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La differenza tra un pistolero e un jihadista

Giuliano Ferrara

La Francia ha offerto il sacrificio di 238 persone al jihadismo ma stavolta la denuncia accorata del totalitarismo islamico è agganciata non alla realtà ma alla sua parvenza emozionale. Perché non vanno confuse tragedie e tragicommedie

Uno che spara e uccide un poliziotto sugli Champs-Elysées a trentadue ore dalla chiusura dei seggi per le presidenziali è un terrorista, ci mancherebbe. Ma questo Karim Cheurfi, 39 anni, francese, musulmano, con ogni probabilità non era un terrorista, un jihadista. Dalle nove di giovedì sono stato attaccato alla tv come il 13 novembre del 2015, colpito dal nuovo atto di guerra, e mi sono addormentato dicendo: ci risiamo. Al risveglio ho trovato una situazione surreale, assurda. La denuncia accorata del totalitarismo islamico agganciata non alla realtà ma alla sua parvenza emozionale generata da un assassino di poliziotti senza arte né parte.

La Francia ha offerto il sacrificio di 238 persone al jihadismo dal gennaio del 2015. Il 18 aprile hanno neutralizzato un commando a Marsiglia che aveva cattive intenzioni. Le foto dei turisti con le mani alzate davanti ai negozi, immagini e video della sparatoria e dell’operazione sicurezza in grande stile che ha bloccato e sorvegliato dal cielo un’area altamente simbolica della capitale francese, ogni elemento dell’apparenza indicava e indica l’inevitabilità di un attentato politicamente e religiosamente motivato, secondo le regole. Tutti d’altra parte abbiamo scommesso che qualcosa poteva succedere con alto grado di probabilità, che l’intromissione del terrore islamista nella campagna elettorale era un incubo realista. Ma da quanto si sa non ci sono indizi, per non dire prove, che questo Cheurfi, abbattuto dalla polizia sul posto, fosse un’avanguardia armata del jihadismo, nemmeno nella forma ambigua del lupo solitario, come si dice con facile metafora, nemmeno, salvo smentite fattuali che non arrivano, nella configurazione del criminale comune fanatizzato in carcere o in moschea. L’assurdo è che le reazioni istituzionali e politiche, e il violento spavento dell’opinione pubblica, si appoggiano praticamente su un perverso scambio simbolico di persona e di figura politica. Cheurfi era un ossesso della violenza contro i poliziotti, a cui aveva sparato nel 2001 dopo essere stato trovato in un’auto rubata a fare maneggi criminali comuni. In cella aveva anche cercato di uccidere una poliziotta di guardia con la sua stessa arma, che le aveva rubato. Processato, si era fatto dodici anni di galera. Liberato con la condizionale, non ne aveva rispettato i termini ed era tornato a minacciare poliziotti. Ma non era nei dossier contrassegnati con la S, quelle migliaia di schede che designano all’ingrosso i soggetti jihadisticamente pericolosi di cui la Le Pen chiede ora da buona comiziante la immediata espulsione.

Cheurfi non era uno che desse segni di radicalizzazione religiosa, secondo quanto è stato fino ad ora accertato, e un Corano requisito in casa sua non prova ovviamente alcunché. Secondo il suo ex avvocato era debole di mente, un solitario patologico, un ossesso. Non aveva comunque connessioni o anche solo una storia solitaria islamisticamente connotata. Lo Stato islamico ha rivendicato la sparatoria come un suo atto di guerra con sospetta tempestività propagandistica, sbagliando il nome del suo soldato presunto, indicando un belga che si è costituito in caserma ed è risultato estraneo alla faccenda. I fratelli Kouachi di Charlie Hebdo, Amèdy Koulibali del supermercato Kosher, Abdelhamid Abaaoud, Salah Abdeslam della notte del 13 novembre, e prima ancora l’assassino di bambini ebrei e rabbini e soldati a Tolosa, Mohammed Merah, erano soggetti di tutt’altra pasta, ampiamente leggibili come terroristi islamisti per contatti, comunitarismo shariota, parole d’ordine, chiarezza malvagia dell’obiettivo.

 

Trump ha espresso subito la sua crassa soddisfazione elettorale lepenista, e sappiamo come ragiona il tipo, specie su Twitter. Ma il surreale è generalizzato, oggi in Francia. Lo stato è in guerra con quello che fino ad ora è un fantasma, uno spettro di terrorista. I candidati alle presidenziali gareggiano in tv nel rilancio del tema della protezione, della sicurezza, della politica estera anti Stato islamico, dell’aumento del budget della difesa, delle espulsioni e proclamazioni di stati di emergenza permanenti, e l’amichetta di Trump, Marine, recita scopertamente la parte politicante della strumentalizzazione finalmente a portata di mano, mentre il paese vive come tragedia quella che sembra una macabra tragicommedia.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.