Il poker di Visegrád

Stefano Cingolani

Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia: sovranisti con i fucili e i denari degli altri. Forti ambizioni per il dopo voto europeo, ma c’è aria di bluff

Due luoghi, due piccole città medievali, due Europe. Maastricht a ovest, Visegrád a est, da una parte l’Olanda delle autonomie, delle libertà, dei commerci, dall’altra l’Ungheria dei principi, dei vassalli, dei conquistatori. A Maastricht morì nel 1673 il comandante dei moschettieri Charles de Batz de Castelmore D’Artagnan mentre il Re Sole, campione non solo della monarchia assoluta, ma dello stato-nazione, cercava di sottomettere i Paesi Bassi. A Visegrád, sulle rive del Danubio, luogo di conservazione della corona apostolica di Santo Stefano d’Ungheria, nacque Luigi I, che passò la sua vita nel tentativo di piegare la Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli. Più che campione dell’Europa cristiana contro l’invasione turco-musulmana, fu il condottiero di un’Europa lontana sia dal Sacro romano impero germanico sia dall’Italia plurale e umanistica. Sembrano digressioni scolastiche, eppure la storia c’entra eccome, non solo non è mai morta, ma è diventata la boa che tiene a galla questo vecchio continente alla ricerca d’identità, di radici, di ragion d’essere. E pochi luoghi come Maastricht o Visegrád sono immagine e simbolo di una Unione spaccata in due. Ci sarebbe, in teoria, un terzo polo che dovrebbe avere (se stiamo alla storia) le fattezze di Roma, ma non esiste un “fronte latino”, la Spagna è da sempre legata alla Germania, la Francia continua a sgomitare per una Europa potenza, sognata fin dai tempi del generale de Gaulle, quanto all’Italia è divisa, come sempre: una parte sta con Visegrád e un’altra con Maastricht. Accadde in passato e vinse Maastricht, adesso il governo nazional-populista suona i corni d’oriente e vuol convincere che Visegrád ci conviene. Ma è così? Cosa rappresenta davvero il patto post-comunista che unisce l’Ungheria alla Polonia, la Repubblica ceca alla Slovacchia? Guardando più da vicino quel singolare quartetto, potremmo dire che Visegrád non sopravvive senza Maastricht, ma non arriviamo a conclusioni affrettate.

   

Il gruppo dei quattro conta nell’insieme 64 milioni di abitanti, ma ha condiviso una storia comune solo durante il comunismo

Il gruppo dei quattro si è formato attorno a un accordo di cooperazione politica siglato il 15 febbraio 1991. La cittadina magiara fu scelta come luogo dell’incontro, ricordando il Congresso medioevale del 1335 tra Giovanni I di Boemia, Carlo I d’Ungheria e Casimiro III di Polonia. Nel loro insieme Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia contano 64 milioni di abitanti, ma hanno condiviso una storia comune solo durante il comunismo. Dopo aver conquistato l’indipendenza con lo smembramento dell’Impero austro-ungarico nel 1918, Polonia e Cecoslovacchia vennero poi occupate dalla Germania nazista nel 1939, mentre l’Ungheria entrò in guerra nel 1941 a fianco di Italia e Germania. L’arrivo delle truppe sovietiche e la fine della Seconda guerra mondiale portarono a una libertà di breve durata, interrotta dall’inclusione nel Patto di Varsavia nel 1955. I decenni di dominazione sovietica furono segnati dalla rivolta ungherese del 1956 e della Primavera di Praga nel 1968. Dopo la caduta dell’Unione sovietica, i quattro paesi di Visegrád hanno volto lo sguardo a occidente. Dal 1999 si sono uniti alla Nato e hanno avanzato la propria candidatura per l’ingresso nell’Unione europea. Nel 2004, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sono entrate nella Ue, insieme a Lettonia, Estonia e Lituania, Slovenia, Malta e Cipro. Da allora in poi si sono distinti per il loro dinamismo economico, basato su quattro fattori principali: il basso costo del lavoro, gli incentivi fiscali offerti dai governi, i denari affluiti dalla Ue e la delocalizzazione delle industrie occidentali.

   

Dal 1999 nella Nato, nel 2004 sono entrati nell’Unione europea e si sono distinti per il loro dinamismo economico

La Slovacchia è un caso di scuola per l’industria dell’auto, soprattutto tedesca. Anche in seguito alla conquista della Skoda che la Volkswagen ha strappato sul filo di lana alla Renault nel 1991, il paese produce 198 auto ogni mille abitanti, il livello più alto al mondo, non c’è Cina che tenga. I flussi finanziari esteri nell’area centro-orientale superano la metà del prodotto lordo, mentre nei paesi occidentali è di circa dieci punti inferiore, ma la differenza principale è che l’Europa di Maastricht investe in quella di Visegrád, non viceversa. I ritmi di sviluppo restano alti, attorno al 3 per cento in media, tuttavia il prodotto lordo pro capite nella Repubblica Ceca è ancora all’86 per cento rispetto alla media europea, in Ungheria e Polonia il dato scende attorno al 70 per cento. Senza la Ue o fuori dalla Ue sarebbero cresciuti di più? E che cosa sarebbe accaduto con la moneta unica che impedisce svalutazioni interne?

