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Il gioco di Elliott

Senza il controllo su Tim Bolloré può alleviare le pene di Mediaset 

27 Ottobre 2018 alle 06:14

Il gioco di Elliott

Foto LaPresse

Con ritardo l’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni ha reso nota la delibera del 12 luglio che stabilisce che Vivendi non è più “in una situazione di controllo o di influenza dominante di Telecom Italia”, dopo che il fondo Elliott e la Cassa depositi e prestiti (rispettivamente con l’8,85 e il 4,26 per cento) hanno, nell’assemblea del 4 maggio, conquistato la maggioranza del cda radunando il 47,18 per cento dei soci. L’azienda francese controllata da Vincent Bolloré resta il maggior singolo azionista, con il 23,9 per cento, ma senza poteri decisionali su Tim. L’ex incumbent è quindi una public company con presenza del Tesoro attraverso la Cdp, il che per l’Agcom rende inutile il rinnovo del golden power, il potere d’interdizione per gli asset strategici sollecitato sia dal governo gialloverde sia da quello precedente a guida Pd. E’ una sconfitta per le tentazioni di addebitare ai francesi i problemi di Tim, che negli ultimi sei mesi ha visto dimezzare la capitalizzazione, mentre le incertezze del management, dove è rimasto al suo posto l’ad Amos Genish, impediscono decisioni strategiche a partire da quelle sulla rete.

    

Dall’agosto 2017 Vivendi afferma di non esercitare il controllo di fatto di Tim, mentre la retorica governativa deviava l’attenzione sulle mire egemoniche d’oltralpe. Vivendi recupera libertà d’azione su altri fronti. Dopo la baruffa giudiziaria con Fininvest sul mancato acquisto di Premium (finita a Sky), Bolloré e la famiglia Berlusconi potrebbero trovare un accordo per il passaggio ai francesi delle reti generaliste del Biscione; cosa prima impossibile con il controllo contemporaneo di Vivendi su Tim. Restando un mero investitore nella telefonia per concentrarsi sui media, Vivendi opererebbe su un terreno più congeniale. Così Elliott appare in una luce nuova rispetto a quella di cavaliere bianco per difendere l’italianità di Tim. Paul Singer, proprietario del fondo americano, ha già rilevato dalla Fininvest il Milan, dopo aver fatto da prestatore al cinese Yoghong Li. Ora potrebbe essere l’attore per chiudere una telenovela che grava sui conti berlusconiani. Per un repubblicano liberal, già antitrumpiano poi finanziatore di Trump, la conferma di una notevole lungimiranza.

Redazione

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