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A Cassa sciolta

La Cdp rifiuta il sovranismo, complice un governo più debole del previsto

6 Dicembre 2018 alle 06:00

A Cassa sciolta

Da sinistra Massimo Tononi, presidente, e Fabrizio Palermo, amministratore delegato della Cdp (foto Imagoeconomica)

La Cassa depositi e prestiti è stato l’oggetto dei desideri più sporchi dei governi che si sono succeduti nell’ultimo lustro, almeno. Il governo Lega-M5s era il più temibile in questo senso ma si rivela invece il più debole nello strattonare la banca di investimento partecipata dal Tesoro e dalle Fondazioni bancarie.

 

Ieri alla presentazione del piano triennale della Cdp al 2021 c’erano tutti gli accorgimenti mediatici tali da fare pensare a un piegamento alla volontà sovranista, dal luogo – la vecchia sede dell’Iri in Via Veneto a Roma – allo slogan – “L’Italia per l’Italia”. Tuttavia l’ingresso in Alitalia e il progetto di fusione di Alitalia con Ferrovie dello stato per una compagnia di bandiera non interessa al presidente, Massimo Tononi, e all’amministratore delegato, Fabrizio Palermo. “Non è ipotizzabile un investimento” in Alitalia, “non possiamo sprecare soldi in investimenti azzardati, in perdita, sbagliati”, ha detto Tononi. Nemmeno della vendita del patrimonio immobiliare, spacciata per privatizzazioni per compiacere Bruxelles, non c’è traccia, ha confermato Tononi.

 

C’è un altro fattore che rende il management della Cdp più sciolto dai desiderata o dalle boutade dell’esecutivo, e sta nella minore potenza del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, rispetto ai predecessori. Dopo avere detto martedì di “sperare” che l’Italia non entri in recessione, ieri il ministro ha confidato che il piano di Cdp – mobiliterà 110 miliardi di euro in tre anni per infrastrutture e imprese – aiuti il paese “a uscire dalla trappola della bassa crescita”. Se possibile è un mandato ben più ambizioso rispetto a quello di rastrellare quote azionarie, ma almeno è pertinente alla missione di un investitore di lungo termine. Tria s’affida alla Cdp, non la piega. I precedenti governi Renzi e Gentiloni, con i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda, avevano invece concordato con i precedenti vertici il lancio di un’offerta per l’acciaieria Ilva e un’operazione da raider con l’acquisto, in chiave anti francese, di una quota del 5 per cento in Tim, di cui l’attuale management non sa che farsene. La ragionevole leggerezza di Tria e l’incapacità sovranista di imporre scelte sbagliate rendono la Cdp più autonoma. Speriamo di avere ragione.

Redazione

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