Fate prestito! Così le banche mettono il sovranismo in mutande

Claudio Cerasa

Mutui e rating. Perché l’incompatibilità dei populisti con le banche dimostra che lo spread più pericoloso è con la realtà

Nel 1837, lo scrittore danese Hans Christian Andersen pubblicò una magnifica favola per bambini che ci può aiutare a descrivere la politica italiana di oggi meglio di un qualsiasi retroscena politico. La fiaba è intitolata “I vestiti nuovi dell’imperatore” e parla di un sovrano molto vanitoso che un giorno incontra due imbroglioni che fanno credere a un’intera città di essere tessitori speciali, dotati di un tessuto innovativo capace di risultare invisibile agli occhi degli stolti. I due imbroglioni riescono a convincere l’imperatore a farsi preparare un abito su misura ma una volta completato il lavoro né l’imperatore né i suoi cortigiani possono ammettere di non vedere nulla, per non essere accusati di essere degli stolti.

 

L’imperatore decide così di sfilare con orgoglio senza vestiti lungo le strade della sua città, i cittadini applaudono convinti l’eleganza del sovrano ma a un certo punto la truffa viene svelata da un bambino che avvicinandosi al sovrano usa quattro parole che ci aiutano a capire perfettamente la fase storica vissuta oggi dall’Italia: il re è nudo!

 

Per provare a comprendere in che senso la fiaba di Andersen ci può aiutare a capire la delicata fase politica ed economica vissuta oggi dall’Italia è sufficiente sostituire la parola “sovrano” con la parola “sovranismo”, è sufficiente sostituire i due simpatici tessitori con i due brillanti vicepremier ed è sufficiente usare al posto del bambino una parola destinata a diventare il più pericoloso nemico dei truffatori della politica: le banche.

 

Fino a quando a segnalare la pericolosità della traiettoria sovranista sono nemici impersonali come la Bce, l’Fmi, S&P, l’Inps, lo spread, i Bund, l’Ue, l’Ftse Mib, i populisti hanno un buon margine di manovra per dimostrare che il re nudo in realtà non è nudo: chi ha dato a questi signori i voti per giudicare chi è stato eletto dal popolo? Quando però a segnalare la pericolosità della traiettoria sovranista diventano le banche, i populisti hanno meno margini di manovra per dimostrare che le coperture invisibili non sono invisibili ma semplicemente sono inesistenti, e quel momento potrebbe arrivare presto.

 

La storia la conoscete. L’aumento dello spread ha fatto perdere valore ai titoli di stato in portafoglio delle banche, che ad agosto equivalevano a circa 370 miliardi di euro. La perdita di valore dei titoli di stato ha determinato perdite finanziarie per gli istituti di credito e ogni perdita finanziaria porta a un’erosione del capitale di una banca. La flessione dei capitali delle banche dal marzo 2018 a oggi è stata di circa 40 miliardi di euro. Il calo totale è stato del 36 per cento che è superiore di 10 punti percentuali a quello subito dall’Eurostoxx 50, l’indice dei maggiori titoli bancari europei. La contrazione del capitale non costringe solo le banche a rivedere le proprie politiche creditizie ma genera alcuni effetti pericolosi con cui i populismi presto potrebbero fare i conti. Il primo effetto è legato all’erogazione del credito: se la curva dei tassi di interesse sale verso l’alto ne risentono inevitabilmente tutti i tassi di mercato compresi quelli con cui le banche raccolgono fondi e finanziano clienti e di conseguenza il costo di un prestito che una banca farà pagare alle imprese e alle famiglie rischia di aumentare in modo simmetrico. Il secondo effetto è legato alla capitalizzazione di una banca: più i titoli di stato che hanno in pancia le banche varranno meno di quelli di nuova emissione – che hanno un rendimento più alto – e più aumenteranno le possibilità che le banche siano costrette a essere ricapitalizzate.

 

Il terzo effetto è legato a un problema che le banche hanno sempre aiutato a risolvere: quando in un’asta convocata dal Tesoro c’è il rischio che qualche titolo di stato non sia piazzato, capita che ci sia una banca pronta ad acquistare titoli di stato. Ma se i titoli di stato diventano il problema delle banche, la possibilità che un’asta del Tesoro vada deserta invece che diminuire aumenta e un’asta del Tesoro deserta significa default. Il quarto effetto è legato infine a un problema che ha una peculiarità più di carattere politico che economico. In campagna elettorale i due tessitori del populismo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, hanno costruito buona parte del proprio consenso demonizzando ogni tentativo fatto dai precedenti governi di salvare le banche e trasformando gli istituti bancari in nemici giurati del popolo. E proprio a causa di questa trappola retorica i due gemelli diversi del populismo potrebbero non fare in tempo tutto ciò che invece sarebbe doveroso fare per salvare al momento giusto le banche italiane in caso di necessità.

 

E’ possibile che il giudizio sul rating italiano da parte di Standard & Poor’s venga accolto dai due vicepremier tessitori con lo stesso sorriso con cui è stato accolto il declassamento di Moody’s: ce lo aspettavamo e a ogni modo l’Italia ha un risparmio solido. Ma quando un governo – a causa delle sue promesse e delle sue scelte con le quali sta distruggendo sia qualcosa che si può riparare con il denaro, ovvero le banche, sia qualcosa che con il denaro non si può riparare, ovvero la fiducia in un paese – diventa un pericolo per i mutui, per i prestiti, per il credito, per gli azionisti, per i risparmiatori, oltre che per le aste dei titoli di stato, quel governo non sta più giocando solo con nemici impersonali come la Bce, l’Fmi, S&P, l’Inps, lo spread, il Bund, l’Ue, l’Ftse Mib. Quel governo sta giocando direttamente con la realtà. E al Luigi Di Maio e al Matteo Salvini che sgridano Mario Draghi perché “avvelena il clima” con il suo appello a non sottovalutare l’impatto che ha sulle banche l’innalzamento dello spread andrebbe spiegato che un re nudo non smette di esserlo solo perché ha vinto le elezioni. Più tardi lo capiranno Salvini e Di Maio e maggiori saranno le possibilità che i due vicepremier siano costretti a rivolgersi alle banche urlando non il tradizionale “fate presto” ma un più drammatico “fate prestito”. Tic tac.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.