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La propaganda è finita

Reddito di cittadinanza e quota 100 creano solo disoccupati e decrescita

Lega e M5s ammettono nel Def che le misure bandiera portano meno occupazione (0,2) e più disoccupazione (0,3). Il caso Tridico. “E’ ora di ridurre le ore di lavoro”

11 Aprile 2019 alle 06:09

Reddito di cittadinanza e quota 100 creano solo disoccupati e decrescita

Foto Imagoeconomica

Roma. Milton Friedman ricordava che “se paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non essere sorpreso se produci disoccupazione”. E invece, ignorando questa banale considerazione del premio Nobel per l’Economia, tutto il paese è stato colto di sorpresa quando ha scoperto che il governo ha dovuto ammettere che “reddito di cittadinanza” e “quota centodistruggeranno posti di lavoro. Naturalmente non sono cose che i gemelli del deficit, Di Maio e Salvini, dicono nei talk-show ma sono dati visibili nel Def da loro approvato due giorni fa.

 

Nella tabella che valuta l’impatto di “reddito di cittadinanza” e “quota 100”, il governo ha dovuto ammettere che le due misure bandiera di M5s e Lega faranno ridurre il tasso di occupazione di 0,2 punti e aumentare il tasso di disoccupazione di 0,3 punti. E, al di là della quantificazione più o meno ottimistica dell’effetto negativo, non poteva essere altrimenti.

 

Con la legge di Bilancio i due partiti di governo hanno individuato i due propri gruppi sociali ed elettorali di riferimento: da un lato coloro che non lavorano; dall’altro coloro che lavorano da tanto tempo. E a entrambi – in maniera molto coerente – hanno offerto la stessa cosa: soldi per non lavorare. I primi verranno pagati dallo stato se continuano o cominciano a non lavorare (reddito di cittadinanza); i secondi se smettono di farlo (quota cento). In questo senso la riduzione dell’occupazione non è un effetto indesiderato, ma l’unica logica conseguenza della politica economica del governo che ha preferito l’aumento della spesa assistenziale alla riduzione della pressione fiscale e contributiva sulle categorie produttive (imprese e lavoratori). E per giunta lo ha fatto indebitandosi enormemente, una mossa autolesionistica per un paese fortemente indebitato e con un bassissimo tasso di occupazione.

 

Si obietterà che i partiti di maggioranza hanno ottenuto la fiducia degli elettori proprio promettendo questo tipo di offerta politica: più deficit e più spesa sociale. Ci sono buone argomentazioni a favore di questo tipo di politica economica: si può dire che il reddito di cittadinanza è necessario per ridurre la povertà e la disuguaglianza, come si può dire che quota cento è fondamentale per far riposare persone che hanno lavorato a lungo. Ma ciò che non si può sostenere (senza dire una grossa bugia) è che siano misure che fanno crescere l’economia e creare occupazione. Per mesi tutti gli esponenti del governo, da Luigi Di Maio a Matteo Salvini, hanno propagandato gli effetti miracolosi delle loro misure. Il reddito di cittadinanza avrebbe abolito la povertà, fatto crescere il pil e aumentare l’occupazione (un ritrovato buono contro tutti i mali, come l’olio di serpente). Quota 100 – ovvero dare soldi agli anziani facendoli pagare ai giovani – sarebbe stata una politica a favore dell’occupazione giovanile: “Per ogni persona che va in pensione ci saranno tre nuovi assunti”. Un economista consulente governativo aveva persino teorizzato che spendere 6 miliardi in deficit per il reddito di cittadinanza avrebbe regalato al governo altri 12 miliardi da spendere in deficit l’anno dopo, e per questa supposizione è stato premiato con la presidenza dell’Inps.

 

Gratificato per il nuovo incarico Pasquale Tridico ora vuole anche ridurre l’orario di lavoro. Non ci sarà crescita del pil potenziale, non ci sarà crescita del pil reale. Ci saranno meno occupazione e più disoccupazione, perché il lavoro non si crea per decreto o per sussidio, né si liberano posti per i giovani dando soldi agli anziani: “Il calo del numero degli occupati a seguito del nuovo canale di accesso al trattamento pensionistico porterebbe a una corrispondente riduzione delle forze di lavoro” scrive il governo nel Def, prevedendo un turnover “pari a circa il 35 per cento” (che vuol dire 0,3 a 1, altro che 3 a 1). Non sorprende che – sopraffatto dalla realtà – sia il governo ad ammetterlo nei suoi documenti ufficiali. Ciò che sorprende è che buona parte del mondo dell’informazione e gran parte del paese continuino a credere alla propaganda a cui neppure il governo crede più.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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Commenti all'articolo

  • Mario 1

    11 Aprile 2019 - 10:10

    No caro Capone quota 100 fa giustizia appunto su chi ha lavorato e sempre versato regolarmente ,l'unica categoria tartassata da Montì, è in contrasto con l'articolo scritto. E ciò nonostante anche nel governo monti il buco dei debiti è aumentato.Sono d'accordo sul reddito di cittadinanza che regala soldi probabilmente a chi lavora in nero.

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  • Giovanni Attinà

    11 Aprile 2019 - 10:10

    Caro Cerasa, tutto vero: quota 100 e reddito di cittadinanza portano effetti negativi per la crescita e l'aumento della disoccupazione. Solo che, in attesa del 26 maggio, l'Italia politica delle cosiddette opposizioni sembra in sonno . Le alternative mancano sempre più e non si vedono programmi, idee per una campagna che svegli l'Italia, intesa quella dei sondaggi. Poi vedo che si continua a discettare sulle fidanzate dei vice premier. Davvero un modo singolare del mondo dell'informazione, con buona pace del giornalismo di qualità.

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  • giantrombetta

    11 Aprile 2019 - 09:09

    Complimenti a Capone e al Foglio, soprattutto per la conclusione: non stupisce più che tanto la propaganda dei governanti, perché prima o poi ci pensano i numeri e la realtà a far chiarezza., Stupisce invece, e molto, che tale propaganda sia fatta propria,,ovvero alimentata, da “buona parte del mondo dell’informazione”.

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