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Catch-all Salvini

Prove di partito della nazione. Cosa intende il leader leghista quando dice di voler andare “oltre” il centrodestra

13 Aprile 2019 alle 06:00

Catch-all Salvini

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Roma. “Chi pensa di imbrigliarmi nei vecchi schemi non ha capito che io guardo oltre, molto oltre”, giurano di avergli sentito pronunciare queste parole durante il vertice con lo stato maggiore leghista dello scorso martedì. Cinque lettere, “oltre”, che significano “catch-all Salvini”. Partito pigliatutto, partito che seduce a destra e a manca, che conquista l’inaspettato, che strizza l’occhio a moderati e sovranisti, a centristi e conservatori, a liberali e liberisti, a ex berlusconiani e delusi renziani. È il così detto e autoproclamato “partito del buon senso”, versione salviniana del “partito della Nazione”, quello che lo scorso dicembre si è raccolto in piazza del Popolo per applaudire il discorso del “Capitano”, puntellato di citazioni sorprendenti, da Alcide De Gasperi a Martin Luther King. Il progetto che non riuscì né a Silvio Berlusconi né a Matteo Renzi potrebbe intestarselo lui, il Camaleonte aduso alle metamorfosi.

 

A trentacinque anni esatti dalla sua fondazione, della Lega delle origini non è rimasto che Alberto da Giussano, la spilla sempre appuntata al petto del vicepremier, cresciuto alla scuola di Umberto Bossi e, come lui, capace di una straordinaria empatia con le masse. Chi lo conosce bene descrive un Salvini tollerante, abile incassatore, in questo il governo con i grillini è palestra quotidiana, tuttavia sottovalutarne ambizioni e capacità può rivelarsi fatale. “Fanno di tutto per incasellarmi di qua o di là ma io sfuggo ai loro pregiudizi”, confida lui svelando la dote del Camaleonte, per l’appunto, unitamente a una certa dose di umiltà che è antidoto alle opinioni preconcette.

 

“Autosufficienza politica” è la formula magica che anima le ambizioni recondite del segretario leghista; archiviata l’epoca delle photo opportunity con il Cav, Salvini mira alla “seconda metamorfosi” per la grande corsa solitaria: da federalista a sovranista, da sovranista a nazionale, la Lega può muoversi sulle proprie gambe. L’ex liceale di Bande nere, il quartiere periferico dov’è cresciuto, diplomato con 48 su 60, già fondatore dei Giovani comunisti padani, per venticinque anni consigliere comunale a Palazzo marino e neo-perno di una modesta Internazionale sovranista, archivia l’antieuropeismo folcloristico per vagheggiare il ritorno all’“Europa del Trattato di Maastricht, al sogno europeo di papa Giovanni Paolo II per un’Europa che ha senso se riconosce le identità”. Le parole sono le sue, e quando qualcuno gli fa notare che, in occasione delle europee 2014, il segretario del Carroccio aizzava la folla del “Basta euro tour” paragonando la moneta unica ad un “crimine contro l'umanità”, lui alza le spalle: il futuro è da scrivere.

  

Proprio all’indomani delle scorse europee, in una movimentata direzione del Pd, l’allora premier-segretario Matteo Renzi, forte del 40,8 percento dei suffragi, annunciava la volontà di aprire le porte del partito a realtà diverse, da Sel a Scelta civica: “Il Pd – scandiva Renzi – deve essere un partito che si allarga, Alfredo Reichlin lo ha chiamato il ‘partito della nazione’”. Il compianto dirigente del Pci aveva parlato, in un editoriale sull’Unità, di “partito per la nazione”, capace di “guardare al profondo e di volare alto” nell’interesse della democrazia e delle generazioni che rischiano di essere “spazzate via”.

 

Per il leader leghista “le ideologie non esistono più, la politica attuale richiede buon senso e pragmatismo”, per questo liquida lo scontro fascisti-comunisti, attorno al 25 aprile, a “roba da storici”, e questa impostazione di fondo rende ogni giorno più travagliata la convivenza con i pentastellati. Il partito del fare contro quello del non fare, il sì alla crescita, alle infrastrutture, ad una giustizia giusta contro i rigurgiti manettari: se non è questo il programma di un partito nuovo di zecca? “Bisogna dare una mossa al paese, e se questi non si convincono con le buone...”, commenta un autorevole esponente leghista, dove “questi” vuol dire i grillini, quelli del rinvio permanente eretto a prassi di governo.

  

Lo scorso martedì, al super vertice chez Salvini a base di pizze e birra, in quell'appartamento che, per singolare coincidenza, si affaccia su Palazzo Grazioli, come pendolo geografico tra il centrodestra che fu e il contenitore che sarà, erano presenti ministri leghisti e governatori del nord in assetto di guerra. La Lega è pronta a correre da sola, libera dai veti di partiti e partitini, basta con le formule del passato, anche perché, ha ragionato più di qualcuno, “sul federalismo differenziato, per esempio, siamo sicuri che Fratelli d'Italia si comporterebbe in modo diverso dai grillini?”. Salvini ha ascoltato il cahier de doléances di ciascuno, l’insofferenza per l'inconsistenza grillina è enorme, il trio Toninelli-Costa-Bonafede come emblema della vocazione all'incompetenza e alla paralisi.

 

Il nodo resta l’economia, gli indicatori con il segno meno, il nord che sbuffa, lo sbloccacantieri che non sblocca, il piatto dell’autonomia che piange, la manovra del prossimo autunno rovente; i motivi per rompere, all’indomani del voto europeo, non mancano, a patto che, spiega un ministro leghista, “si possa andare al voto a settembre o al massimo entro il 2020”. Dunque, se “partito del buon senso” sarà, Salvini vuole approdare a Palazzo Chigi da unto del popolo, e l’orientamento del Quirinale potrebbe remare a suo favore. A quel punto, la metamorfosi finale sarebbe la chiave per il successo: “catch-all Salvini”. Il fidato Luca Morisi gli segnala un dato, elaborato dall’Espresso: con oltre 11 milioni di interazioni (somma di like, condivisioni e commenti), il Capitano totalizza, da solo, quanto tutti gli altri politici messi insieme. Salvini reagisce com’è nel suo spirito: zero compiacimento, urge una passeggiata a piedi nei pressi di Fontana di Trevi, nell’ora di punta, tra la folla incredula. La gente, le masse, il suo habitat naturale. Il ragazzo di Bande nere stringe le mani, posa per i selfie, sorride a tutti. E se fosse lui alla fine a fare quel partito della nazione che in tanti hanno provato a fare senza mai riuscirci? Chissà.

Annalisa Chirico

Classe 1986. Dottorato in Teoria politica alla Luiss Guido Carli, apprendistato pannelliano e ossessione garantista. Scrive di giustizia, politica e donne. "Siamo tutti puttane - Contro la dittatura del politicamente corretto" è il titolo del suo bestseller. Sul suo profilo Facebook si legge la seguente frase: "La mente è la mia chiesa, i tacchi il mio paracadute". Presiede Fino a prova contraria - Until proven guilty, il movimento cool per una giustizia giusta ed efficiente.

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