzo pubblico e prodotto interno lordo); no, volevamo dire sfioriamo il 3 per cento, anzi, meglio, restiamo sotto il 3 per cento per i prossimi tre anni. Chiudiamo l’Ilva, rifacciamo la gara, cacciamo ArcelorMittal, no facciamo l’accordo con sindacati e azienda. La flat tax (cioè una sola aliquota al 15 per cento) subito; no, due aliquote, tre aliquote e flat tax entro fine legislatura. Reddito di cittadinanza, cioè un reddito, non un lavoro, a tutti appena nati? No, una indennità a chi si iscrive ai centri per l’impiego entro cinque anni. Seppelliamo la legge Fornero, stracciamola, pensioniamo la gente a quota 100 tra età e contributi, invece di quota 90 come una volta. No ai vaccini, vaccini facoltativi, vaccini obbligatori, facoltativi finché non diventano obbligatori. Togliamo la concessione ai Benetton, rivediamola a nostro favore come la Pedemontana, mettiamogli addosso un cane da guardia, nazionalizziamo le autostrade e pure l’Alitalia con le ferrovie. Il ponte Morandi lo ricostruisce Fincantieri, Autostrade, una società mista. Forse, chissà, vedremo.

 

Non si governa così dicono i benpensanti. E se invece fosse proprio questa l’arte di governo della generazione qualunque, né di destra né di sinistra, sempre connessa, partecipativa a parole e pronta a gettarsi nelle mani di quello che un tempo avremmo chiamato folle e oggi è l’interprete del popolo? La pazzia che nell’antichità s’esprimeva nella danza dionisiaca e nel Tardo Medioevo diventa la nave dei folli (la Narrenschiff, con a bordo un popolo di emarginati che migra lungo i fiumi d’Europa), rinasce in epoca moderna di fronte ai timori suscitati da un mondo sempre meno afferrabile dalla ragione, sempre più colpito da mille incertezze, che si manifestano nel corpo in forma di malattie, nella mente nella veste di “sragione”, nella società come dissoluzione delle istituzioni esistenti. E’ la risposta alla peste finanziaria diffusa dagli speculatori-untori, al “pensiero unico liberale”, al “politicamente corretto”, al dominio del calcolo e del progetto. E diventa, come scriveva Foucault, “un momento duro, ma necessario nel lavorio della ragione”. Tuttavia è proprio qui l’enigma della follia, perché essa, nella concezione di Erasmo da Rotterdam, entra nell’universo del discorso, e “può avere l’ultima parola, ma non è mai l’ultima parola della verità del mondo”. L’umanesimo, così, ci riporta con i piedi per terra e ci rimette la testa sulle spalle.

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