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La paranoia di Trump e la fame dei cronisti ha creato un mostro: il metaleak

Il racconto spifferato degli spifferi della Casa Bianca

Mattia Ferraresi

Email:

ferraresi@ilfoglio.it

19 Maggio 2018 alle 06:19

Scorretti al tempo di Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Per volontà o per accidente, Donald Trump ha contribuito alla nascita di nuovi e inattesi generi giornalistici. Il più battuto di questa stagione è il “metaleak”, ovvero la raccolta di dicerie a proposito delle dicerie che costantemente filtrano da ogni stanza della Casa Bianca e da ogni quartiere dell’Amministrazione. In un contesto del genere, riportare la voce spifferata ha smesso di essere un’attività particolarmente elettrizzante, e dunque i compilatori di scenari politici si rivolgono ad altri leaker per avere informazioni e contesto sul modo in cui i leak vengono eseguiti, come se il passaggio di informazioni riservate alla stampa fosse diventata un’attività sistematica, codificata, con usanze e rituali che devono essere compresi e spiegati al pubblico. Chi esalta l’assenza, nel giornalismo americano, del genere tipicamente italico del retroscena ora può affliggersi con il “metaretroscena”, in cui alcune fonti raccontano il clima di sputtanamento permanente.

 

Quelli di Axios, che nella rumorologia sono un mezzo passo avanti a tutti, hanno fatto inchieste approfondite sul “metaleak”. Ne hanno ricavato, ad esempio, che gli incontri della Casa Bianca convocati per lamentare i leak “iniziano ammettendo che il fatto di lamentare i leak verrà spifferato, cosa che viene immediatamente passato a qualcuno in una stanza più piccola”. Ci sono leaker che parlano con i giornalisti per servire vendette di natura squisitamente personale, altri che, dopo una sconfitta politica interna, sperano che la pubblicazione possa correggere il corso di un provvedimento; qualcuno butta fuori a ripetizione informazioni per il semplice fatto che alla Casa Bianca si vive sempre con le pistole puntate gli uni verso gli altri, e quindi tanto vale sparare per primi. Una fonte ha detto a Jonathan Swan che presta attenzione ai modi di dire e alle espressioni particolari dei suoi colleghi e poi si cura di ripeterle quando parla con i giornalisti, per nascondere le sue tracce. Un altro ha teorizzato: “La fuga di notizie è una guerra: ha una dimensione strategica e una tattica. Quella strategica consiste nel guidare la narrazione, quella tattica nel segnare punti”. Segnare punti, nel mondo di Trump, può significare anche bullarsi con gli amici dell’accesso al presidente, come è successo ad un giovane consigliere che è stato sorpreso a registrare un incontro per fare colpo sugli amichetti. Dopo l’episodio c’è stata una stretta disciplinare da parte dell’Amministrazione, e la stessa stretta è stata immediatamente oggetti di spifferi e ricostruzioni ispirate da fonti interne.

 

Questo bel clima sereno non sembra spaventare i cultori del “metaretroscena” nelle redazioni americane. I cronisti del mondo di Trump non sono preoccupati di diventare strumenti di amplificazione di guerre per bande che si consumano nei modi più spettacolari.

 

Il New York Times ha fatto una ricognizione dell’atteggiamento paranoico e ambivalente di Trump, che non si fida di nessuno e promette guerra senza quartiere ai leaker e allo stesso tempo parla senza filtro di materie sensibili con vecchi confidenti che un minuto dopo hanno già detto tutto ai giornali. Trump, dice il Times, questa volta è imbufalito per davvero: ha ridotto il numero dei partecipanti al briefing quotidiano della comunicazione e ha dato ordine al dipartimento di Giustizia di indagare a tappeto su chi passa informazioni. Jeff Sessions ha aperto finora il triplo delle inchieste di quelle ordinate da Obama in tutti e due i mandati, e quell’amministrazione era stata particolarmente zelante nello stanare le talpe. La battuta greve della giovane consigliera Kelly Sadler su John McCain (“tanto sta morendo comunque”) ha fatto ribollire il sangue al presidente, e il fatto che questo racconto sia stato diffuso è stato giudicato “disgustoso” dalla portavoce di Trump. Anche più disgustoso, evidentemente, della battuta stessa, visto che Sadler è ancora al suo posto. Tutto questo, naturalmente, è stato raccontato da fonti anonime che placano l’inesauribile voglia giornalistica di metaleak.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    21 Maggio 2018 - 02:02

    Una decina di giorni fa la giornalista del Wall Street Journal Kimberley Strassel pubblico` sul suo giornale un pezzo che suscito` molto scalpore. Parlava di un agente dell`FBI infiltrato nella Team di Trump durante la campagna elettorale. Naturalmente la notizia none` stata molto pubblicizzata. Oggi tutti sanno il nome di questa persona non piu` giovane che da nove mesi pare sia scomparsa. E` un caso clamoroso che pone gli USA sulla stesso piano del Venezuela di Maduro Gli amici di Obama ora fanno filtrare notizie in merito onde rendere meno traumatica la notizia quado sara` ufficialmente resa pubblica, Non solo Obama era una leggera ma anche i suoi colaboratori tipo Clapper non erano da meno.

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  • luigi.desa

    19 Maggio 2018 - 15:03

    I giornalisti americanisti ,senza più la leggera ( aggettivo del dialetto genovese) Obama ,con il quale coversavano a 90% ora hanno a che fare con il burlone Trump ,così per essere sempre sul pezzo se ne inventano su The Donald di ogni colore. Nel gergo giornalistico il colore prevale su la cronaca.

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