Luigi Gubitosi. Foto Imagoeconomica

Un Gubitosi è per sempre

Stefano Cingolani

Fiat, Rai, Alitalia e ora la sfida più ardua: in Tim. La mano pubblica e l’incognita delle nozze con Open Fiber

Che cosa hanno in comune Luigi Gubitosi e Luigi Di Maio, oltre al nome di battesimo e alla provenienza? In apparenza nulla, tanto distanti sono l’uno dall’altro per età, esperienza, mestiere, relazioni, abitudini, modo di vestire, di vivere, di essere. In realtà anche l’origine geografica non è la stessa, perché la Campania non è Napoli. Il Mattino che fa il suo mestiere di grande giornale partenopeo, domenica scorsa ha gioito perché “il napoletano Gubitosi è stato nominato alla testa della Tim”. I soliti ignoti nordisti, quelli della vecchia Lega che non vogliono mai tramontare, hanno fatto ricorso al vecchio Renato Carosone: “Canta Napoli… Napoli telefonica”. Il sarcasmo antimeridionale è fuori luogo, primo perché il candidato alternativo, Alfredo Altavilla, è nato a Taranto, poi perché entrambi hanno risciacquato i panni nel Po, sotto i ponti di Torino e negli uffici della Fiat, ma soprattutto perché Gubitosi a parte la giovinezza e gli studi dai gesuiti (anche lui), fino alla laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II, Napoli l’ha lasciata presto, prima per Fontainebleau (la prestigiosa scuola di amministrazione) e poi per Londra (la London School of Economics). Finché nel 1986 a 25 anni entra a corso Marconi sotto le ali protettrici di Francesco Paolo Mattioli, l’uomo al quale Cesare Romiti aveva affidato la gestione dei conti. A parte il cattivo gusto padano, c’è un altro argomento forte che porta a respingere le triviali allusioni: quel che ha contribuito in modo importante al successo di Gubitosi è semmai la sua acquisita romanità. Romano era Mattioli e romanissimo è Romiti, culla del generone capitolino è il circolo Canottieri Aniene nel quale ritroviamo il nuovo capo di Tim insieme a Giovanni Malagò e Luca Montezemolo, per non parlare dei Parioli, lo straborghese quartiere dove abita. Romano e romanista Gubitosi, tanto che quando era alla guida di Wind ha sponsorizzato la Maggica di Francesco Totti. Un profilo senza dubbio eccentrico rispetto all’universo pentastellato e al mito pasoliniano delle periferie, ma anche rispetto al popolo delle partite Iva e al mito local-sovranista.

  

Le priorità: costruire le relazioni giuste, ridurre i debiti, scorporare la rete telefonica per passarla a una società a partecipazione statale 

Roma è governo, Roma è politica e proprio il governo e la politica sono gli ingredienti che stanno dietro lo scontro sul futuro delle telecomunicazioni. In Borsa, a Piazza Affari, dove la sanno lunga, si aspettano una bella battaglia. La prima mossa di Gubitosi appena arrivato nel quartier generale della compagnia in corso d’Italia è stata defenestrare il responsabile delle relazioni esterne, Alessio Vinci. Del resto, lo aveva messo alla porta anche in Alitalia. Ci saranno ruggini personali tra il manager e il giornalista che dalla Cnn era balzato in Mediaset fino a condurre “Matrix” e “Domenica Live”. Ma la dice lunga su quali sono le priorità del nuovo capo azienda: comunicare e costruire le relazioni giuste, quelle che lo hanno sempre sostenuto e hanno fatto la sua forza. Poi mettere in sesto i conti, ridurre i debiti, trasformare le perdite in utili, riportare in alto una quotazione che si è dimezzata in pochi mesi. Infine scorporare la rete telefonica per passarla a una società a partecipazione statale nella quale confluisca Open Fiber, la joint venture tra Enel e Cassa depositi e prestiti, voluta da Matteo Renzi per contrastare Vivendi. Così vorrebbe la logica industriale, come ben sa l’amministratore delegato, ma la politica è un’altra cosa.

