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Il governo aveva promesso di ridurre le tasse, invece le aumenta

Salvini e Di Maio hanno tartassato i lavoratori dipendenti, gli autonomi, le imprese e le banche. Ora a chi tocca?

15 Novembre 2018 alle 10:22

Il governo aveva promesso di ridurre le tasse, invece le aumenta

Foto LaPresse

Roma. Ministro Salvini, lei dice che ridurrà le tasse, ma la pressione fiscale, oggi pari al 41,8 per cento del reddito, una delle più elevate al mondo, crescerà dello 0,2 per cento nei prossimi tre anni, come è scritto nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Allora, come mai il governo ha rinviato la flat tax? “Non possiamo fare tutto subito, la legislatura dura cinque anni, così abbiamo cominciato dai piccoli che sono i più colpiti dalla crisi”. Ma secondo l’Istat … “Se lei vuol fare le domande e darsi le risposte da solo, allora lasciamo perdere”. Il mio approccio con Matteo Salvini ieri mattina a “Radio anch’io” è partito proprio male e il ministro dell’Interno stava per prendere cappello. Il conduttore Giorgio Zanchini, padrone di casa perfetto, ha fatto sì che il ministro dell’Interno finisse la sua prolusione. Poi gentilmente mi ha dato di nuovo la parola, nella seconda parte del programma. Non volevo rispondere a me stesso, ma aggiungere una domanda precisa: come mai l’Istat dice che proprio per i piccoli, il conto del dare e dell’avere va a scapito dei contribuenti? Chissà se il ministro risponderà mai. Risponderanno i fatti. Sotto il gran polverone alzato contro l’Unione europea e per la difesa della nostra sovranità (“ci provasse a imporre sanzioni”, minaccia Salvini), un tormentone che ci accompagnerà fino alla elezioni europee del maggio 2019, una lagna lunga sei mesi, c’è una manovra che non aumenta gli investimenti come dovrebbe e non taglia le imposte come ha promesso.

 

Per gli investimenti ci sono 3,5 miliardi di euro su 24 miliardi di spesa stanziata. Salvini ha detto ieri mattina che non mancano i soldi, ma i progetti. Per la verità, anche quelli che ci sono non partono, bloccati dal M5s e il capo (pardon, il Capitano) della Lega se ne rende conto benissimo. Ma la polemica ha le gambe corte, la realtà, invece, ha il fiato lungo. E la realtà ci mostra già una serie di effetti boomerang, a cominciare proprio dal cavallo di battaglia salviniano, le pensioni. Secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, chi optasse per quota 100 “subirebbe una riduzione della pensione lorda rispetto a quella corrispondente alla prima uscita utile con il regime attuale, di circa il 5 per cento in caso di anticipo solo di un anno o di oltre il 30 per cento se l'anticipo supera i 4 anni”. La platea potenziale sarebbe di 437mila contribuenti attivi, se uscissero tutti, la spesa lorda aumenterebbe di 13 miliardi di euro. Il ministro ha negato che ci saranno penalizzazioni e ha stimato che verranno assunti almeno 300 mila giovani, smentendo anche gli imprenditori, cioè coloro i quali debbono offrire i posti di lavoro. Non resta che attendere qualche mese per vedere chi ha ragione. Intanto, una clamorosa sconfessione viene dalle imposte. Il popolo ha votato per ridurle, gli amici e i commissari del popolo le faranno aumentare. Nei primi nove mesi di quest’anno, i lavoratori dipendenti, privati e pubblici, hanno pagato il 3,9 per cento in più, i lavoratori autonomi l’1,7. E questi sono versamenti già avvenuti, non stime statistiche. L’Iva, destinata a crescere per via delle clausole di salvaguardia, viene sterilizzata soltanto per il 2019, assorbendo 12,4 miliardi di euro, poi bisognerà trovare altre risorse. La manovra del governo penalizza persino le piccole imprese che in teoria voleva aiutare. La cosiddetta flat tax sui redditi fino a 65 mila euro vale 600 milioni nel 2019 e 1,3 miliardi di euro a regime, lo sconto Ires 2 miliardi. In compenso viene bloccata l’Imposta sul reddito dell’imprenditore (2 miliardi), nonché all’aiuto alla crescita delle imprese (altri 3,3 miliardi). L’Istat conferma e certifica: “Nel complesso i provvedimenti sulla tassazione delle imprese generano una riduzione del debito di imposta Ires per il 7 per cento delle imprese, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento. L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1 per cento: l’introduzione della mini-Ires (meno 1,7 per cento) non compensa gli effetti dell'abrogazione dell’Ace (più 2,3) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (più 1,5). Il peso maggiore ricade sulle imprese fino a 10 dipendenti”.