  

Solo la Slovacchia ha adottato l’euro che non ha affatto depresso la crescita, anzi. La moneta non è il fattore principale che determina lo sviluppo di medio-lungo periodo, bisogna guardare invece ai fondamentali, all’economia reale. Prendiamo la Polonia che conserva la sua valuta, anche se il dibattito è aperto, con la sinistra favorevole a un futuro ingresso nell’euro mentre la destra vorrebbe sbarrare la strada per sempre. Dopo l’iperinflazione post-comunista e la svalutazione che ha fatto spostare la virgola di quattro posti (un nuovo zloty contro 10 mila vecchi), la Banca centrale ha ottenuto un’ampia autonomia dal governo. Lo scopo fondamentale è la stabilità dei prezzi. La Banca nazionale polacca mantiene i tassi d’interesse a un livello coerente con l’inflazione che rappresenta l’obiettivo della politica monetaria (il target è al 2,5 per cento), lasciando che sia la politica fiscale a perseguire crescita e occupazione. Una impostazione decisamente ortodossa. La Banca centrale non determina direttamente il tasso di crescita della moneta né il livello di tasso di cambio che fluttua liberamente, anche se è possibile un intervento sul mercato secondario delle valute in caso di grave instabilità. Dall’adesione all’Unione europea in poi tutti i governi polacchi hanno mantenuto un disavanzo attorno al 3 per cento del prodotto lordo e un debito pubblico inferiore al 60 per cento, persino negli anni della crisi finanziaria mondiale. In teoria, dunque, i criteri di Maastricht sono stati rispettati, l’adesione all’euro che avverrà “quando le condizioni saranno ritenute ottimali” (questa la formula usata) è una questione squisitamente politica non economica.

  

Il cambio flessibile ha aiutato la crescita? Anche la risposta a questa domanda è più politica che economica. Ciò vale per la stessa Repubblica ceca o per l’Ungheria. Se è vero che la moneta unica non ha aumentato la convergenza tra economie con performance molto diverse (si pensi a Italia e Germania) è vero anche il contrario. La corona ceca e il fiorino ungherese non hanno colmato il fossato storico tra i due paesi. L’Ungheria ha un tasso di sviluppo tra il 3 e il 4 per cento, un debito pubblico pari al 73 per cento del prodotto lordo, ma in discesa e ciò ha evitato procedure di infrazione. La vera distanza è nella economia privata. in base ai dati Eurostat, in Ungheria il salario medio orario nel 2017 ammonta a 9,1 euro all’ora, in crescita rispetto agli anni precedenti. Solo quattro stati europei hanno un salario medio orario più basso: Romania, Bulgaria, Lettonia e Lituania. Quello italiano supera di poco i 28 euro. Secondo il Fondo monetario internazionale, la Repubblica ceca ha un prodotto lordo pro capite di 35 mila dollari (in parità di potere d’acquisto), la Slovacchia 32 mila, la Polonia 29 mila e l’Ungheria 28 mila. L’Italia è a 38 mila dollari. Il primo ministro Mateusz Morawiecki, che di mestiere faceva il banchiere e l’economista, prevede che la Polonia impiegherà dieci anni per portarsi sulla media della Ue. È vero, dunque, che il tasso di crescita dei quattro paesi viaggia su binari paralleli, ma la rincorsa sembra quella tra Achille e la tartaruga.

  

Ancor più discutibile è che Varsavia, Praga, Bratislava e Budapest abbiano una effettiva identità politica e interessi comuni, spiega Fabio Parola dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale: “Più che una organizzazione vera e propria, il gruppo di Visegrád è una cornice di cooperazione strategica la cui efficacia varia in base al grado di coesione tra le quattro capitali verso i temi di volta in volta sul tavolo”. Se l’atteggiamento verso i migranti li avvicina, il rapporto con gli Stati Uniti e la Russia allontana certamente la Polonia dall’Ungheria. Mentre l’Austria conservatrice è tornata a titillare antiche brame (il governo di destra guidato da Sebastian Kurtz vorrebbe diventare anello di congiunzione) e la Germania resta il perno geopolitico per l’intera Europa centro-orientale.

 

La Slovacchia, un caso di scuola per l’industria dell’auto. Ma è l’Europa di Maastricht investe in quella di Visegrád, non viceversa

Il gruppo di Visegrád si è trovato nel mirino dopo che Polonia e Ungheria sono finite sotto accusa per violazione dei valori fondamentali dell’Ue, in base all’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Si tratta degli unici casi, finora, in cui si è avviata questa procedura, che può arrivare fino alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio. L’articolo 7 è stato attivato contro la Polonia nel dicembre 2017, dopo l’approvazione di una riforma della giustizia voluta dal governo di Varsavia che, secondo la Commissione, mette a rischio l’indipendenza dei giudici. La procedura contro l’Ungheria, invece, è scattata nel settembre 2018 con un voto del Parlamento europeo, in seguito al rapporto della deputata olandese Judith Sargentini che ha accusato il governo Orbán di violare i diritti di migranti e richiedenti asilo, di ridurre la libertà di stampa, oltre che di corruzione e conflitto di interesse.