  

Gubitosi non è uomo da feste luculliane, ma conosce più degli altri l’arte di farsi amar, avrebbe detto Gioacchino Rossini. Scacchista appassionato, è stato tra gli organizzatori delle olimpiadi del nobile gioco svoltesi a Torino nel 2006. E a questo punto dovrà mettere a frutto tutte le sue capacità. L’arrocco per difendersi dal contrattacco di Vivendi che non ci sta a farsi schiaffeggiare più volte e vuole una rivincita (magari una cospicua contropartita come vedremo). O un attacco di scoperta, se non proprio la batteria, cioè una nuova prova di forza dopo quella che lo ha portato al vertice. Molto dipende da come saprà cogliere le occasioni. Le precedenti esperienze ci rivelano molto, anche se non tutto, sulle qualità dell’uomo e del manager. Il filo conduttore è il debito. Può darsi che non conti, come sostiene la nuova ortodossia populista, ma allora perché mai era l’ossessione di Sergio Marchionne, tanto che voleva azzerare quello della Fiat? In Italia spesso la scorciatoia è stata passare il debito dei privati dentro quello dello stato, qualcosa del genere è in cantiere anche per Tim. Attenti però che, per usare una delle molte espressioni popolari dell’Avvocato, “la festa è finita”.

  

Il governo intende ripristinare il monopolio statale in uno dei pochi comparti dove la concorrenza ha fatto gli interessi degli utenti 

Alla Fiat Gubitosi è rimasto quasi vent’anni, occupando posizioni rilevanti nella gestione finanziaria, tanto che quando uscì, Marchionne lo salutò con un “ci mancherà”. Tuttavia di lui non si ricordano le impennate o i mulinelli (sempre per usare un termine scacchistico) ai quali ci ha abituato invece Super Sergio. Un uomo di conti, attento a risanare. E di debiti, nella Fiat a cavallo tra due secoli, ce n’erano davvero tanti, al punto da portarla sull’orlo del fallimento. Dunque, il manager conosce il mestiere e lo ha messo a dura prova quando è passato a Wind nel 2007. La terza compagnia telefonica italiana, nata nel 1997 da una costola dell’Enel per volontà di un manager eclatante come Franco Tatò, soprannominato Kaiser Franz, nel 2005 viene venduta all’uomo d’affari egiziano Naguib Sawiris detto “il faraone” (appellativo che i media affibbiano a chiunque sia nato all’ombra delle piramidi). Wind era stata un successo per molti aspetti, ma anche un giocattolo costoso e pieno di debiti. Gubitosi viene assunto come direttore finanziario, di fatto il numero due dopo l’amministratore delegato Paolo Dal Pino, che regge poco e gli lascia il posto. Quando se ne va nel 2011, Wind è una realtà consolidata, ma piena di debiti (circa 12 miliardi di euro su 5,5 miliardi di ricavi) che Sawiris lascia al magnate russo Mikhail Fridman.

   

Alla Rai arriva per tagliare i costi, salutato anche da Mediobanca la quale spera che faccia bene anche a Mediaset. Il suo piano triennale prevede un tre per cento in meno a regime, briciole, polemizza il Fatto quotidiano che lo tiene nel mirino: altri tempi quando contro la coppia scelta da Mario Monti (Anna Maria Tarantola e Gubitosi) si evocavano i poteri forti e persino l’Opus Dei. La scelta industriale più importante è stata la quotazione in Borsa di Rai Way, la società dei ripetitori. Tra alti e bassi, oggi vale poco più di un miliardo di euro. Quanto all’Alitalia, dove è rimasto 18 mesi, la compagnia “ha ripreso quota”, come ha scritto nella lettera di addio; in realtà, la gestione commissariale l’ha tenuta in vita, difficile sostenere che sia decollata (sempre per usare la stessa metafora). Nel primo semestre le perdite hanno raggiunto i 351 milioni di euro, la quota di mercato in Italia è al 15 per cento, dieci punti meno di Ryanair, e nel mondo l’8,5 per cento. Adesso entrano le Ferrovie dello Stato, l’unico suggerimento è di allacciare le cinture.

