Basta ecoballe. Superare la politicizzazione dell'energia

Alberto Clò

Il governo Lega-M5s ha fatto molti annunci e qualche danno. Non è pensabile replicare la tattica del conflitto permanente. Il tentativo di realizzare la transizione energetica dovrà essere condiviso e serio

Con la caduta del governo Conte che accadrà a quella eufemisticamente indicata come “politica energetica italiana”? Politica che nei 14 mesi di vita del governo è progressivamente evaporata producendo poco o nulla. Si prenda, a titolo di esempio, il caso emblematico dei gasdotti in cui si è assistito, da un lato, alla fine della penosa telenovela del gasdotto Tap (sulla base di presunte penalità che si sarebbero dovute alternativamente pagare), e, dall’altro, al veto posto per ritorsione dal presidente del Consiglio ad un altro gasdotto, il Poseidon tratto terminale dell’EastMed, che avrebbe potuto veicolare sulle nostre coste le enormi risorse di metano scoperte nel Mediterraneo. Morale: il fallimento del progetto di fare dell’Italia un hub del gas in direzione nord Europa e, per contro, la vittoria dell’asse Mosca-Berlino che ci porrà in posizione di sudditanza verso i due paesi con la prossima realizzazione del gasdotto NordStream 2. Altri casi potrebbero analizzarsi, quali: il nessun ruolo dell’Italia in Europa nella fissazione dei nuovi obiettivi energia-clima (il ministro Luigi Di Maio non ha mai partecipato al Consiglio europeo dell’energia); l’inazione verso il dilagare dell’illegalità nel settore dei carburanti o delle rinnovabili; il voluto affossamento dell’industria petrolifera nazionale.

 

  

Con la caduta del governo due urgenze rischiano comunque di non trovare risposta. La prima è la messa a punto entro fine anno della nuova versione del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) siglato a fine 2018 dai ministri Di Maio, Toninelli, Costa (quasi identico a quello siglato un anno prima dai ministri Calenda e Galletti del governo Gentiloni) tenendo conto delle osservazioni formulate dalla Commissione europea. Riuscirvi sarà difficile visti i ristretti tempi e cercando di non fare le cose frettolosamente considerato che la sua stesura definitiva sarà vincolante e sanzionabile. In soldoni: se non rispetteremo gli impegni (crescita rinnovabili, miglioramento efficienza energetica, calo emissioni) dovremo pagare multe salate. La seconda urgenza a rischio è il venir meno dei provvedimenti legislativi – per altro già predisposti da lungo tempo – che avrebbero favorito il raggiungimento dei molto ambiziosi obiettivi fissati nel Pniec per il 2030, specie nel campo delle rinnovabili.

 

Al di là di tutto che valutazione darne nel merito? Se i passati Piani (circa una decina) fossero stati sufficienti a darvi seguito, al mondo non saremmo secondi a nessuno, se non che non sono mai stati realizzati. Per capirne la ragione è necessario aver conto di cosa debba intendersi per strategia energetica: un documento programmatico in cui il governo fissa interessi generali di lungo termine (sostenibilità, sicurezza, competitività); assicura la coerenza delle decisioni dei molti soggetti istituzionali che vi (inter)agiscono; verifica i risultati intervenendo eventualmente per correggerli. Valutare un Piano sulla base delle mille micro-azioni che prevede è poco significativo, dipendendo la loro realizzazione dalle convenienze di mercato e dalla sua coerenza con l’assetto istituzionale entro cui si cala. Un assetto centralistico/dirigistico – come accadeva sino agli anni 1990 – è altro da un regime di mercato in cui è determinante il ruolo degli agenti economici: i veri decisori.

 

Da qui alcune domande a iniziare dagli strumenti di cui lo stato dispone per indirizzare le cose nel senso auspicato. In passato il compito era affidato ai grandi enti pubblici (Enel ed Eni), a cui a seguito dei processi di liberalizzazione e di loro parziale privatizzazione sono state sottratte le finalità pubblicistiche – in primis essere “fornitore di ultima istanza” del paese – che ne guidavano le scelte, senza peraltro che ne venissero ridefinite le responsabilità ‘strategiche’ da parte dello stato-azionista. Oggi è il mercato a guidare le scelte, anche se nel recente passato la più parte degli investimenti è stata sostenuta da generosi incentivi o da una regolazione favorevole. Non possiamo pensare che questo avvenga anche in futuro a motivo soprattutto dell’impatto sui prezzi dell’energia sempre più insostenibili per milioni di famiglie. Se il Pniec si riducesse a una distribuzione di prebende le mancherebbe un fondamentale presupposto: la volontà degli imprenditori di credere nelle grandi opportunità tecnologiche, produttive, di mercato che si vanno palesando. Alla lunga gli incentivi distorcono mercato, concorrenza, capacità innovativa creando dipendenza dall’urticante volere della politica e dall’opaca discrezionalità delle amministrazioni pubbliche (come si è ampiamente visto). La ragione che un tempo li motivò, l’insufficiente convenienza delle rinnovabili, è d’altra parte venuta meno.

 

La prima sfida dell’ultimo piano è proprio quella di avviare un nuovo ciclo di investimenti capace in un decennio di quasi raddoppiare la potenza elettrica rinnovabile. Le dinamiche degli investimenti sono ampiamente insufficienti. Le imprese opereranno se nel loro interesse e non perché abbiano a cuore le sorti del pianeta. Lo faranno se potranno far conto su condizioni di certezza e stabilità della politica. Condizioni necessarie ma insufficienti in assenza di altre due: consenso sociale e credibilità della politica. Opposizioni ai progetti energetici sono riscontrabili ovunque, ma non nel modo parossistico osservato del nostro paese. L’energia è divenuta un diritto acquisito senza però essere disposti a pagarne il costo sociale.

 

La politicizzazione dell’energia ha frenato i processi decisionali anche per la crescente debolezza dei governi: più attenti agli immediati costi politico-elettorali delle loro decisioni che agli interessi generali di lungo termine. Nell’energia basta poco per bloccare tutto, senza nemmeno far più notizia, trovando anzi nei media una favorevole cassa di risonanza. Che ne siano interessate fossili o rinnovabili è ininfluente, visto che le maggiori opposizioni si rivolgono oggi a queste ultime. La politica ne è responsabile: perché cavalca ogni sorta di protesta lungo “geometrie variabili”: favorevole a una tecnologia a Roma (se si è al governo); contraria in periferia (se si è all’opposizione), o viceversa. Per rendere efficace una qualsiasi strategia energetica è pregiudiziale dar risposta a tre esigenze. Prima: riportare a unità e coerenza la policentrica governance dell’energia, frammentata in una pluralità di centri decisionali che ha prodotto un groviglio normativo, burocratico, giurisdizionale. Seconda: integrare la politica energetica in quella economica e industriale, come accade in Germania o in Francia, tanto più rilevante ove si consideri il ruolo di leva che l’energia potrebbe svolgere nella crescita della nostra economia. Terza: poter far affidamento sulla credibilità della politica, perché gli impegni che essa assume sono la base delle decisioni degli agenti economici. Ruolo dello stato è di concedere rapidamente le autorizzazioni per le azioni indicate come strategiche; farlo in tempi compatibili con le esigenze delle imprese; non modificare in corso d’opera le politiche decise o promesse come avvenuto incredibilmente col governo Conte che ha scippato fondi destinati alle rinnovabili per finanziare l’acquisto di quote dell’Alitalia per 650 milioni.

 

La credibilità della politica implica, in sostanza due cose. Uno: che una qualsiasi strategia sia proiettata nel lungo termine, dati i lunghi tempi di realizzazione delle decisioni. Due: che la politica sia impermeabile al mutare delle maggioranze governative (o dei ministri dell’Industria: dieci nei trascorsi dieci anni!). Condizioni che nel nostro paese non possono dirsi rispettate, come accaduto per lo sfruttamento delle nostre risorse di petrolio e metano considerato ‘urgente e strategico’ nella Sen del 2013 (governo Monti) e nella legge ‘Sblocca Italia’ del 2014 (governo Renzi) per essere sconfessato dai due successivi governi. Molte imprese estere e italiane, credendo nei (falsi) impegni della politica, avevano progettato, investito, assunto. Nonostante la sconfitta giuridica del referendum No-Triv del 2016, operare in Italia in questo settore è divenuto impossibile, con la cancellazione di 15 miliardi euro di investimenti. Il blocco delle attività decretato poi dal Mise dietro la pressione del M5s sta causando la chiusura di molte imprese, l’espulsione di molte migliaia di occupati, la distruzione di un distretto industriale di eccellenza. Di fatto, si sono privilegiate le importazioni di petrolio e metano, magari da aree in crisi come Libia e Algeria, piuttosto che far conto sulla produzione nazionale.

 

In conclusione: se con le dimissioni del governo non si perde granché, vista l’inazione che l’ha connotato, l’agenda delle scadenze pone seri dubbi sulla possibilità di dar seguito alle decisioni che si imporrebbero. Il nuovo governo dovrà prontamente por mano alla versione definitiva del Pniec, ma la parola, come detto, spetterà agli agenti economici. Saranno essi disposti a rischiare i loro denari sul labile assunto che questa volta la politica rispetterà gli impegni che ha preso? Il passato insegna che vi sono solide ragioni per dubitarne. Come recita un aforisma attribuito ad Abraham Lincoln: “Si possono ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo”.

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