 

Sulle banche è stata decisa una stangata da 3,3 miliardi e 900 milioni sulle assicurazioni. Quasi sicuramente finirà sui conti della clientela. I bilanci delle aziende creditizie, del resto, mostrano gli effetti del caro spread mentre il valore dei loro titoli in borsa è sceso in media del 35 per cento. Aggiungiamo gli aumenti sui tabacchi, e togliamo dai benefici i bonus bebé. Consideriamo poi i costi del decreto dignità per i contribuenti (3,5 miliardi), per le imprese in termini di rigidità, minore efficienza, per i lavoratori perché genera disoccupati (almeno 8 mila è scritto nella relazione tecnica).

 

Il fisco giallo-verde non è affatto amico e anche il condono lo dimostra. Chi ha avuto un accertamento entro il 24 ottobre e ha deciso di ricorrere alla sanatoria ieri ha superato la prima tappa, la seconda scadenza è il 23 novembre, prendere o lasciare, ma la Lega propone di allungare fino al 20 dicembre, mentre il M5s propone di estendere il provvedimento anche agli atti notificati dopo il 24 ottobre, fino alla conversione del decreto. Intanto emergono una serie di adempimenti pratici che possono ostacolare l’intero percorso. La relazione tecnica annessa al provvedimento scrive che gli introiti saranno 3 miliardi circa non i 10 annunciati. Nel testo del decreto il governo glissa proprio sul reddito previsto.

 

C’è una logica in questo groviglio di contraddizioni? Si possono cercare molte risposte, per esempio la competizione tra Salvini e Di Maio vittime della propria propaganda, l’euroscetticismo che egemonizza il governo, la scommessa su una Europa sovranista, e via di questo passo. Poi c’è un limite di fondo: ridurre le imposte sul reddito conduce inevitabilmente a tagliare le spese e ridimensionare la presenza pubblica nell’economia, tasse leggere in uno stato leggero; invece, sia i grillini sia i leghisti hanno scelto lo stato pesante che interviene a tutto campo dalle banche alle autostrade, dalle linee aeree ai telefoni perché con il ribaltone al vertice di Tim si apre un percorso che porta all’intervento pubblico. E sono tutti costi per i contribuenti. Il governo delle tasse chiude così il suo cerchio perverso.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    15 Novembre 2018 - 18:06

    Testuale "Nei primi nove mesi di quest’anno, i lavoratori dipendenti, privati e pubblici, hanno pagato il 3,9 per cento in più": ma dove, ma quando? In busta paga non risulta, il 730 è quello di Gentiloni, le tasse locali dove vivo sono quelle decise ad inizio anno. Ma poi anche se fosse vero, come si fa a dare al Cap. la colpa di ipotetici aumenti di tasse che ci sarebbero stati nei primi 9 mesi dell'anno, quando il governo è in carica dall'inizio di giugno? Già è difficile capire la foga con cui vi battete contro il Cap. (la critica ci sta sempre, il pregiudizio no), ma almeno bisognerebbe evitare sfondoni come questo

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