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Il processo che svela la "controsocietà salafita" delle banlieue

Abdelkader Merah, fratello del jihadista che uccise sei persone a Tolosa nel 2012, è stato condannato a vent'anni per terrorismo

3 Novembre 2017 alle 13:00

Il processo che svela la "controsocietà salafita" delle banlieue

Abdelkader e Mohamed Merah

Roma. Vent’anni di reclusione. Si conclude così il processo ad Abdelkader Merah, fratello di Mohamed, il jihadista di Tolosa che nel 2012 uccise, in vari attentati, tre militari, un insegnante e tre bambini in una scuola ebraica. La sentenza di primo grado chiude la vicenda giudiziaria, ma il processo, come ha spiegato in un’intervista al Figaro Gilles Kepel, orientalista francese, racconta qualcosa di più. Racconta la “controsocietà salafita”, il prodotto delle banlieue abbandonate dalla République. I Merah sono degli “Atridi ai tempi del salafismo” (famiglia della mitologia greca, protagonista di infanticidi e matricidi) un clan diventato un laboratorio d’odio. La madre, Zoulikha Aziri, nel 1981 arriva in Francia con il marito dall’Algeria, hanno cinque figli, tre maschi e due femmine. Lui, dopo avere più volte picchiato lei e i figli, torna in Algeria. I tre maschi crescono e diventano incontrollabili: aggrediscono la madre e si aggrediscono tra loro senza sosta. All’inizio c’è soltanto violenza, odio, in famiglia la religione è marginale. L’integrazione però, è inesistente: Zoulikha Aziri, da 35 anni in Francia, durante il processo ha avuto bisogno di un traduttore per testimoniare. Abdelghani, il figlio maggiore, alcolizzato e piccolo delinquente, abbandona l’islam e la famiglia per diventare un attivista contro la radicalizzazione. In una delle ultime liti è assalito e accoltellato da Abdelkader che lo considera un “miscredente”. Samuel Sandler, padre di una vittima e nonno di altre due, lo ha paragonato ad Adolf Eichmann: “Eichmann non ha ucciso nessuno, eppure ha gestito tutta l’operazione. Abdelkader è un piccolo Eichmann di quartiere”.

 

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E’ questo che hanno stabilito i giudici: Abdelkader ha contribuito a indottrinare il fratello minore, Mohamed, trasformandolo in un prodotto dell’odio e della violenza, in un fanatico che a cinquant’anni dal cessate il fuoco tra Francia e Algeria ricomincia la guerra contro i “kuffar”, gli infedeli. Delle due sorelle, Aicha si allontana subito dalla famiglia e comincia a lavorare come parrucchiera, Souad, invece, abbraccia in pieno il jihad: porta il burka, rivela più volte di volersi fare saltare per aria assieme ai suoi quattro figli, prova a raggiungere lo Stato islamico in Siria senza riuscirci, si rifugia infine in Algeria dove risiede ancora oggi. Durante il processo è emerso come Abdelkader abbia provato a convertire il nipote, Théodore, figlio di Abdelghani. E’ proprio Théodore, alla sbarra, che ne svela la personalità: “Era pronto a morire per Dio. Voleva portarmi a fare il giro degli obitori. Per lui questo processo non ha alcun valore, è fiero di quanto ha compiuto Mohamed, crede sia morto da martire”. Non un processo, ma una vetrina. Nelle parole dell’imputato così come in quelle della madre non c’è pentimento, non si avanzano giustificazioni: “Voi, francesi, avete i vostri valori. Noi abbiamo i nostri”, ha ripetuto Abdelkader.

 

Sullo sfondo, les Izard, la periferia di Tolosa, un ghetto favorevole all’islam radicale, dove all’inizio degli anni Duemila Sabri Essid aveva iniziato a reclutare i giovani girando con una Mercedes bianca. Un personaggio che aveva subito affascinato Abdelkader: “Per noi l’islam era un concetto medioevale. Lui ci ha mostrato che era possibile essere musulmani e avere una bella macchina, una bella donna”. Da qui, la conversione al salafismo. E Olivier Corel, “l’emiro bianco” che dagli anni Novanta riceve a Artigat, sui Pirenei, una galassia di radicalizzati. Radicalizza Sabri Essid, officia il matrimonio religioso di Mohamed Merah, indottrina Fabien Clai, vicino ai Merah e voce dello Stato islamico nella rivendicazione degli attacchi del 13 novembre al Bataclan e nel X arrondissement. “Kader, Mohamed e Souad avevano la stessa ideologia”, spiega il nipote, Théodore, “non ho mai sentito Kader parlare di jihad armato, erano come un mostro a tre teste”.

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