La pericolosa illusione di rimettere in moto il solito motore

Stefano Cingolani

Riaprono le aziende, ma quante di quelle (oltre due milioni) che si rimettono in moto troveranno una domanda per i loro prodotti e i loro servizi?

Oggi riaprono le aziende, ma quante di quelle (oltre due milioni) che si rimettono in moto troveranno una domanda per i loro prodotti e i loro servizi? Non solo perché la liquidità fornita dalla Banca centrale e dal governo non circola ancora o perché consumatori e utenti sono dominati dalla paura, ma perché questa crisi sta accelerando in modo frenetico processi già in formazione. L’industria mondiale dell’auto che ha fatto da traino anche all’Italia del nord-est, oggi è una delle più colpite: davvero si riprenderà come prima? I grandi gruppi investiranno ancora i loro quattrini nei modelli precedenti? Meno suv più mascherine? No, ma certo più vetture adeguate alle nuove necessità. Pensiamo alle città dove si vivrà distanziati, dove i limiti di velocità scenderanno a 30-40 chilometri orari, dove i tavolini dei bar prenderanno gli spazi dei parcheggi ai lati dei marciapiedi. Pensiamo alla filiera della sanità, dalla ricerca alla farmacia, che è ormai un settore strategico al pari dell’energia o della difesa. Per non parlare degli aerei, dei treni, della logistica, della distribuzione.

  

Poveri economisti, nel 2008 non avevano capito la crisi finanziaria e si sono beccati i rimbrotti della regina d’Inghilterra, nel 2011 hanno reagito in ritardo all’attacco ai debiti sovrani della Grecia, dell’Italia e della Spagna finché Mario Draghi non s’è avventurato “in terra incognita”, adesso fanno “la gnagnera” mentre sta crollando l’intero edificio, non solo quello economico, non solo quella sanitario, ma persino quello politico interno e internazionale, perché la pandemia rimette in discussione l’ordine liberale uscito vincitore dalla sfida con il comunismo sovietico. Nessun leader, nessuna egemonia, nessun polo. Non stiamo più nel mondo bipolare come durante la Guerra fredda, né in quello unipolare come tra il 1989 e l’attacco del terrorismo islamico alle torri gemelle l’11 settembre 2001, tanto meno nell’universo multipolare sognato da Barack Obama; entriamo in un mondo non polare, senza punti di attrazione. Il collasso degli Stati Uniti va oltre ogni aspettativa e non è solo frutto della isterica insipienza di Donald Trump, rivela infatti la profonda frattura tra i punti alti (le multinazionali digitali, per esempio) e l’economia tradizionale, si pensi al petrolio e alla crisi forse irrecuperabile dello shale oil che era stato la grande innovazione degli ultimi dieci anni in questo campo. La Cina, che molti temono possa dominare il mondo, sta mostrando la contraddizione di fondo tra i rapporti di produzione e la “sovrastruttura” politica e ideologica, il capital-comunismo è solo un ossimoro. Quanto a Putin, chiude nel suo scafandro da guerra biologica le ambizioni imperiali.

  

Poveri economisti, la colpa non è loro se non sono profeti. L’economia non è una scienza esatta e nemmeno la medicina, o meglio tutte le discipline scientifiche se sono davvero tali si basano sull’onere della prova. Tuttavia anche i migliori restano vittime delle idee del passato. Capire il presente in questo momento è impossibile, nessuno è in grado di addomesticare il caos. Quel che possiamo fare è osservarlo e raccontarlo.

   

Nulla sarà come prima è una frase retorica ed equivoca, ma non c’è dubbio che dovremo affrontare una mutazione complessa dell’industria, dei servizi, del lavoro, dell’organizzazione sociale e degli equilibri geopolitici. Una grande transizione, grande tanto quanto la crisi scatenata dalla pandemia. Sembra una osservazione di buon senso, eppure è lontana, lontanissima dal dibattito economico e politico. Chi sogna di girare la chiavetta e rimettere in moto il solito motore, è vittima di una pericolosa illusione. E qui più che con i poveri economisti, bisognerà prendersela con gli orrendi demagoghi.

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