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Fiat si trova in mezzo alla transizione più complessa della storia

Con Marchionne la guida futura del gruppo avrebbe avuto termini simili a oggi ma con strategie più chiare

12 Aprile 2019 alle 19:24

Fiat si trova in mezzo alla transizione più complessa della storia

Torino, inaugurazione FCA Heritage HUB

Se il destino non avesse disposto diversamente, la data del 12 aprile 2019 avrebbe avuto un ben diverso rilievo per Fiat Chrysler ed Exor. Era il giorno stabilito per il passaggio delle consegne di Sergio Marchionne, che dopo quindici anni avrebbe dovuto cedere ad altri la guida del gruppo che aveva costruito.

   

Se le cose fossero andate com’era previsto, sarebbe stata una giornata di celebrazioni, l’occasione per un omaggio alla figura di un manager anomalo, che era entrato come un turbine al Lingotto, nel momento peggiore della Fiat. Poi, certo, si sarebbero aperte le domande sul futuro sia di Fca sia di Marchionne. C’è da credere che quest’ultimo avrebbe sviluppato nuove iniziative, perché di sicuro, se la salute lo avesse assistito non si sarebbe ritirato dalla scena economica e finanziaria. Mentre per Fca le domande, in fondo, sarebbero state le medesime cui ci troviamo dinanzi oggi: ci sono alleanze in vista? Davvero è praticabile una fusione con un altro gruppo come Psa? È possibile che il gruppo possa proseguire in autonomia?

  

Certo, fosse stato ancora in vita Marchionne probabilmente Fca sarebbe giunta in una condizione più brillante all’appuntamento dell’assemblea degli azionisti di aprile, quando invece – come ha puntualmente rilevato Mediobanca – la sua posizione finanziaria non è più buona come lo era l’anno scorso.

  

E magari l’inventiva e l’estro di Marchionne avrebbero assicurato l’arrivo alla scadenza di ieri con un tono meno pacato di quello che ha caratterizzato questi otto mesi della gestione di Mike Manley. Non che la scelta del successore potesse essere diversa nella sostanza (i nomi sul tavolo erano quelli), ma Marchionne avrebbe caricato di attese anche il momento della svolta, come aveva fatto per il lungo periodo della sua gestione. Le circostanze drammatiche entro le quali è avvenuto il cambio manageriale hanno sconvolto il percorso che era stato ipotizzato e accentuato gli interrogativi. Peraltro i quesiti sulle prospettive di Fca sono stati rinfocolati anche dai segnali che sono stati trasmessi dal nuovo vertice. Un vertice a tre, visto che alla posizione apicale di John Elkann, si affianca, oltre all’amministratore delegato Manley, anche il responsabile finanziario Richard Palmer, a sua volte investito di una forte responsabilità. E’ questo tridente che si trova a pilotare la delicata macchina di Fca nella più complessa transizione della storia dell’automobile.

  

La novità è rappresentata dal ruolo assunto da John Elkann, intenzionato a esercitare per intero le prerogative di leadership che ha avocato a sé. Lo si è capito da una serie di segnali inequivocabili, che trasparivano anche dal profilo che gli ha recentemente dedicato Rachel Sanderson sul “Financial Times”. Elkann si pone come l’artefice della continuità della dinastia degli Agnelli e del suo impegno imprenditoriale. Che, beninteso, è duplice, esercitandosi da un lato su Fca e dall’altro su Exor. Due entità avviluppate in un intreccio complesso. All’interno di Exor Elkann è sembrato fare valere le ragioni della diversificazione, con una redistribuzione dei pesi tale da ridurre l’incidenza delle attività industriali e automobilistiche. L’atto più significativo di questa tendenza è stata l’acquisizione di Partner Real Estate, un’attività finanziaria che al momento è però ancora avara di soddisfazioni, visto che l’anno scorso ha fatto registrare una perdita di 105 milioni di dollari. Nel contempo, Elkann ha sempre cura di riconfermare la sua volontà di non mollare la presa sull’auto. Non perde occasione, infatti (come è successo anche ieri), di ripetere che Fca è una realtà più che solida, che i suoi risultati sono più che buoni (come testimonia il ritorno all’erogazione del dividendo) e che perciò è preparata ad affrontare i grandi cambiamenti in corso nel sistema della mobilità.

  

Questi messaggi chiamano in causa un duplice registro: se per un verso vogliono rassicurare circa la capacità di Fca di sopravvivere come produttore indipendente, per l’altro fanno comprendere che la situazione è aperta e che potrebbe mutare laddove se ne presentasse l’opportunità. Insomma, oggi è così, ma domani gli assetti potrebbero essere molto differenti.

 

Questa variabilità è insita nella natura stessa di uno scenario economico sottoposto a un’infinità di spinte – dalla tecnologia alle minacce protezionistiche – che lo rendono imprevedibile. Sia pure: ma nel caso di Fca c’è qualcosa di più. Perché non si può non notare che la sua fisionomia non è così ben definita come presso gli altri gruppi e di conseguenza non lo sono neppure le sue potenzialità di crescita. Diversa nel suo profilo rispetto ai gruppi automobilistici maggiori, Fca lo è anche rispetto a un gruppo come Psa, indicato ripetutamente in questi mesi come il partner di una fusione possibile. Il fatto è che gli altri gruppi non sono condizionati da una disfunzionalità interna come Fca, dominato dall’asimmetria fra le attività nordamericane e tutte le altre. Il suo sembra un equilibrio conquistato di volta in volta, ma minacciato da un depauperamento progressivo delle componenti che non sono riconducibili alla matrice americana, ai marchi Jeep e Ram. La sproporzione interna è troppo pronunciata perché possa durare così com’è all’infinito.

 

Ciò spiega perché l’attenzione su Fca appaia un po’ nevrotica, regolata da sbalzi d’umore che fanno crescere la sua valutazione di Borsa non appena si accendono voci di alleanze e di fusioni. La dimensione di lungo periodo – quella attorno a cui si misurano i grandi produttori, a cominciare da Volkswagen – pare non esistere quando si parla di Fca. Essa si muove in un orizzonte temporale di breve termine, sottoposta alle oscillazioni delle aspettative nei suoi confronti, con un’identità divisa fra America ed Europa. Prima o poi il nodo finirà con lo sciogliersi, sebbene nessuno possa sbilanciarsi circa il come e il quando. Fino allora sarà giocoforza andare avanti in questo modo, col rincorrersi di una ridda di rumor destinati a essere frustrati.

 

Se il destino non avesse disposto diversamente l’assemblea di Fiat Chrysler avrebbe avuto diverso rilievo. Era il giorno per il passaggio delle consegne di Marchionne, e i risultati potevano essere migliori. Ora alla guida c’è il tridente Elkann, Manley, Palmer. E il capo di Exor sta cercando di prendere spazio.

Giuseppe Berta

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