I risultati delle elezioni in Iraq e i nuovi equilibri con gli Stati Uniti

Abadi, salvo sorprese finali, è stato sconfitto pesantemente. Ora il più accanito dei nemici degli Usa si è trasformato nell’argine principale all’asservimento di Baghdad a Teheran

15 Maggio 2018 alle 06:14

I risultati delle elezioni in Iraq e i nuovi equilibri con gli Stati Uniti

Baghdad dopo il voto. Foto LaPresse

Quando lo scorso 16 ottobre le forze armate irachene – il cui nerbo era costituito dalle truppe sciite già “paramilitari” agli ordini degli iraniani – “riconquistarono” con la forza Kirkuk strappandola ai curdi e valendosi della complicità di una parte del partito curdo maggioritario a Kirkuk e Suleimanyah, fu molto difficile spiegarsi perché gli americani avessero permesso, e anzi favorito, una svolta che accresceva enormemente la presa iraniana su Baghdad e sulla regione curda all’indomani della sconfitta dell’Isis. Gli americani di Trump facevano un gran regalo al loro proclamato nemico principale.

  

A giustificare un simile paradosso si spiegava che l’abbandono americano degli alleati più fedeli, i curdi, serviva a dare forza al primo ministro iracheno, al Abadi, così da prepararne la vittoria nelle imminenti elezioni politiche, a spese dei rivali più infeudati a Teheran, dal vecchio primo ministro Maliki ai capi delle milizie sciite Hashd al Shaabi pronti a passare in politica. La giustificazione appariva già del tutto infondata. I risultati provvisori sulle elezioni politiche appena celebrate in Iraq lo confermano pienamente. Abadi, salvo sorprese finali, è stato sconfitto pesantemente nelle province sciite del sud e soprattutto nella decisiva Baghdad dal partito di Moqtada al Sadr e da quello del capo delle milizie sciite oltranziste, Ameri. Quest’ultimo è legato a filo doppio all’Iran e all’uomo forte dei suoi interventi all’estero, Suleimani, bestia nera di Stati Uniti (e Israele). Al Sadr, capo carismatico della vasta popolazione di Sadr City con la cui mobilitazione milionaria tiene in scacco da anni il governo centrale, si è via via autonomizzato dall’influenza iraniana e ha puntato sulla denuncia della corruzione politica, riservandosi una posizione meno interventista nei confronti dei curdi e più aperta verso la parte sunnita dentro e fuori dal paese. Sicché la crescita del partito di al Sadr lo tramuta, lui che fu già il più accanito dei nemici degli Usa, nell’argine principale all’asservimento di Baghdad a Teheran. C’è un rapporto diretto fra quello che avviene sullo scenario iracheno e curdo e quello che avviene alle frontiere israeliane, palestinese, siriana, libanese. Avremo il privilegio di seguirne lo svolgimento attraverso i reportage preziosi di Daniele Raineri.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    17 Maggio 2018 - 15:03

    Egregio Sofri. Sarebbe da dire che Al Sadr è alleato dei comunisti nel cartello elettorale con cui ha vinto le elezioni. Un dettaglio non tanto secondario, non crede? Le elezioni sono una sconfitta pesantissima dell'Iran.

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