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Perché Fiat (ormai americana) investe a Detroit e non a Torino

Trump esulta per i posti di lavoro in Michigan. Manley sterza dai piani marchionneschi e Di Maio ha dato l’alibi alla fuga

27 Febbraio 2019 alle 20:13

Perché Fiat (ormai americana) investe a Detroit e non a Torino

Foto LaPresse

Milano. “Grazie Fiat Chrysler. Stanno tutti tornando negli Stati Uniti”, esulta Donald Trump in volo verso Hanoi, inneggiando alla decisione del gruppo sempre più americano che italiano. Che gran colpo per Trump, la scelta di Fca di puntare 5,4 miliardi di dollari per rimettere a nuova tre fabbriche e costruirne una quarta in Michigan e creare così 6.500 posti di lavoro in un’area a forte rischio disoccupazione, soprattutto dopo che, tre mesi fa, General Motors aveva annunciato la chiusura di tre impianti, presto seguita da Ford. Grazie Fca hai capito che quel che conta è stare in America “where the action is”, sottolinea il tweet dell’inquilino della Casa Bianca che si prende così la sua personale vendetta verso Gm e Ford grazie alla più piccola delle case di Detroit, quella che in dieci anni ha investito negli Stati Uniti 14,5 miliardi di dollari che hanno consentito la creazione di 30 mila posti di lavoro. Ed è un gran giorno anche per l’Uaw, il sindacato delle tute blu, che finalmente sente parlare di investimenti e di assunzioni. “E’ la conferma che i nostri operai dell’auto, gli iscritti all’Uaw, sono i più bravi del mondo”, si allarga Cindy Estrada, responsabile locale del sindacato. Naturalmente esagera, ma un po’ di euforia non guasta in certe occasioni. Una sensazione, peraltro, che non è destinata a contagiare l’altra metà dell’universo Fiat Chrysler, sempre più yankee, sempre più lontano dal Lingotto, il quartier generale della Fiat dove, del resto, non c’è né la scrivania del presidente, John Elkann, che ha preferito traslocare il suo ufficio torinese presso la Fondazione Agnelli, né il ceo Mike Manley, che in riva al Po ci passa di rado. E si allarga la distanza tra Detroit e l’Italia, specie Torino che sembra sparita dai radar del quartier generale di Londra.

 

A fronte di un piano dettagliato, già compresi i tempi di esecuzione e gli accordi con le amministrazioni per i nuovi impianti in Michigan, il dossier Italia si muove a fatica dopo che gli investimenti già annunciati sono finiti in freezer dopo l’annuncio delle eco-tasse governative. Certo, l’annuncio, via sindacato, che a maggio partiranno a Pomigliano i lavori nella lastratura e nel reparto verniciatura è stato interpretato come un segnale che dopo tanti annunci, prenderà finalmente il via il sospirato nuovo Suv dell’Alfa, nell’ambito di quel piano industriale presentato la primavera scorsa da Sergio Marchionne e che oggi sembra già vecchio. Ma, a fronte della dovizia di dati a corredo del progetto americano, gli impegni in Italia restano vaghi, un po’ fumosi.

 

Tutta colpa del vicepremier? “Di Maio ha le sue responsabilità – commenta Giuseppe Berta, l’economista più attento ed informato sulle sorti del pianeta Fca – Ma l’Italia, a partire da Torino, avrebbe diritto ad un maggior rispetto. Compresi gli operai che probabilmente non sono meno bravi di quelli del Michigan”. La sensazione, insomma, è che , al di là delle rassicurazioni di rito, l’ equilibrio, pur instabile, assicurato da Marchionne, si sia rotto. Pesano i numeri, perché il Nord America con i suoi 2,6 milioni di vetture vendute nel 2018 (su un totale di 4,8 milioni) e i tra quarti abbondanti dei profitti è oggi senz’altro il cuore dell’impero governato da Manley per conto di John Elkann. Ma, al di là dei bisogni, come amava ripetere Sergio Marchionne citando Lewis Carroll, contano i sogni. E quelli dei due ingeneri, Elkann e Manley, guardano agli Stati Uniti. Poco conta che il mercato americano sia in frenata al punto che le scorte di Jeep presso i concessionari siano salite a 166 giorni (contro 116). Non è un buon motivo per frenare, così come hanno fatto Gm e Ford, semmai per accelerare prima che rallenti la febbre per Jeep e Ram, i due jolly in mano al gruppo ormai più americano che italiano, come piace a Donald Trump che si accinge, al rientro di Hanoi, ad entrare in azione contro le auto europee. Magari in sella a un rombante Ram.

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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