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Medio oriente in crisi, ritorno alla road map?

“Dalla frattura fra i palestinesi a quella fra Teheran e Mosca, ecco le occasioni di Israele”. Parla Kobi Michael

17 Maggio 2018 alle 06:20

Medio oriente in crisi, ritorno alla road map?

Abu Mazen (foto LaPresse)

Berlino. Raggiungere l’ambìto accordo di pace definitivo con i palestinesi, quello a 360 gradi su confini, rifugiati e status di Gerusalemme, resta una priorità ma non è più all’ordine del giorno. E’ una contraddizione solo apparente quella che Kobi Michael, stratega israeliano e ricercatore dell’Institute for National Security Studies, illustra nel corso di un’intervista concessa al Foglio e al canale all news tedesco Ntv. All’obiettivo si potrà arrivare fra una generazione: il ritardo che non dipende né dall’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme né dai recenti scontri lungo il confine fra Israele e la Striscia di Gaza. “E’ la frammentazione del sistema palestinese che ci pone davanti a problemi irrisolvibili imponendo invece obiettivi più modesti”. Per Michael torna d’attualità la road map del 2002: un passo alla volta per instaurare un’atmosfera migliore fra le parti e mettere i figli degli antagonisti di oggi nella condizione di arrivare alla pace domani. Prima però occorre fare chiarezza, premette l’ex vicedirettore del ministero israeliano per gli Affari strategici. “Il trasferimento dell’ambasciata americana non è un ostacolo alla pace e la percezione che se ne ha è ampiamente sbagliata”. 

 

Michael ricorda che la nuova rappresentanza degli Stati Uniti, inaugurata lunedì, ha sede a Gerusalemme ovest, “un settore della città che non è mai stato sul tavolo negoziale né mai lo sarà”. Lo stesso Donald Trump ha detto che la nuova ambasciata non implica nulla in termini territoriali poiché la definizioni dei confini resta in mano alle parti negoziali.

 

Certo, osserva l’ex negoziatore di Oslo, i tempi in cui l’ex premier Ehud Olmert offriva ai palestinesi il controllo di Gerusalemme est non sono destinati a tornare. Ma, di rifiuto in rifiuto, la dirigenza palestinese di al Fatah, che controlla la Cisgiordania, si è isolata anche in seno al mondo arabo. “Alcuni giorni dopo l’annuncio di Trump sull’ambasciata, il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha convocato il capo dell’Autorità palestinese Abu Mazen proponendogli Ramallah come capitale. Poi, a Riad, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha fatto lo stesso con il villaggio di Abu Dis, fuori Gerusalemme”. Con l’esclusione della Turchia e del Qatar, espressioni del cosiddetto islam politico, tutto il mondo arabo moderato è allineato con gli Stati Uniti, osserva Michael, sancendo così anche la poca credibilità di al Fatah e del suo leader Abu Mazen, “che con il suo discorso del 30 aprile (sugli ebrei che si sono meritati lo sterminio, ndr) ha dimostrato la sua piena irrilevanza politica”.

 

Dall’altra parte, nella Striscia di Gaza, c’è Hamas che investe ogni risorsa in capacità militare, distogliendo materiale destinato ai palestinesi che i circa mille camion in arrivo giornalmente da Israele scaricano al confine con Gaza. “Quando non rubano a scopi militari lo fanno per le loro famiglie”, prosegue l’analista nel definire quello di Hamas un approccio molto cinico: “Non hanno alcun problema a sacrificare le persone”. Ciò non toglie che dopo l’apice delle violenze di queste ore a Gaza, “Hamas deve rivalutare la propria posizione” e Michael non esclude che, grazie al leader pragmatico Yahya Sinwar, il movimento islamico possa arrivare a firmare una tregua con lo stato ebraico.

 

Comunque vada, il ritorno di al Fatah a Gaza è un’illusione, come lo è il ritorno delle due parti a un accordo politico. Allo stesso tempo, dialogando con un attore palestinese, Israele indebolisce l’altro, in un circolo vizioso di instabilità, “e intanto da due anni a questa parte i sondaggi dicono che il 70 per cento dei palestinesi è scontento delle due formazioni e vorrebbe un ricambio”.

 

La guerra in Siria e la guerra per procura fra sciiti e sunniti in tutta la regione hanno poi contribuito a fare ombra alla questione palestinese. Anche per Israele la minaccia iraniana resta quella principale. E se le forze di Teheran e legate agli iraniani dovessero attaccare ancora dal confine siriano, per Kobi Michael la risposta israeliana dovrebbe arrivare a un’ampia offensiva di terra e al rovesciamento del rais di Damasco, Bashar el Assad.

 

Il regime alauita oggi è l’anello che unisce l’Iran alla Siria e al Libano, e l’espulsione delle truppe iraniane dal suolo siriano è una priorità per Gerusalemme. L’instabilità che i pasdaran iraniani portano sul confine siro-israeliano preoccupa anche la Russia, che non è in Siria per scatenare la guerra a Israele. Ecco per Michael spiegata l’accoglienza in pompa magna che Vladimir Putin ha concesso a Bibi Netanyahu in occasione della parata per il giorno della vittoria: “Gli interessi di Mosca e Teheran stanno entrando in contrasto”.

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