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Quando il negoziato si fa duro

C'è chi bluffa, ci si dispera, chi fa marcia indietro, chi va d'accordo con tutti tranne che con gli amici, chi fa offerte impossibili. Appunti internazionali di trattative col fiato corto

17 Maggio 2018 alle 10:34

IRAN – L’Europa non ha una superpotenza di scorta che sostituisca l’America. Così è difficile salvare l’accordo sul nucleare

di Paola Peduzzi

 

Milano. Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nucleare con l’Iran, e ora oltre a reintrodurre le sanzioni che erano state sospese con il patto – voi iraniani fermate l’arricchimento dell’uranio che porta all’arma atomica, noi occidentali, con Russia e Cina, vi togliamo l’embargo – vogliono metterne altre. Il ministero del Tesoro ha imposto sanzioni a Valiollah Seif e Ali Tarzali, il governatore della Banca centrale iraniana e uno dei suoi più stretti collaboratori: sono accusati di aver trasferito milioni di dollari dalle forze al Quds delle Guardie della Rivoluzioni a Hezbollah, il gruppo libanese che è sulla lista americana delle organizzazioni terroristiche. “E’ tremendo ma non sorprendente – ha detto il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin – che la figura più senior del mondo bancario iraniano lavori con le Forze al Quds per facilitare il finanziamento di un gruppo terroristico come Hezbollah, e questo sminuisce ogni genere di credibilità dell’istituzione che lui rappresenta”. La settimana scorsa, Washington aveva sanzionato una rete di cambio valuta basato negli Emirati arabi uniti che, secondo il governo americano, trasferiva milioni di dollari alle forze Quds: l’obiettivo dell’Amministrazione Trump è lo smantellamento della rete di finanziamento delle Guardie della Rivoluzione, che sponsorizzano le attività di espansione e conquista iraniana in tutto il medio oriente.

 

Gli altri firmatari dell’accordo sul nucleare cercano di tenere in vita il patto ma nonostante il piano di nove punti su cui si sta lavorando tra Bruxelles e Teheran, nonostante le dichiarazioni fiere sul multilateralismo che sopravviverà alle picconate isolazioniste dell’America trumpiana, manca l’ossigeno. La forma si può anche salvare, ma provate a farlo voi un negoziato senza l’interlocutore principale, senza il Grande Satana che era diventato, per l’occasione e dopo tanti accomodamenti e rifiniture, un paese con cui dialogare. L’accordo del 2015 era principalmente un’apertura inedita tra due nemici storici, l’America che parla con l’Iran, l’Iran che parla con l’America: gli europei, così come la Russia e la Cina, erano testimoni, attivissimi nella fase di trattative certo, ma pur sempre testimoni. Il significato politico epocale era dato dal fatto che un presidente americano decidesse di fidarsi di un presidente iraniano, e viceversa. Ora che questa fiducia è crollata, agli europei resta il compito ingrato di tenere insieme un’alleanza piena di insidie – quella con Teheran – e di voltare le spalle a un’alleanza naturale, immediata – quella con l’America.

 

Fuori dal perimetro del deal

Dopo l’incontro a Bruxelles con il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, la francese Total ha dato i primi segnali di cedimento: chiede protezione dalle sanzioni americane, altrimenti non riuscirà a continuare i propri progetti (40 milioni di dollari investiti in South Pars). Il tempo è poco e l’orgoglio – il copyright del patto dell’orgoglio è del capo della diplomazia europea, Federica Mogherini – molto ferito. L’America minaccia di sanzionare anche le aziende europee che fanno affari con l’Iran e questo restringe di parecchio il campo d’azione dei volenterosi del salvataggio. Soprattutto questa operazione di “rescuing” con Teheran comporta una scelta molto più rilevante: riaprire la frattura transatlantica. Donald Trump è un interlocutore poco generoso e poco attendibile, gli europei si sforzano di riadattarsi a quest’America tanto malmostosa e, nei momenti di maggior ottimismo, si rimboccano le maniche e provano a dotarsi dell’autonomia necessaria per restare credibili anche quando Trump impone una strategia unilaterale. Ma come ha scritto sul Guardian un analista che lavora in Francia, Bruno Tertrais, pur criticando la scelta di Washington di abbandonare l’accordo sull’Iran, “semplicemente per l’Europa non c’è alternativa alla partnership transatlantica. Non c’è una superpotenza di scorta disponibile a condividere abbastanza interessi per formare una nuova alleanza”. I flussi di capitali e commercio dall’America sono insostituibili, sulla questione della sicurezza non c’è nemmeno bisogno di discutere. Una guerra diplomatica e sui commerci con l’America? Nemmeno l’orgoglio ferito può arrivare a tanto controsenso.

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