La pandemia offre lezioni anche a chi la scorsa estate voleva votare

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Recovery fund alla francese, alla spagnola e alla von der Leyen, Mes, Coronabond, Eurobond, Bce e via elencando. Nel grande girotondo dell’Europa alle prese con il virus c’è di tutto. L’Europa si muove, lentamente ma si muove. E’ l’Italia che è ferma ed è sotto l’effetto ottico di un oggetto che si allontana a causa della propria immobilità. La verità è che finché in giro ci sono i Di Maio e il Truce e si continua a pensare che a Bruxelles ci sia Babbo Natale non ci sarà mai nulla in Europa per noi. Devono smobilitare quei due e forse Draghi si avvicina.

Marco Cecchini

Sulla giusta geografia della maggioranza ci sarà tempo per riflettere – anche se immaginare un Salvini costretto a votare un governo europeista è una perversione niente male – ma intanto accontentiamoci di quello che abbiamo grazie al quale abbiamo evitato ciò che in tanti la scorsa estate avrebbero desiderato: andare alle elezioni e far vincere Salvini per metterlo alla prova. Dove siete finiti, amici delle elezioni subito?

 

Al direttore - Nulla sarà più come prima. E’ questo lo slogan che viene maniacalmente ripetuto da più di un mese e adattato a ogni situazione o attività del vivere civile. Mi iscrivo dunque al club e confermo. Nulla sarà più uguale nel negoziato europeo. Alla sacralità dei tavoli di Bruxelles si sono già sostituite asettiche e efficientissime piattaforme online. Già questo cambia tutto. Esiste in primis la necessità, non scontata in Italia, di poter fruire di buone connessioni. In mancanza si rischiano scenari sfuocati ed espressioni fisse, con un eloquio balbuziente molto simile a quello di un cartone animato. Questo vale evidentemente non solo per le riunioni o tavoli di livello ministeriale ma anche per le numerose commissioni di carattere più tecnico. Esiste dunque la prioritaria necessità di un importante upgrade tecnico, sia in termini di software che di hardware. Si richiederà poi la capacità di affrontare con disinvoltura l’occhio fisso e luminoso di una telecamera, in luogo dello sguardo ostile o rassicurante dei colleghi. Insegnando in una università online ho avuto modo di osservare svariate volte, illustri e titolatissimi professori ordinari, crollare davanti ai secchi ordini di un cameraman, ai tempi contingentati, alla necessità di fissare la telecamera non spostandosi dal circoscritto spazio disponibile davanti a essa. Per non parlare dello sguardo smarrito non trovando davanti a sé studenti bensì la necessità di rispondere a una serie di incalzanti quesiti scritti. Tuttavia i veri problemi riguarderanno il posizionamento, le espressioni e i contenuti da esporre. Il video stanca e non ci sarà molto spazio per tatticismi o recite di “poesie” predefinite. I caminetti segreti saranno resi impossibili dalla totale condivisione del dibattito, frasi barocche e fumose si perderanno per magia nella rete. Sarà difficilissimo giustificare la presenza di invisibili sherpa, così come impossibile sarà lo scambio di “pizzini” fra colleghi in caso di emergenza. Consolidate alleanze saranno messe a dura prova. L’abitudine di ripetere maniacalmente espressioni evocative (Carthago delenda est) cederà il passo alla necessità di esprimere pochi concetti in forma chiara e sintetica, non tradendo con l’espressione del viso affaticamenti o emozioni, e evitando ammiccamenti che potrebbero essere colti da chiunque. Gli interminabili e interlocutori giri di tavolo andranno ad asciugarsi, cedendo il passo a interventi molto più brevi e incisivi, rispettando turni di parola e tempi. Pena la gogna on line e la patente di analfabeta digitale. Non sarà dunque solo un problema di età o di reattività, bensì di consapevolezza e di coscienza e conoscenza dei contenuti da esporre. Tutto ciò accadrà “in corsa”, senza un preavviso sufficiente a prepararsi, né i tempi per attivare un percorso di prova idoneo. La diretta assoluta, senza aiuti e senza paracadute, diventerà la regola per un paese che sulla capacità negoziale ha, negli anni, costruito gran parte del suo consenso. Su tale sfida l’Italia potrà misurare la sua virtù e selezionare una classe politica e amministrativa adeguata.

Francesco Tufarelli

Il coronavirus ha avuto sul nostro sistema politico e statale lo stesso impatto che ha di solito una safety car quando entra in un circuito di Formula 1: rallentando il paese permette a tutti di osservare quali sono i vizi e le virtù delle macchine in pista. Le macchine in pista, nel caso dell’Italia, sono le nostre istituzioni, il nostro stato, le nostre imprese e la crisi che stiamo attraversando ci sta ricordando che un paese come l’Italia per cominciare a essere virtuoso deve imparare molte cose ma una in particolare: smetterla di considerare i vizi come virtù e iniziare a pensare a cosa l’Italia può fare per se stessa senza chiedersi continuamente cosa possano fare gli altri per noi.

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