(foto Ansa)

una lunga storia

La agonia dell'Ilva è un fallimento di stato che l'Italia non merita

Oscar Giannino

Il governo dovrebbe ammettere di aver continuato a sbagliare tutto (dopo il folle accordo sottoscritto da Di Maio). E aprire alla vendita a una cordata interessata davvero a investire per il rilancio del ciclo integrato a caldo e l’avanzamento della decarbonizzazione

Mercoledì della settimana prossima nuova assemblea societaria dell’ex Ilva, dopo il flop di quella di martedì scorso. E’ solo l’ennesimo calcio alla lattina, da mesi è chiarissimo che sono inconciliabili le posizioni di ArcelorMittal, che ha il 62 per cento della società cui spetta la gestione e non la proprietà dell’impianto, e quella dello stato che via Invitalia ne detiene il 38 per cento. 

 

Con grande senso di responsabilità il presidente Franco Bernabé ha messo da mesi a disposizione il suo mandato, rinviando le sue dimissioni per evitare che l’ex Ilva precipitasse definitivamente verso l’abisso. Ma ora è inutile sperare che Mittal cambi idea. Tutto quel che essa ha fatto in questi anni le è stato consentito dal folle accordo trionfalmente annunciato dai ministri M5s Di Maio e Patuanelli, quattro anni fa, fierissimi di smantellarne la gara che era stata aggiudicata dal ministro Calenda inchiodando il gruppo indiano però a impegni precisi. E invece Mittal ha disimpegnato i propri manager dalla gestione dell’impianto, l’ha deconsolidato dai propri conti, l’ha fatto decadere come parte di un disegno di ristrutturazione delle proprie over produzioni in altri impianti europei. Non si scopre oggi, l’irriducibile contrarietà di Mittal di non procedere per quota parte – cioè per il 62 per cento del fabbisogno – alla devoluzione dei capitali che oggi servono non certo per completare gli obiettivi di decarbonizzazione e di revamping di Afo5, bensì per affrontare l’emergenza di cassa per pagare materia prime e fornitori. 

 

I governi hanno spinto Mittal negli anni a disimpegnarsi, anche se oggi tutti lo dimenticano. Sotto Draghi, l’allora ministro dello Sviluppo Giorgetti annunciava che tutto si sarebbe risolto a maggio 2022, quando lo stato sarebbe subentrato a Mittal. Poi il Mef puntò i piedi, contrario a impegnarvi pluriennalmente miliardi di finanza pubblica, e la scadenza passò a giugno 2024. Nel febbraio scorso, il governo Meloni varò un discutibilissimo decreto ad aziendam che applicava alla sola ex Ilva la possibilità per Invitalia di chiedere il “commissariamento per inadeguatezza” anche della società di gestione dell’impianto. Cioè l’ennesimo annuncio di addio a Mittal. Ognuno di questi passaggi ha rafforzato il disimpegno degli indiani. E non è certo la successiva  avocazione del dossier dalle mani del Mimit a palazzo Chigi a quelle del ministro Fitto, che poteva far cambiare idea a Mittal. A furia di dilazioni e contraddizioni, la situazione è solo peggiorata. La posizione del Mef – sempre Giorgetti, ma in altra veste rispetto al 2021 – non è cambiata: non possiamo accollarci Taranto, dopo i 680 milioni pubblici dati mesi fa come finanziamento soci in vista di un futuro aumento di capitale. 

 

I sindacati, anche quelli che alla continuità industriale privata hanno creduto, oggi sono compatti nel chiedere che lo stato si prenda tutto. Anno dopo anno, gli stessi industriali siderurgici italiani hanno finito per non credere più troppo nella necessità-possibilità di difendere con le unghie l’acciaio da altoforno con ciclo integrale a caldo. Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi sull’ex Ilva chiede da sempre chiarezza, ma sottolinea con fierezza che oramai l’Italia si avvia a essere leader mondiale dell’acciaio più ecocompatibile, visto che oltre l’80 per cento della nostra residua produzione nazionale si realizza da forno elettrico. Un bel capolavoro, l’esito di questi 12 anni di follie pubbliche dilatorie. Mentre la siderurgia mondiale macinava fior di profitti nel rimbalzone post Covid, siamo riusciti a perdere quote di produzione sui mercati, a importare più acciaio per le esigenze della nostra manifattura, e a far nutrire profonda sfiducia in tutte le categorie sulla capacità di difendere quella che era una delle maggiori acciaierie d’Europa. 

 

Servirebbe oggi da parte del governo una coraggiosa operazione-verità. Ammettere che lo stato ha fallito in ogni sua veste in questa lunga e dolorosa vicenda. Aprire una gara per cedere Acciaerie d’Italia a un gruppo o cordata di privati del settore, interessati davvero a investire per il rilancio del ciclo integrato a caldo e l’avanzamento della decarbonizzazione. Difendendo l’acciaio da altoforni, non solo quello da preridotto e forni elettrici alimentati, in un domani ancora lontano, a idrogeno e nel frattempo a gas. Un mestiere per acciaieri provetti, non per manager pubblici L’alternativa è dare ragione a Emiliano, che in tutti questi anni sulla chiusura dell’ex Ilva ha costruito in Puglia la sua solita coalizione ipertrasversale da estrema destra a estrema sinistra, facendo dire a esponenti locali dei partiti l’opposto di quello che i loro vertici nazionali affermavano distrattamente a Roma. Meloni e Fitto prendetela questa decisione, svoltate una volta per tutte. Perché “ormai è troppo tardi” significa solo declino figlio di incapaci.  

Di più su questi argomenti: