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I leader alla corte di Putin, ma meglio non gli facciano i conti in tasca

Con gli Stati Uniti fuori dall’accordo sul nucleare iraniano, la Russia ha una chance importante per rimettersi al centro delle trattative, anche se la sua economia è debole 

24 Maggio 2018 alle 06:15

I leader alla corte di Putin, ma meglio non gli facciano i conti in tasca

Foto LaPresse

Roma. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano ha offerto alla Russia una chance importante per rimettersi al centro delle trattative e degli equilibri mondiali, ambizione che il Cremlino coltiva da sempre. Dall’8 maggio, giorno in cui il presidente americano ha giurato che l’America non si sarebbe fatta tenere “in ostaggio dalle minacce di Teheran”, molti sono andati alla corte di Vladimir Putin, non tutti con le stesse intenzioni, ma pur sempre lì. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu con la richiesta di imporre agli iraniani di allontanarsi da Israele sul confine siriano, Bashar el Assad per rinsaldare l’amicizia, Angela Merkel per discutere progetti futuri ma anche per avere rassicurazioni sull’Iran. Oggi sono a San Pietroburgo il presidente francese Emmanuel Macron, il premier giapponese Shinzo Abe e il primo ministro indiano Narendra Modi. I tre partecipano al Forum economico, evento negli ultimi anni boicottato soprattutto dai leader europei per via delle relazioni sempre più tese tra Bruxelles e Mosca.

  

Narendra Modi è lì per discutere di Iran – l’India intrattiene con Teheran importanti relazioni economiche che potrebbero essere minate dalle nuove sanzioni di Washington – e di Instc, l’International north-south transport corridor, la rete di trasporti terrestri e marittimi che dovrebbe facilitare il trasporto di merci tra Russia, Europa, Asia e Caucaso. Shinzo Abe invece va da Putin per parlare di estremo oriente e di Corea del nord. Emmanuel Macron ha una serie infinita di dossier da affrontare. I due leader non avranno difficoltà ad andare d’accordo sulla volontà di tenere in vita l’accordo sul nucleare iraniano, ma secondo un copione già visto venerdì con la visita di Angela Merkel, sarà difficile che trovino dei punti in comune riguardo alla crisi siriana e alle sanzioni. Il presidente francese con Putin ha avuto anche degli attriti personali a causa delle presunte ingerenze russe durante le presidenziali che lo hanno visto uscire vincitore. Il primo e ultimo incontro tra i due si era tenuto a Versailles un anno fa e i presidenti si erano risparmiati convenevoli e ipocrisie e avevano fatto largo uso di frecciatine e accuse nemmeno troppo velate. L’Europa non si è improvvisamente innamorata di Vladimir Putin, sa che mai come in questo momento dovrà imparare a trattare con lui, a conversare e ha dato il via a un’intensa stagione di prove di dialogo. Putin sa di avere una nuova chance, si dimostra disponibile, è il padrone di casa, accoglie ognuno con tutti gli onori: la coccarda di San Giorgio appuntata sul bavero della giacca di Benjamin Netanyahu, il mazzo di fiori per Angela Merkel. La Russia vuole contare contare e l’Europa lo sa.

  

Il Forum economico rischia però di mettere in evidenza anche i guai della Russia. Secondo Bloomberg, il vertice rappresenta una grandissima occasione per il presidente russo soprattutto grazie alla partecipazione di leader politici importanti, ma il Forum, una vetrina economica per le imprese e gli investitori, contrasta con i risultati dell’economia russa alquanto modesti. Nonostante l’aumento dei prezzi del petrolio, la ripresa stenta a decollare e il rublo è ancora molto debole. L’inflazione bassa non è stata sufficiente a promuovere gli investimenti, ostacolati sia dalle sanzioni americane ed europee sia da un mondo imprenditoriale locale controverso e corrotto. L’Fmi ha stimato per il 2018 una crescita del pil russo dell’1,7 per cento, ma nel momento in cui Putin pubblicizzerà, in chiusura del Forum, gli obiettivi finanziari del paese, quella percentuale sarà comunque troppo esigua per una nazione con ambizioni di potenza. “La verità? – scrive Bloomberg – L’influenza della Russia nell’economia globale sta svanendo, non si sta rafforzando” e con essa il regalo trumpiano della centralità.

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