L'indignazione diventa un corporate drama

La Nike ritira una scarpa per una bandiera incriminata e un testimonial bizzoso

Anche il mercato, quello che una volta si diceva libero, deve inchinarsi alle leggi volatili dell’indignazione, modellando le sue scelte non già sui gusti ben profilati dei consumatori ma sui fondati timori di punizioni sotto forma di boicottaggi, linciaggi social, disinvestimenti. La paura, spesso, può più del desiderio. La Nike ha da poco ritirato, prima ancora che finisse sugli scaffali, una scarpa progettata per festeggiare il 4 luglio. Sul tacco era cucita una bandiera americana nella sua versione antica, quella con le tredici stelle, a simboleggiare le tredici colonie, disposte in cerchio sullo sfondo blu. E’ la bandiera dell’America rivoluzionaria, quella della liberazione dalla madrepatria, e secondo il Flag Act approvato dal Congresso nel giugno 1777, la disposizione delle stelle rappresentava “una nuova costellazione” nel firmamento delle nazioni. Secondo la tradizione è stata la giovane Betsy Ross a presentare nientemeno che al generale George Washington una bandiera con quel disegno, risolvendo nel segno dell’armonia una intricata disputa di bandiere e simboli che agitava le varie colonie dell’unione nascente. La scelta di usare proprio quella bandiera non è piaciuta a Colin Kaepernick, ex giocatore di football diventato una rockstar della resistenza anti trumpiana inginocchiandosi per protesta in concomitanza dell’inno nazionale prima delle partite.

    

Il gesto era nato per protestare contro le violenze della polizia sugli afroamericani, poi il suo significato si è allargato, e ogni minoranza vessata si è appropriata della genuflessione, piegandola ai propri scopi. Proprio per questo la Nike lo ha messo sotto contratto come testimonial multimilionario e ipercorretto. Kaepernick si è evidentemente trovato a proprio agio nel ruolo di arbitro del permissibile, e all’apparir della vecchia bandiera ha protestato, sostenendo che quel vessillo era in auge in un periodo storico buio, poiché segnato dalla schiavitù. Notare bene: non sostiene che quella bandiera simboleggia la schiavitù, ma più semplicemente che era usata in un periodo in cui l’odioso istituto era legale e comunemente accettato. Seguendo questa logica, si dovrebbe mettere in dubbio l’opportunità di festeggiare il 4 luglio stesso, ma l’adozione della prospettiva storica non è il pezzo forte di una società ossessionata dall’epurazione dei cimeli del passato nel nome dell’offesa presente.

   

La Nike ha ritirato la scarpa anche più velocemente di quanto ci ha messo a togliere dal mercato cinese prodotti disegnati da un sostenitore dei manifestanti di Hong Kong, una notevole genuflessione a ben altra bandiera. Non è che un breve atto di un più ampio corporate drama dove le aziende sono obbligate dallo Zeitgeist a schierarsi dalla parte progressista della storia, salvo poi trovarsi a gestire le impossibili rimostranze di chi vede un’offesa dietro a ogni simbolo o dietro a ogni scelta. Ieri David Leonhardt del New York Times ha pubblicato una lista di grandi aziende americane che a parole si dicono perbene e progressiste, e magari sponsorizzano con decine di milionate le celebrazioni del gay pride, ma con l’altra mano elargiscono pure finanziamenti a qualche personaggio sgradito. Un deputato pro life di qua, un governatore conservatore di là. Pratica inaccettabile almeno quanto ricamare su una scarpa una bandiera che, a meno di clamorosi ricorsi storici, era quella ufficiale il 4 luglio del 1776. Kaepernick, però, viaggia su standard più stringenti e rifiuta in blocco tutto il periodo storico. L’editorialista David Brooks ha tracciato il passo successivo: “Indosso solo New Balance perché Nike era una dea della mitologia greca che praticava la schiavitù”. Però lui scherzava.