  

Le precedenti esperienze ci rivelano molto sulle qualità dell’uomo e del manager. Il filo conduttore è il debito 

La sfida che lo attende in Tim è ancora più ardua, perché si tratta di una delle maggiori società quotate in Borsa che da vent’anni è attraversata da continui ribaltoni nella proprietà e nella gestione, e perché ormai sempre più il suo futuro si gioca fuori dai confini, anche se il governo gialloverde non lo vuol capire. Sostiene L’Espresso che il manager “si è offerto” a Elliott per guidare l’azienda telefonica subito dopo il putsch del fondo attivista. Stefano Livadiotti sul numero del 29 maggio ha scritto un ritratto al vetriolo: “Casa (su due piani) ai Parioli, una vezzosa Panda blu, sposato con la nobildonna Maria Ludovica Tosti di Valminuta, Luigi non è tipo da panchina. In Fiat è rimasto un ventennio prima di essere giubilato. E’ quindi passato in Wind. Infine, voluto da Mario Monti è sbarcato come dg in Rai, dove furbo s’è concesso un bagno di popolarità a suon di blitz anti-assenteismo (e ha pure ricevuto in pompa magna Beppe Grillo). Poi, di colpo, il filotto s’è inceppato. Porte chiuse a Cdp, Poste e Fs: tutta colpa di Matteo Renzi, che non lo può soffrire e non l’ha mai neanche voluto ricevere. Così, ha ripiegato su Alitalia, dove subito s’è ingegnato a cambiare gonna alle hostess. E a inventare un volo sulle Maldive”. L’Espresso non gli è mai stato amico. Ai tempi della Rai, pubblicò un altro articolo cattivissimo intitolato: “Sotto il segno di Gubitosi, la Rai assume solo dirigenti amici”. E giù un elenco micidiale tra ex dirigenti Fiat come Camillo Rossotto ed ex Wind come Alberto Pellegrino, nominato capo dello staff, o Alessandro Piccardi, compagno di Beatrice Lorenzin ministra della Salute in quota Nuovo centrodestra. Alle relazioni esterne Costanza Esclapon, che da Banca Intesa a Enel, da Wind ad Alitalia ha attraversato l’intera tela relazionale che ha sostenuto Gubitosi. Contro di lui allora tirava palle avvelenate Renato Brunetta perché uomo scelto da Mario Monti e sparava cannonate Roberto Fico. E cosa dirà il presidente della Camera adesso che Gubitosi ha promesso di accontentare Di Maio?

   

Secondo il capo politico del M5s, improvvisatosi anche stratega telefonico, la nuova società della rete nella quale dovrebbe confluire la fibra in rame di Tim e la fibra ottica di Open Fiber, nascerà in due mesi. La Cassa depositi e prestiti, oggi azionista sia di Tim con il 4 per cento sia di Open fiber al 50 per cento diventerebbe il socio di riferimento, insomma avrebbe le leve di comando. Non sono certo nozze alla pari. Tim fattura 20 miliardi di euro, Open Fiber ha raccolto 6,5 miliardi da investire in nove anni (meno del margine operativo lordo di Tim in un anno) e l’anno scorso ha fatturato 87 milioni: gli incassi non ci sono ancora, ma siamo ai primi passi. La rete Tim vale tra 12 e 13 miliardi di euro, quella di Open Fiber è stimata in circa 3 miliardi: se il governo vuole il comando deve pagare un fracco di miliardi e assorbire una quota dei 30 miliardi di indebitamento finanziario. Tim occupa 50 mila persone in Italia, Open Fiber meno di mille, per la nuova società si parla di 16 mila addetti. Su chi verranno scaricati i costi, quanti saranno pagati con le tasse o aumentando il debito pubblico? Il ministro per lo Sviluppo non lo dice, probabilmente non lo sa, non perché ignori l’ economia, ma perché oggi come oggi è davvero difficile prevederlo. Il sospetto è che, alla fine della fiera, Pantalone salverà gli azionisti Tim, a cominciare da Elliott che ha comprato le azioni a un euro e sta perdendo metà dell’investimento a Vivendi che di euro ne ha bruciati ancora di più; e libererà l’Enel da un investimento che non fa parte del suo core business, anche se l’amministratore delegato Starace dice che non si ritirerà mai, quindi potrebbe restare nella nuova compagine come socio di minoranza. L’incertezza non piace al mercato, la Borsa ha salutato Gubitosi con un rialzo, poi è tornata a scendere attorno ai 52 centesimi.

