L'Onu ha trovato un nuovo nemico dei diritti umani: la “guerra climatica”

Giulio Meotti

Un luogo comune smentito da tutti gli studi scientifici

Roma. Dimenticate la Cina, la proliferazione nucleare, i paesi baltici sotto le mire russe, la Corea del nord, il terrorismo islamico, l’Iran e altri fattori di destabilizzazione internazionale. Per l’Onu, la pace e i diritti umani sono oggi minacciati da un nuovo nemico: il clima. “Stiamo bruciando il nostro futuro, letteralmente”, ha detto lunedì il responsabile dei diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, definendo la crisi climatica una “minaccia globale per i diritti umani”. Secondo l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, “il mondo non ha mai visto una minaccia ai diritti umani di tale portata”, niente meno. Durante i recenti dibattiti fra i candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, l’ex deputato Beto O’Rourke, la senatrice Elizabeth Warren e l’ex segretario per l’Edilizia e lo sviluppo urbano Julián Castro, hanno identificato all’unisono i cambiamenti climatici come una grave minaccia geopolitica per gli Stati Uniti. Secondo alcuni di loro, addirittura superiore alla Cina e alla prospettiva della guerra nucleare. Il senatore socialista Bernie Sanders ha detto persino che “il cambiamento climatico è direttamente correlato alla crescita del terrorismo”. La vulgata ha ormai un pedigree politico impressionante. Ma esiste una vera prova di un legame tra i cambiamenti climatici e la guerra?

 

No, aveva già stabilito Halvard Buhaug, celebre politologo presso il Peace Research Institute di Oslo. “Le cause primarie della guerra civile sono politiche, non ambientali”, afferma Buhaug. Adesso lo conferma uno studio pubblicato su Nature. Le guerre climatiche non sono ancora alle porte, secondo un team internazionale di esperti provenienti da diversi contesti accademici. Il gruppo di lavoro, guidato da Katharine Mach di Stanford e che comprendeva undici esperti di clima e conflitti, ritiene che il clima abbia contribuito per un cinque per cento ai conflitti. Tuttavia, è probabile che questa percentuale salga al 13 se la temperatura media globale aumentasse di due gradi, scenario ipotetico stabilito (sempre che accada) per il 2100.

 

Qualche mese fa, un’altra ricerca pubblicata sempre su Nature a firma di quattro studiosi (Tobias Ide, Jon Barnett, Adrien Detges e Courtland Adams) aveva intrapreso un’analisi su larga scala di oltre cento articoli pubblicati sull’argomento e arriva alla conclusione che i legami tra i cambiamenti climatici e la guerra non ci sono e che l’intera letteratura “sopravvaluta i legami tra i due fenomeni”. Nel 2007 toccò al Darfur essere descritto come una “guerra climatica” dall’allora segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Il conflitto in Darfur è iniziato come una crisi ecologica derivante almeno in parte dal cambiamento climatico”. La tesi venne ampiamente respinta da una serie di studi accademici che avrebbero dimostrato, tra le altre cose, che la guerra non avrebbe potuto essere causata dalla siccità perché i livelli di pioggia nel Darfur erano aumentati prima dell’inizio della guerra. Sulla rivista Political Geography, Jan Selby e altri accademici hanno smontato anche la vulgata della guerra siriana causata dai cambiamenti climatici: “Secondo questa visione, il cambiamento climatico indotto dall’uomo è un fattore che ha contribuito all’estrema siccità in Siria prima della guerra civile; questa siccità a sua volta ha portato alla migrazione su larga scala; e questa migrazione a sua volta ha esacerbato i conflitti socioeconomici che hanno portato alla discesa della Siria in guerra. Non esistono prove concrete”.

 

Ci si domanda allora da dove la commissaria Onu Bachelet, che già intendeva inviare ispettori in Italia per indagare sul nostro razzismo, abbia tirato fuori la tesi di un legame fra clima e guerre. Forse voleva indicare un nemico invisibile, imponderabile, imbattibile. Uno di fronte al quale le Nazioni Unite possono fare quello che hanno sempre fatto molto bene: sventolare la bandiera bianca.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.