  

Il risultato del secondo turno delle presidenziali slovacche il 31 marzo scorso ha incrinato l’asse di destra grazie alla netta affermazione di Zuzana Caputová, europeista vicina ai Verdi, che ha raccolto il 58 per cento delle preferenze totali nello scontro diretto con l’ex commissario europeo Maros Sefcovic. Sebbene la presidenza della repubblica non abbia poteri esecutivi, a parte la responsabilità di indicare il primo ministro, porre il veto a disegni di legge e nominare i giudici ai vertici del sistema giudiziario (il che non è poco), le elezioni hanno segnato una svolta. L’opposizione ha rialzato la testa dopo l’omicidio nel febbraio 2018 del giornalista investigativo ventisettenne Jan Kuciak e della sua fidanzata, il cui lavoro aveva esposto le connessioni tra i circoli politici slovacchi e la criminalità organizzata, costringendo il primo ministro Robert Fico, esponente del partito socialdemocratico Smer, alle dimissioni. Il 14 marzo, a due giorni dal primo turno, le autorità slovacche hanno comunicato di avere incriminato come mandante dell’assassinio l’imprenditore Marian Kocner, uno degli uomini d’affari più in vista del paese in rapporto stretto con i vertici dello Smer.

  

Rifiutano sia la marcia per quanto lenta verso un’Europa federale sia l’Europa a due o più velocità che piace a Macron

In vista delle elezioni del Parlamento europeo, il quartetto centro-orientale cerca posizioni comuni sul futuro della Ue, rifiutando sia la marcia per quanto lenta verso una Europa federale sia l’Europa a due o più velocità che piace a Emmanuel Macron. Quel che vuole è la Unione così com’è, con più spazio al suo interno. Finora i paesi di Visegrád non hanno mai ottenuto poltrone di particolare rilievo, tranne per la ceca Věra Jourová, commissaria per la Giustizia e la protezione dei consumatori dal 2014. Mentre si ipotizza che Jourová possa rimanere al proprio posto anche nella prossima Commissione, lo slovacco Sefcovic, vice presidente della Commissione per l’unione energetica, si è ritirato dagli impegni istituzionali prima delle elezioni presidenziali nelle quali è stato sconfitto. Non si sa, invece, quale sarà il futuro di Tibor Navracsics, commissario ungherese per Educazione, cultura gioventù e sport, e di Elzbieta Bienkowska commissaria polacca per il Mercato interno.

  

Un braccio di ferro è in corso sul bilancio quadro per il 2021-2027 che stabilisce sia la quota di contributi versati da ciascuno stato membro al bilancio comune dell’Ue sia il volume di stanziamenti che da Bruxelles sono indirizzati verso le varie regioni. Finora tutti e quattro i paesi sono tra i beneficiari netti dei trasferimenti finanziari della Ue, hanno cioè ricevuto più fondi di quelli che hanno versato. La Polonia è in testa con un attivo di 8,6 miliardi di euro, L’Ungheria segue con 3,1, poi la Repubblica ceca con 2,5 e la Slovacchia (un miliardo). La Commissione, però, ha già chiarito che intende proporre di vincolare la concessione di una parte delle risorse al rispetto delle regole europee. Il riferimento, non troppo velato, è soprattutto a Polonia e Ungheria.

  

L’ambizione per il dopo elezioni è costituire un Visegràd 2, con l’obiettivo di costruire un ponte con tutti gli euroscettici. Parole d’ordine “Europa forte”, difesa delle frontiere comunitarie, riconoscimento del Gruppo dei 4 in ogni discussione sulle prospettive dell’Unione, valorizzazione del modello politico-economico. Vasto programma, solo che il quartetto non possiede le truppe per difendere i propri confini dalla Russia o da una potenza ostile (a quello ci pensa la Nato), né ha le risorse per sostenere lo sviluppo economico senza l’aiuto esterno (a quello ci pensa la Ue). Sovranisti con i fucili e i denari degli altri. Troppo facile. Sorge così la domanda numero uno: e se fosse tutto un grande bluff? I quattro hanno assunto una rilevanza politica europea e internazionale grazie alla demagogia di Viktor Orbán abilissimo nel fare il doppio gioco, perché l’autocrate ungherese in realtà non vuole affatto lasciare la famiglia politica nella quale è insediato, intende essere l’ala destra del Partito popolare ed esercitare da lì la sua pressione, se non proprio un ricatto politico. Chi si lega a lui rischia di restare appeso nel vuoto come un caciocavallo, lo si è visto con Matteo Salvini, ma non solo. Per i paesi dell’Europa centro-orientale la Ue è stata nello stesso tempo una banca e un’ancora; nessuno vuole tagliare la gomena perché dalla parte opposta di Maastricht, in realtà, non c’è Visegràd, ma Mosca. È più facile che zar Vladimir allunghi gli artigli prima che un erede dei Longobardi metta insieme gli eredi di Attila e quelli di Roma. Ma in ogni caso ci vuole chi, come direbbe un giocatore di poker, abbia il fegato di dire “vedo”.