  

Vivendi, messa con le spalle al muro, potrebbe cercare la rivincita ribaltando gli equilibri in assemblea. In fondo quando Elliott ha ottenuto l’appoggio degli investitori istituzionali e dei piccoli azionisti non ha detto che avrebbe smembrato la società. Obiettivo possibile, ma molto difficile. Il gruppo francese può inserirsi nello spezzatino telefonico, prendendo Tim Brasil e mollando il resto. In tal caso, Bolloré sarebbe in grado di ridurre le perdite della campagna italiana e puntare su altro: Mediobanca, nella quale è comunque il secondo azionista testa a testa con Unicredit e Mediaset. Con Silvio Berlusconi si parlano solo attraverso gli avvocati, ma gli affari sono affari e l’ex Cavaliere deve trovare un futuro alla sua creatura e Vivendi resta il partito migliore. Una fusione con Tim, della quale si parla da tempo, sarebbe una soluzione parrocchiale e l’infotainment è globale o non è.

  

Tim occupa 50 mila persone, Open Fiber meno di mille, per la newco si parla di 16 mila addetti. Su chi verranno scaricati i costi?

Che cosa faranno gli altri operatori, a cominciare da Wind con Infostrada? La società della rete è davvero un buon affare? E per chi? Sui giornali e in tv si sta facendo passare l’idea che una sola rete in mano allo stato porta la banda ultra larga in fibra ottica ovunque, anche nel paesino più sperduto. In realtà le cose sono molto più complicate. Per farlo bisogna rottamare l’intera struttura in rame acquistata a caro prezzo, dunque, uno spreco notevole. Già oggi in gran parte del paese e non solo nelle grandi città la fibra arriva fino ai cabinet, gli armadietti agli angoli delle strade. Il problema è l’ultimo miglio cioè il collegamento che arriva fin dentro casa. Con la nuova società non verrebbe risolto e anche la promessa di Enel di accoppiare Internet con il passaggio ai contatori digitali non si è realizzata. C’è poi il problema di chi paga e quanto costa, tutto da vedere. Il passaggio al 5G potrebbe offrire nuove opportunità tecnologiche per esempio montando una macchinetta sulle centraline, come ha scritto il Foglio 48 ore. Anche questo ha un costo, sia chiaro, ma potrebbe saltare l’ultimo miglio da coprire con la nuova frequenza, rivalutando la stessa rete in fibra. Gli ingegneri si stanno ingegnando, vedremo che cosa ne uscirà. Intanto, però, il governo intende ripristinare il monopolio statale in uno dei pochi comparti industriali dove la concorrenza ha fatto gli interessi degli utenti abbassando i prezzi e offrendo la possibilità di scegliere l’operatore e l’offerta più conveniente.

   

Chi ce l’ha con la mano invisibile del mercato non ricorda più che cos’era, che cos’è e cosa sarà la mano oscura dello stato, a cominciare da quello telefonico. Oggi è tutto un rimpiangere gli anni in cui la Stet versava fior di profitti al Tesoro, grazie alle tariffe che la Sip imponeva agli utenti i quali dovevano attendere mesi prima di avere una linea telefonica, e non parliamo poi delle riparazioni e della manutenzione in generale. Certo, non sarà così con la rete di stato, ma attenzione, l’idea di fondo è che la nuova società della rete per fare utili ricorrerà al sistema detto Rab che sta per Regulatory asset base, in altre parole, le tariffe dovranno remunerare gli investimenti e l’occupazione, insomma dovranno crescere, magari con una scala mobile simile a quella usata per le autostrade. Gli operatori che si collegheranno avranno costi più elevati e li scaricheranno sugli utenti. Così vanno le cose nel caro vecchio mondo del capitalismo di stato.

Di più su questi argomenti: