I soldi ci sono. Ok?

Giovanni Tria e Pasquale Lucio Scandizzo

L’ostacolo alla ricostruzione non ha a che fare con i fondi ma con la mancanza di gestione efficiente delle risorse

La crisi profonda e senza precedenti che stiamo vivendo è dominata, in Italia, da una potenziale contraddizione che in gran parte rivela dei vizi preesistenti. Da un lato sono necessari fondi cospicui e immediati per soccorrere le imprese e i cittadini durante un periodo di incerta durata in cui le attività economiche sono sospese o severamente costrette da vincoli esterni. Risorse molto maggiori saranno inoltre necessarie per la ripartenza e il rilancio dell’economia. Dall’altro lato, e qui sta la possibile contraddizione, queste risorse non saranno veramente disponibili senza capacità adeguate di gestione, nell’immediato per amministrarle nell’emergenza e poi per indirizzarle efficacemente verso attività di ricostruzione e di ripresa della crescita.

 

In tutti i paesi, in particolare le risorse finanziarie necessarie al rilancio delle economie potranno essere reperite solo attingendo a ulteriori livelli di indebitamento pubblico e privato oltre a quelli generati dagli interventi di emergenza. Questi debiti, nel loro complesso, rischiano di non essere sostenibili se non diretti alla creazione di asset produttivi, ossia a investimenti capaci di rinnovare e aumentare lo stock di capitale pubblico e privato. Anche in Italia, dobbiamo quindi puntare su un rilancio degli investimenti pubblici a fronte del maggior debito. In settori “soft” come la sanità e la Protezione civile che la recente crisi ha portato alla ribalta e in quelli legati alla mobilità sia urbana che extraurbana e alle infrastrutture digitali, questi investimenti dovrebbero partire anche nella fase di emergenza, cioè subito, perché ad essi è in parte legata la creazione delle condizioni di sicurezza sanitaria necessarie alla ripartenza dell’economia. Quindi, mentre si discute sui fondi che verranno messi a disposizione a questo fine dal Mes e sull’opportunità di richiederli, vi è un problema immediato di utilizzo dei fondi già esistenti, tra cui quelli non spesi dei fondi strutturali che l’Europa ci consente di utilizzare liberamente (e non sono prestiti).

 

Più in generale, dobbiamo essere consapevoli del fatto che per il nostro paese l’ostacolo alla realizzazione di un programma adeguato di ricostruzione con capitale pubblico non sarà la mancanza di fondi, ma la mancanza di capacità di gestire risorse finanziarie in modo efficiente e utile. Il rilancio dell’economia italiana, infatti, come è stato per il passato prossimo, si scontrerà prevedibilmente con la carenza delle capacità tecniche e amministrative per programmare, progettare e realizzare interventi pubblici, da cui in parte dipende anche la redditività di quelli privati. Oltre che sul reperimento di grandi somme di denaro, per disegnare una strategia di successo per l’uscita dalla crisi è quindi necessario concentrare gli sforzi sulle capacità del settore pubblico di impiegare in modo efficace e in tempi ragionevoli sia le risorse già disponibili sia quelle future.

 

Sia che si decida di utilizzare la nuova linea di credito del Mes per le spese dirette e indirette (qual è la definizione di queste ultime?) collegate alla pandemia, sia che si voglia beneficiare del maggior finanziamento della Bei, sia che si debbano attrarre in un prossimo futuro i fondi, a prestito o a fondo perduto, di un possibile Recovery Fund, non sarà sufficiente, e neppure utile, rivendicare in Europa un bisogno finanziario generale e astratto da rivendere sul mercato politico interno, ma servono progetti e una seria programmazione che sia di servizio ad una strategia complessiva di crescita. Serve poi la capacità tecnica implementativa, cioè qualificata amministrazione in tutte le sue configurazioni, evitando confuse sovrapposizioni di competenze attribuite a organismi effimeri capaci di neutralizzare anche le migliori competenze. Questo significa non solo investire nel capitale umano della PA, ma anche in provvedimenti incisivi di rafforzamento delle strutture amministrative e di semplificazione dei procedimenti.

 

La capacità di visione, seguita e sostenuta da capacità di programmazione e di esecuzione, è fondamentale perché nel dopo pandemia non c’è da ricostruire un capitale fisico distrutto ma da disegnare la futura crescita economica nazionale in un contesto in cui i rapporti di cooperazione e di competizione probabilmente subiranno dei cambiamenti, sia nell’economia globale sia in Europa. La maggiore apertura della Germania alla cooperazione europea è anche dovuta alla consapevolezza che il suo modello di crescita, troppo esposto sulle esportazioni extracomunitarie, già prima della pandemia mostrava alcune crepe e si dovrà oggi confrontare con una probabile, e in parte inevitabile, ristrutturazione delle catene del valore globali in cui la capacità al tempo stesso di cooperare e di competere avrà un ruolo importante. Ciò si giocherà, anche sul piano europeo, nelle varie direzioni della tecnologia, dell’economia green e digitale, della logistica e delle grandi infrastrutture e richiederà uno sforzo straordinario, sia finanziario sia sul piano delle riconversioni industriali, che ha bisogno di un’azione europea congiunta e quindi di cooperazione. Al tempo stesso, non ci illudiamo, questo processo aprirà anche una nuova stagione di forte competizione, sia in Europa sia nel mondo, in cui la capacità di partecipare attivamente a questa fase di riconversione e ristrutturazione dei sistemi produttivi peserà più dei negoziati per la ripartizione di una “cassa” che peraltro qualcuno deve alimentare.

 

Gli stati, intesi come governi, prima di pretendere di diventare “stati imprenditori”, devono dimostrare di avere capacità di analisi concreta del mondo in cui operano, delle sue dinamiche e dei tempi delle transizioni, e poi capacità gestionale di quel che loro compete fare in termini di investimenti e di governance del sistema. Se non ci convinciamo di questo, rischiamo di presentarci come uno stato rentier, senza però rendite a cui attingere. Ma uno stato che apparisse tale sarebbe perdente in partenza in qualunque tavolo negoziale.

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