La guerra di parole mossa da Iraq e Iran (e Turchia) contro il Kurdistan è passata alle armi

Le forze irachene hanno occupato la base militare K-1, alla periferia ovest di Kirkuk, che è, coi pozzi di petrolio e con l’aeroporto, uno dei tre obiettivi strategici della loro offensiva

16 Ottobre 2017 alle 10:39

La guerra di parole mossa da Iraq e Iran (e Turchia) contro il Kurdistan è passata alle armi

Soldati iracheni a Kirkuk (foto LaPresse)

Dalla mezzanotte tra domenica e lunedì la guerra di parole, nervi e assedio mossa da Iraq e Iran (e Turchia) contro il Kurdistan è passata alle armi. L’offensiva delle milizie sciite irachene Ashd al-Shaabi (la “Mobilitazione Popolare”) e dell’esercito regolare iracheno, con un ingente armamento di carri e artiglieria, è diretta secondo molteplici testimonianze dall’iraniano Qasem Soleimani, il capo delle forze dei Guardiani della Rivoluzione per le operazioni speciali e all’estero. Un portavoce del governo iracheno ha avuto l’imprudenza – l’impudenza? – di dichiarare che Soleimani è “un consigliere delle milizie Ashd al-Shaabi”.

  

L’avanzata irachena è stata tenuta in scacco all’inizio, finché non è stato chiaro che i capi di una parte ingente delle forze militari del Puk, il partito egemone di Suleymanyah e Kirkuk, avevano concordato di disertare il confronto. È la fazione legata alla famiglia Talabani, opposta a quella di Ali Rasul Kosrat, il vicepresidente e veterano che con le sue divisioni di peshmerga è rimasto solo a tenere il campo. Ne è venuta una sproporzione pesante fra i contendenti – la Forza 70 del Puk, quella che è stata ritirata dai suoi capi, ha il miglior armamento – e soprattutto un tracollo di quello che si chiama il morale delle truppe.

   

Si sono visti molti curdi piangere di rabbia e di umiliazione. Le strade di Kirkuk sono gremite di cittadini e di volontari arrivati da ogni parte del Kurdistan, molte donne fra loro, decisi a battersi ma dotati solo delle loro personali armi leggere. Da Erbil il Pdk di Barzani ha fatto convergere su Kirkuk i suoi peshmerga, ma intanto dalle postazioni disertate le truppe irachene avevano potuto avanzare, a Tuz Khurmathu (dove si svolgono gli scontri più duri) e in altri punti del vastissimo confine, fino a occupare, senza trovare resistenza, la base militare K-1, alla periferia ovest di Kirkuk, che è, coi pozzi di petrolio e con l’aeroporto, uno dei tre obiettivi strategici della loro offensiva.

 

La coalizione internazionale è per ora assente, salve parole di circostanza, e dà l’impressione di voler permettere una punizione del Kurdistan disobbediente nel referendum e portarlo di forza a un negoziato segnato dal fatto compiuto del ritorno dell’Iraq alle posizioni abbandonate ingloriosamente nel 2014 di fronte all’arrivo dell’Isis e difese dai curdi. Il fatto è che questa offensiva irachena è in realtà un’offensiva iraniana, e che anche la defezione, degna di una corte italiana quattrocentesca, del Puk della famiglia Talabani è una defezione iraniana. (Continua)

   

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    16 Ottobre 2017 - 17:05

    Sull'Europa è inutile sperare. Non solo l'UE non ha il senso della gratitudine per chi (i Curdi) ha lottato strenuamente contro i tagliateste dell'Isis, ma è ormai alla mercè di Iran, e di chiunque con cui possa fare affari. Sugli Stati Uniti è inutile che i curdi sperino perchè è un paese che bada solo al proprio interesse. L'unico paese da cui forse potrebbero ricevere qualche appoggio diretto o indiretto è Israele che tuttavia ha le sue belle gatte da pelare visto che il mondo intero o quasi vorrebbe cancellarlo dalle carte geografiche. Dunque i curdi sono in una situazione disperata e non possono che sperare in se stessi. Forse però tutti noi potremmo aiutarli sia moralmente, protestando in mille modi contro chi non vuole un Kurdistan libero, sia facendo dei versamenti di denaro per permettere loro di acquistare armi moderne per difendersi. Ma occorrerebbe che qualcuno organizzasse la cosa.

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  • Giovanni Attinà

    16 Ottobre 2017 - 12:12

    Personalmente sono con il Kurdistan. IL popolo curdo dovrebbe essere glorificato per la lotta contro l'Isis, mentre gli altri, con in testa l'Europa hanno fatto finta di niente.

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