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L’anti trumpismo ti mette le ali (forse)

Con una spericolata mossa di marketing Nike risolleva “Kap” e sfida il presidente che frusta le aziende su Twitter

5 Settembre 2018 alle 18:34

L’anti trumpismo ti mette le ali (forse)

Lo spot della Nike con Colin Kaepernick

Milano. “Credi in qualcosa. Anche se questo significa sacrificare tutto”. Questo tweet rischia di oscurare, almeno per qualche giorno, i cinguettii di Donald Trump, finora indiscusso maestro del genere. Ma il presidente deve ora fare i conti con la fama di Colin Kaepernick, il quarterback dei San Francisco 49ers che nel 2016 si era inginocchiato durante l’inno nazionale per protestare contro la discriminazione razziale. Uno strappo che è costato la carriera a “Kap”, il quale da quel momento non ha più trovato un club della National Football League disposto a offrire un contratto a un atleta che ha alle spalle una finale (persa) nel super Bowl. Ma con una geniale trovata di marketing – o una pericolosa provocazione, secondo i critici – il caso è stato riaperto da Nike, una delle bandiere dello stile di vita americano.

  

La casa principe del footwear ha infatti ingaggiato Kaepernick quale testimonial per i trent’anni di “Just do it”, lo slogan conservato come una reliquia allo Smithsonian Institute come memoria del secolo scorso, che rifletteva lo spirito libertario dell’America post Watergate, l’antenato del Russiagate. Di qui la decisione di riattivare nel circuito tra business e politico che tanto piace in Usa. La prima conseguenza, infatti, è che “Kap” è probabilmente destinato a far più quattrini in tribuna che sul terreno di gioco. Da lunedì scorso sono in vendita scarpe, t-shirt, calzini e tutto quanto si richiama all’ultimo eroe anti-Trump. Naturalmente la reazione è stata altrettanto violenta. I supporter del presidente hanno sommerso i social di invettive contro l’azienda di Portland, promettendo un embargo degno dell’Iran. Anche Wall Street non ha tradito la sua anima wasp, punendo Nike con un ribasso superiore al 3 per cento solo parzialmente corretto ieri da un timido recupero. Il presidente Trump, probabilmente colto di sorpresa, ci ha messo qualche ora prima di reagire: “E’ un messaggio terribile l’uso del volto di quel giocatore”, ma ha dato anche prova di un’insospettabile tolleranza: “Io la penso in maniera del tutto opposta. Ma le regole del Paese lo permettono”. Ieri però ha rincarato la dose: “Nike si sta suicidando da sola – ha trovato contro la corporation snobbando il giocatore”. Hanno un’idea di dove li può portare questa trovata?”. Probabilmente sì, perché l’operazione ha comunque avuto l’effetto di concentrare le attenzioni del pubblico sul marchio. Spiega al Financial Times Chris Allieri, guru della pubblicità “La loro intenzione è evidente: voglio imporsi al centro della scena mediatica e sfruttare appieno un investimento molto consistente”. Oltre a Kap, infatti, il marchio della scarpa con lo “swosh” ha assoldato altri divi dello sport come Serena Williams in linea con la tradizione che, in passato, ha portato a reclutare come testimonial Tiger Woods, già sotto tiro per le molestie sessuali, o Charles Barkley, l’asse del basket famoso per il gioco duro.

  

Ma stavolta il gioco è ancora più difficile. Mai l’opinione pubblica è stata così divisa come sul boicottaggio alla bandiera dei giocatori della Nfl. Secondo in sondaggio dello scorso giugno, condotto da Quinnipiac, l’82 per cento degli spettatori di fede repubblicana si sono dichiarati indignati dalla protesta. Mentre l’81 per cento dei democratici, al contrario, ha detto di condividere la scelta dei giocatori che hanno seguito l’esempio di Kap. Una spaccatura così netta da convincere Espn, la tv sportiva targata Walt Disney, a compiere una scelta salomonica: le telecronache quest’anni cominceranno solo con il fischio d’avvio, senza trasmettere l’inno nazionale, tradizione introdotta nel 1918 con omaggio ai soldati americani impegnati nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Anche così si segnala il disagio alla vigilia del muro contro muro delle elezioni di medio termine che mettono a dura prova i manager della Corporate America. Per esempio Chris Berg, numero uno di Levis Strauss, ha annunciato che la multinazionale dei jeans ha stanziato un milione di dollari a favore di regole più severe sulla circolazione delle armi. Lo stesso Berg ha fatto sapere di avere ricevuto minacce di morte per avere vietato l’ingresso nei negozi ai detentori di fucili e pistole.

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  • branzanti

    05 Settembre 2018 - 21:09

    Ho già scritto che le grandi aziende non agiscono d'impulso, ma compiono scelte sulla base di motivate e meditate ragioni. Ciò significa, ed è motivo di speranza, che il messaggio viene valutato positivamente da una maggioranza di americani (almeno tra quelli che possono acquistare Nike, visto che la sprovveduta base trumpista della terribile America profonda nemmeno conosce cosa sia questa società e non può permettersi i suoi prodotti), In passato Nike ebbe problemi di utilizzo scorretto della manodopera in diversi paesi e seppe porre rimedio a questa situazione. Trump invece nei suoi cantieri ha continuato a maltrattare gli addetti, ad esporli a rischi pesantissimi (quanti morti? mi piacerebbe saperlo) ed a sottopagarli.

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  • adebenedetti

    05 Settembre 2018 - 18:06

    Per anni la NIKE ha fatto lavorare i poveri dei paesi poveri con paghe da fame. Ha avuto problemi razziali nella dirigenza. Oggi con i soldi a un un giocatore mediocre ma reso famoso da Trump cerca di lavare il suo passato o meglio di fare il LIFTING. Essere contro Trump e` una assicurazione per poter continuare il tutto. Quelli che dicono che hanno il cuore buono in questo caso chiuderanno gli occhi.

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