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L’Onu ha trovato un nuovo nemico dei diritti umani: la “guerra climatica”

Un luogo comune smentito da tutti gli studi scientifici

14 Settembre 2019 alle 06:00

L’Onu ha trovato un nuovo nemico dei diritti umani: la “guerra climatica”

Foto LaPresse

Roma. Dimenticate la Cina, la proliferazione nucleare, i paesi baltici sotto le mire russe, la Corea del nord, il terrorismo islamico, l’Iran e altri fattori di destabilizzazione internazionale. Per l’Onu, la pace e i diritti umani sono oggi minacciati da un nuovo nemico: il clima. “Stiamo bruciando il nostro futuro, letteralmente”, ha detto lunedì il responsabile dei diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, definendo la crisi climatica una “minaccia globale per i diritti umani”. Secondo l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, “il mondo non ha mai visto una minaccia ai diritti umani di tale portata”, niente meno. Durante i recenti dibattiti fra i candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, l’ex deputato Beto O’Rourke, la senatrice Elizabeth Warren e l’ex segretario per l’Edilizia e lo sviluppo urbano Julián Castro, hanno identificato all’unisono i cambiamenti climatici come una grave minaccia geopolitica per gli Stati Uniti. Secondo alcuni di loro, addirittura superiore alla Cina e alla prospettiva della guerra nucleare. Il senatore socialista Bernie Sanders ha detto persino che “il cambiamento climatico è direttamente correlato alla crescita del terrorismo”. La vulgata ha ormai un pedigree politico impressionante. Ma esiste una vera prova di un legame tra i cambiamenti climatici e la guerra?

 

No, aveva già stabilito Halvard Buhaug, celebre politologo presso il Peace Research Institute di Oslo. “Le cause primarie della guerra civile sono politiche, non ambientali”, afferma Buhaug. Adesso lo conferma uno studio pubblicato su Nature. Le guerre climatiche non sono ancora alle porte, secondo un team internazionale di esperti provenienti da diversi contesti accademici. Il gruppo di lavoro, guidato da Katharine Mach di Stanford e che comprendeva undici esperti di clima e conflitti, ritiene che il clima abbia contribuito per un cinque per cento ai conflitti. Tuttavia, è probabile che questa percentuale salga al 13 se la temperatura media globale aumentasse di due gradi, scenario ipotetico stabilito (sempre che accada) per il 2100.

 

Qualche mese fa, un’altra ricerca pubblicata sempre su Nature a firma di quattro studiosi (Tobias Ide, Jon Barnett, Adrien Detges e Courtland Adams) aveva intrapreso un’analisi su larga scala di oltre cento articoli pubblicati sull’argomento e arriva alla conclusione che i legami tra i cambiamenti climatici e la guerra non ci sono e che l’intera letteratura “sopravvaluta i legami tra i due fenomeni”. Nel 2007 toccò al Darfur essere descritto come una “guerra climatica” dall’allora segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Il conflitto in Darfur è iniziato come una crisi ecologica derivante almeno in parte dal cambiamento climatico”. La tesi venne ampiamente respinta da una serie di studi accademici che avrebbero dimostrato, tra le altre cose, che la guerra non avrebbe potuto essere causata dalla siccità perché i livelli di pioggia nel Darfur erano aumentati prima dell’inizio della guerra. Sulla rivista Political Geography, Jan Selby e altri accademici hanno smontato anche la vulgata della guerra siriana causata dai cambiamenti climatici: “Secondo questa visione, il cambiamento climatico indotto dall’uomo è un fattore che ha contribuito all’estrema siccità in Siria prima della guerra civile; questa siccità a sua volta ha portato alla migrazione su larga scala; e questa migrazione a sua volta ha esacerbato i conflitti socioeconomici che hanno portato alla discesa della Siria in guerra. Non esistono prove concrete”.

 

Ci si domanda allora da dove la commissaria Onu Bachelet, che già intendeva inviare ispettori in Italia per indagare sul nostro razzismo, abbia tirato fuori la tesi di un legame fra clima e guerre. Forse voleva indicare un nemico invisibile, imponderabile, imbattibile. Uno di fronte al quale le Nazioni Unite possono fare quello che hanno sempre fatto molto bene: sventolare la bandiera bianca.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    02 Ottobre 2019 - 16:04

    Sottoscrivo in particolare la conclusione. Ricordando il suo nobile ed autorevole passato, oggi di fatto l'ONU sta perdendo autorevolezza, credibilità ed efficienza giorno dopo giorno. E ciò malgrado la disponibilità di finanziamenti, di una rete globale di informazioni dirette perciò della possibilità di poter monitorare ciò che avviene nel mondo, valutarlo ed intervenire. Eppure l'ONU è sorto proprio sui Diritti Umani ovvero sulla sacralità, difesa e rispetto dei valori fondamentali che caratterizzano la più elevata concezione antropologica appartenente individualmente per diritto di nascita a tutto il genere umano, principalmente sul diritto alla vita e connessa libertà responsabile. Innegabile che tale concezione coincida con quella cristiana. Perciò io concluderei che il rinnegamento delle ideali fondamenta cristiane del Palazzo di Vetro siano via via sempre più minate da ben altre idealità antiumane e ideologie omicide che sentiamo, che lo faranno crollare come torre di Babele.-

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  • branzanti

    14 Settembre 2019 - 16:04

    In realtà la guerra all'ambiente la stanno conducendo gli Usa dell'amministrazione Trump. È di oggi la notizia dell'eliminazione di ogni limite allo sversamento di sostanze tossiche nei corsi d'acqua, dopo quelle sulle emissioni delle auto e delle centrali elettriche, sulle trivellazioni in aree protette e sullo smaltimento dei residui delle miniere di carbone. Così come sono state eliminate norme di protezione delle specie a rischio. Una guerra spietata alla natura (quando comincerà la distruzione dei parchi? Presto) che ricorda, in epoca moderna, solo quella attuata dall'Unione Sovietica, con risultati come il Lago Aral. Oltre ai danni alla salute per milioni di cittadini Usa, che non ci coinvolgono, queste politiche provocano conseguenze anche a livello planetario. È nostro dovere opporci con il solo mezzo disponibile : le scelte di acquisto di prodotti (carburante ad es.) e di luoghi per le vacanze. Il mondo è di noi tutti, difendiamolo da chi vuole, palesemente, distruggerlo.

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