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La rivolta agli sportelli non è uno show

L'incredibile impresa di invertire il risanamento delle banche e il risentimento popolare

24 Ottobre 2018 alle 14:26

La rivolta agli sportelli non è uno show

(Foto LaPresse)

Il vicepremier Luigi Di Maio lunedì ha fatto sapere che il governo sta tenendo sotto osservazione le banche italiane, in particolare il Monte dei Paschi di Siena controllata dallo stato che vede le sue quotazioni di Borsa ai minimi storici. È tuttavia difficile dire se quella del ministro del M5s sia una dichiarazione positiva o negativa per le banche e per i loro clienti. Se l’attenzione che il governo Lega-M5s dimostra per il settore del bancario-assicurativo è quella di aumentare i prelievi per 4 miliardi di euro, come ipotizzato nella manovra finanziaria 2019, censurata dalla Commissione europea, sarebbe preferibile che Di Maio evitasse di preoccuparsi dei destini di credito.

 

Sarebbe invece più appropriato per il governo colmare il deficit di attenzione verso le banche per il semplice motivo che con l’aumento del rischio paese, indicato dallo spread tra titoli decennali italiani e tedeschi a quota 330 punti, gli istituti, in particolare quelli di medie dimensioni, rischiano di andare in sofferenza e di scaricare sulla clientela i maggiori oneri per finanziarsi (a tassi più alti) generando così una stretta creditizia. In altri termini, nella migliore delle ipotesi, si sta invertendo una tendenza positiva per cui le banche italiane sono in forma migliore rispetto al 2011 quando lo spread era a 500 punti. Secondo uno studio di Bain&C i dieci principali istituti italiani nel 2017 hanno fatto profitti per 12,4 miliardi di euro capovolgendo il risultato dell’anno precedente, un “rosso” di 14,7 miliardi. E’ quindi un sollievo che Di Maio abbia infine riconosciuto che il credito è un canale di trasmissione fondamentale per l’economia, ma poteva farlo prima. Infatti, a oggi, le cose non potrebbero andare peggio.

 

Le banche continuano a perdere valore in Borsa e gli investitori sono guardinghi. Dall’insediamento del governo Lega-M5s il settore finanziario, che conta per il 30 per cento della capitalizzazione di Piazza Affari, ha perso circa 37 miliardi di euro. Il 2 novembre la Banca centrale europea pubblicherà i risultati dello stress test (esclusa Mps il cui piano di ristrutturazione è sottoposto al monitoraggio della Commissione europea) e la Vigilanza di Francoforte starebbe valutando la liquidità delle banche italiane, soprattutto i depositi, ha rivelato l’agenzia Reuters. La Bce ha erogato 240 miliardi al sistema bancario e non dovrebbe esserci una crisi di liquidità da motivare l’attivazione di un canale emergenziale in stile greco. Solo a novembre, con la pubblicazione delle relazioni di bilancio trimestrali, si capirà qual è stato l’impatto della attività di governo, in carica da giugno. L’incertezza politica arresta però il recupero del settore e – in prospettiva – peggiora la situazione con il rischio di comportare una ricaduta in recessione. I crescenti rendimenti obbligazionari dei titoli di stato stanno erodendo i cuscinetti delle banche, cariche di buoni del Tesoro, contro potenziali perdite. Di questo passo sarà più complicato per le banche continuare a vendere portafogli di crediti in sofferenza perché i compratori avranno agio ad abbassare il prezzo di offerta e rilevarli a sconto. Inoltre, le misure introdotte dal precedente governo per facilitare le vendite di prestiti in sofferenza dovrebbero scadere a marzo.

 

Ma se, da un lato, si riduce il capitale utile a fare fronte a perdite future per effetto dello spread e, dall’altro, è difficile vendere crediti in sofferenza a prezzi superiori al valore messo a bilancio, le banche si troveranno in una situazione di stallo, retrocendendo dal processo virtuoso di dismissione di crediti marci che stava andando bene. Non solo. Secondo la banca svizzera Credit Suisse, gli istituti non sarebbero capaci di sopportare uno spread superiore a 400 punti base. Alcuni istituti dovrebbero, in tal caso, ricorrere ad aumenti di capitale che in questo contesto sono come criptonite per gli azionisti, ovvero qualcosa di impalatabile. Parlare di fusioni tra istituti con necessità – e difficoltà – a raccogliere capitale sul mercato sarebbe poi un controsenso: per questo motivo le aggregazioni tra banche italiane possono essere messe in stand-by; la moral suasion dei regolatori a fondersi per aumentare la stazza rimarrebbe inascoltata. Sarà anche difficile per le banche riuscire a emettere con successo obbligazioni per finanziarsi a tassi non eccessivamente onerosi in modo da rimpinguare il capitale di vigilanza. E lo dimostra il caso della genovese Carige che sta studiando una emissione obbligazionaria subordinata da 230 milioni di euro, mentre gli analisti si chiedono se l’emissione riuscirà ad andare in porto oppure se – caso estremo – la banca dovrà infliggere perdite ad azionisti e obbligazionisti con la procedura di bail-in.

 

Sarebbe un caso estremo, appunto, ma metterebbe in difficoltà in particolare il M5s nella coalizione di governo. Un po’ perché il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, economista e già direttore in Banca d’Italia, è un puntuto critico del bail-in. E un po’ perché è la banca “di casa” del comico genovese Beppe Grillo che, anche lui nemico del bail-in, ha fatto della difesa dei risparmiatori traditi – anche se poi erano investitori incauti – una bandiera, e il suo partito si troverebbe a tradirli davvero. Non stupirebbe se poi spuntasse l’ipotesi di unire Mps e Carige sotto controllo pubblico. Altrettanto non stupirebbe l’alt della Commissione europea che vigila sulla ristrutturazione di Mps.

 

Non è un segreto tra imprenditori e banchieri che siano cominciate le richieste di rientro dai prestiti da parte delle banche alle imprese: è un passo prodromico alla riduzione dell’erogazione di credito, come avvenne da metà del 2011 con l’aumento dello spread ancor prima dell’insediamento del governo Monti. Se imprese e famiglie dovessero avere difficoltà con la loro banca, forse il M5s riuscirebbe nell’incredibile impresa di cambiare la percezione degli italiani: in seguito alla crisi finanziaria le banche avevano una reputazione peggiore dei partiti politici agli occhi degli italiani, con una spirale recessiva la partita potrebbe finire a parti invertite. E’ uno spettacolo che nemmeno Grillo & Co. avrebbero piacere di vedere.

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