foto LaPresse

Contro gli economisti della gnagnera

Claudio Cerasa

Il debito non è più tabù, lo stato che avanza non è più un dramma e gli economisti cresciuti nel 2011 hanno un guaio: riconvertire la produzione e fare i conti con una rivoluzione culturale in cui le mani invisibili diventano due. Meno task, più force

Chiunque abbia perso ieri qualche ora del suo tempo a osservare le oscillazioni dei mercati, l’andamento delle borse e le curve dello spread, non avrà potuto fare a meno di notare un fenomeno sorprendente, legato al modo in cui ha impattato sul nostro sistema finanziario il declassamento dell’Italia deciso da Fitch, ovvero una delle agenzie di rating più importanti al mondo. Il downgrade di Fitch, al contrario di quello che ci si poteva attendere, non ha avuto una collisione sconvolgente sulla vita del nostro paese. E nonostante la valutazione dell’affidabilità del debito pubblico italiano un gradino sopra al livello spazzatura, la giornata di ieri non ha fatto segnare né un allarmante innalzamento dello spread (la variazione rispetto a martedì è stata quasi pari a zero), né un allarmante crollo delle borse (l’indice Ftse Mib ha chiuso in rialzo dello 0,47 per cento), né un picco dei rendimenti dei titoli di stato (ieri il Mef ha collocato circa 5,9 miliardi di euro in aste a medio e lungo periodo ma i rendimenti, seppure in rialzo rispetto a marzo, non hanno fatto registrare oscillazioni preoccupanti). Gli investitori, anche quelli più smaliziati, non hanno scommesso contro l’Italia anche perché molti di loro hanno sperimentato sulla propria pelle che scommettere contro le banche centrali, immaginando che queste non facciano tutto il necessario per supportare paesi in difficoltà, non è un buon affare. Ma accanto a un tema di natura tecnica – la protezione offerta dalla cattivissima Europa – vi è anche un tema di natura culturale che riguarda l’ingresso del nostro paese in una nuova stagione, all’interno della quale sono cambiate in modo radicale alcune coordinate dell’economia e all’interno della quale anche i mercati devono aver capito che diversi indicatori un tempo utili a segnalare imminenti pericoli semplicemente non lo sono più.

 

L’innalzamento del debito pubblico è uno di quei campanelli d’allarme che non lo sono più – ed è vero che l’Italia entro la fine dell’anno, così dice il Def, passerà dal 135 per cento del rapporto debito/pil al 155 per cento, ma è anche vero che la crescita esponenziale del debito riguarda anche altri grandi paesi, basti pensare agli Stati Uniti, che hanno portato il debito pubblico da quota 107 per cento del rapporto debito/pil a quota 114 per cento, e basti pensare anche a Spagna, Francia e Portogallo, che supereranno entro la fine dell’anno quota 130 per cento del pil. E lo stesso si potrebbe dire sia per le politiche in deficit – fino a un anno fa, in Italia, si parlava di manovre pari all’1,9 per cento del deficit, oggi, grazie all’allentamento del Patto di stabilità voluto dalla cattivissima Europa, si parla di manovre tra l’8 e il 10 per cento di deficit, e di dimensioni simili sono le manovre fatte da diversi paesi europei – sia per le politiche finalizzate a dare allo stato un maggior margine di azione nel mondo dell’economia, in virtù di una maggiore flessibilità sulle regole degli aiuti di stato decisa dalla cattivissima Commissione europea.

 

In questa nuova cornice, all’interno della quale la sostenibilità della fiducia di un paese è destinata a contare più della sostenibilità del suo debito pubblico, chi sembra essere rimasto indietro, intrappolato in una dimensione parallela, è tutta quella schiera di esperti e di economisti cresciuti e maturati a cavallo della crisi finanziaria del 2011 che in una stagione come quella attuale devono fare i conti con una rivoluzione culturale di cui forse dovrebbero prendere atto. Il ruolo dell’economista watchdog, inflessibile guardiano dei conti del paese, indefesso ammonitore degli spendaccioni di stato, infaticabile fustigatore dei professionisti delle politiche in deficit, è un ruolo che il vecchio e fissato rigorista – in un’epoca in cui lo stato dovrà avere necessariamente più peso, speriamo senza esagerare, in cui persino la Germania pensa a come nazionalizzare i suoi gioielli (oggi Lufthansa domani Deutsche Bank?) e in cui l'aumento del debito pubblico viene teorizzato persino dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi, arrivato a sostenere, nel suo famoso articolo sul Financial Times, che “livelli più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie, e saranno accompagnati da cancellazioni del debito privato” – deve in qualche modo riconvertire, insieme a tutto il resto della sua produzione, per fare i conti con una verità ormai difficile da negare: la sua sostanziale e progressiva inadeguatezza ai tempi che cambiano e la sua pericolosa e inevitabile distanza da una stagione politica in cui anche gli amanti della mano invisibile del mercato non potranno fare a meno di considerare l’importanza della mano invisibile dello stato.

 

Riconvertire la produzione non significa dimenticarsi di quanto sia importante avere un paese con i conti in ordine – se la Germania è riuscita a diventare un modello nella gestione della pandemia è stato anche perché per molti anni si è preoccupata di destinare la sua spesa pubblica a politiche finalizzate ad accrescere il benessere più di un paese che di un singolo partito. Significa piuttosto fare uno sforzo di creatività per offrire alla nostra classe dirigente non solo lagne su ciò che non andrebbe fatto ma anche e soprattutto idee utili per adattarsi al nuovo tempo, per essere efficienti nella gestione delle molte risorse che ci saranno, per trasformare una tragedia come quella che stiamo vivendo in una piccola opportunità per innovare il paese e in definitiva per combattere l’economia della gnagnera. I mercati anticipano quasi sempre le tendenze e forse lo stanno capendo. Sarebbe bene che gli economisti che hanno a cuore il paese facciano uno sforzo per uscire dalla trappola della nostalgia e aiutare tutti noi non a polemizzare sul passato ma a immaginare finalmente il futuro.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.