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Ironia mondiale

La Coppa del mondo 2026 va ai litigiosi Usa, Canada e Messico. Trump guida la delegazione di stupratori e disonesti

14 Giugno 2018 alle 06:20

Ironia mondiale

Donald Trump e Justin Trudeau. Foto LaPresse

Fra un attacco al pugile suonato Robert De Niro e un’ovazione a se stesso per l’istantanea pacificazione della penisola coreana, Donald Trump ha dovuto fare un tweet a denti stretti: “Gli Stati Uniti, assieme a Messico e Canada, hanno avuto la Coppa del Mondo. Congratulazioni, è stato un duro lavoro!”. Ieri la Fifa ha annunciato la vittoria della candidatura nordamericana per ospitare i Mondiali del 2026, tempismo denso di ironia per il presidente che agitando la clava globale dei dazi ha appena fatto saltare in aria le relazioni con i vicini e gettato nelle sabbie mobili i dialoghi sul rinnovo del Nafta.

  

Trump deve così condividere la vittoria calcistico-diplomatica con gli stupratori che dovrebbero pagare la costruzione del muro e con il “debole” e “disonesto” Justin Trudeau, che agli occhi del presidente americano è quasi peggio di quel dialogante gentiluomo di Kim Jong-un. Il bid era stato a lungo pianificato, ma quando è iniziata la competizione Trudeau era il belloccio progressista che si vantava d’aver capito come prendere Trump, cioè con il sorriso, mentre tutti i leader mondiali brancolavano nel buio, e con il Messico si sperava in una soluzione concorde delle controversie migratorie. Ora Trudeau fa fronte francofono con l’inviperito Macron, mentre Enrique Peña Nieto manda emissari in Giappone per stringere accordi commerciali alternativi. Epperò a Trump tocca esultare per la vittoria, anche se caratterizzata dalla cattiva compagnia e dal fatto che non sarà lui direttamente a goderne, a meno di immaginare una rooseveltiana doppia rielezione che non è impedita dalla Costituzione ma è sconsigliata dal buonsenso. A ben guardare è stato proprio Trump il motore fondamentale di un’azione che ora, ad assegnazione avvenuta, appare come un controsenso politico. Ha mandato tre lettere firmate di suo pugno al presidente della Fifa, Gianni Infantino, per perorare la causa della triplice alleanza nordamericana e ha pure offerto rassicurazioni sugli standard di apertura ad atleti e pubblico: “Funzionari e tifosi di tutti i paesi nel mondo potranno entrare negli Stati Uniti senza discriminazioni”.

 

L’inusuale missione sopranazionale è stata affidata, al solito, a Jared Kushner, che è riuscito a convincere la Fifa con il secondo argomento più antico del mondo: il denaro. La triplice federazione ha promesso ricavi per 11 miliardi di dollari alla Fifa, più del doppio di quanto offerto dal Marocco, unico concorrente in gara che fino all’ultimo si è lamentato della candidatura fredda e plutocentrica americana, mentre loro avrebbero organizzato una rassegna di calcio pane e cuscus. Per dare una spolverata di politicamente corretto, i negoziatori hanno arruolato vari testimonial della diversità, capitanati da Alphonso Davies, giocatore canadese di origini ghanesi, e hanno accuratamente evitato di ricordare che l’evento sarà drasticamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti, in termini di partite e introiti. Delle ottanta gare previste, sessanta saranno nella land of the free: ci sarà tempo per spiegare al pubblico che ai vicini deboli e disonesti, Trump lascia solo le briciole. 

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