Una foto scattata il 4 maggio 2018, nel giorno dell'assemblea generale degli azionisti di Telecom Italia a Rozzano (LaPresse)

Il rischio di creare un'Alitalia dei telefoni

Redazione

La nomina di Gubitosi, da sola, non risolve i guai in aumento di Tim

L’effervescenza con la quale la Borsa ha accolto la nomina di Luigi Gubitosi da commissario di Alitalia ad amministratore delegato di Tim – voluta da Cassa depositi e prestiti e fondo Elliott per il volere governativo di una sola rete pubblica a banda ultralarga – non significa che il mandato sia benedetto dal mercato. Che al contrario potrebbe scommettere su un controribaltone di Vivendi, maggior azionista a cui basterebbe strappare pochi alleati per ottenere una nuova assemblea, eleggere un altro cda e trattare con il governo alle sue condizioni. Da quando Luigi Di Maio ha annunciato la realizzazione (in due mesi) della società pubblica della rete, la partita si gioca tra i privati con Vivendi capofila e le aziende del Tesoro: Cdp che sta in Tim ed Enel, coazionista sempre con Cdp di Open Fiber, che dovrebbe inglobare un concorrente 50 volte più grande.

 

Però Elliott da fondo speculativo massimizza profitti, non asseconda progetti governativi. Se si sfila lascia Cdp ed Enel nei guai: dovrebbero pagare a Vivendi un conguaglio visto che la vecchia rete Tim è valutata 12-14 miliardi mentre per la propria (da realizzare) Open Fiber si è indebitata per 5; ai quali si aggiungerebbero i 25 miliardi di debito di Tim. Dall’ex incumbent arriverebbero 50 mila dipendenti, 30 mila dei quali in solidarietà, quando la logica delle fusioni comporta razionalizzazioni. Il governo vuole finanziarsi imponendo tariffe modulate sugli investimenti alle aziende che affitteranno la rete: queste le scaricheranno sui clienti, rovesciando la tendenza al calo dei prezzi introdotta dalla concorrenza.

 

C’è chi evoca anche una quotazione tipo Terna o Snam: ma in quei casi era la mano pubblica a scindere asset cedendo quote al mercato, qui si dovrebbe chiedere al mercato di finanziare un esproprio di fatto. Per questi motivi Enel (che con la telefonia di Wind s’era scottata nel ’97 assieme alle allora aziende telefoniche pubbliche tedesca e francese), è scettica sulla nazionalizzazione. La ri-statalizzazione delle tlc distoglierà Enel dal core business dell’elettricità, graverà sui consumatori e lo stato, e allungherà i tempi per una rete internet veloce. Una Alitalia al cubo.

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