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La agenzie di rating hanno un problema con l'ottimismo

Luciano Capone

Sicuri che S&P, Fitch e Moody’s siano severe? La storia ci dice che sbagliano perché di manica larga

Roma. L’innesco di questa crisi porterà di nuovo come frutto avvelenato la delegittimazione delle agenzie di rating: il downgrade come strumento dell’imperialismo finanziario anglosassone e della speculazione internazionale contro l’Italia sovrana. E’ un film già visto con la crisi del 2011, iniziato sulle pagine dei giornali, proseguito con le inchieste giudiziarie che hanno fatto ridere tutto il mondo e conclusesi con archiviazioni e assoluzioni nonostante le sovranissime cravatte tricolore sfoggiate dagli accusatori.

 

Le reazioni saranno prevedibilmente sempre le stesse: Di Maio urlerà al “complotto”, come aveva già fatto chiedendo l’impeachment del presidente Mattarella che aveva messo il veto su Savona all’Economia “perché non andava bene alle agenzie di rating”; Salvini ripeterà il suo “me ne frego” perché tanto lui lo spread “se lo mangia a colazione”; tutto il codazzo ripeterà che le agenzie di rating sbagliano come quando hanno dato la “A” a Lehman Brothers. Questo punto, quello degli errori, è il più interessante e merita di essere affrontato. Innanzitutto distinguendo tra il rating dato ai privati e quello ai “sovereign”. Nel primo caso c’è un problema di conflitto di interessi (l’agenzia che emette il giudizio è pagata dalla società che viene valutata) che è del tutto assente, o irrilevante, per quanto riguarda il rating dato agli stati. Inoltre nella realtà accade l’opposto dell’accusa che viene mossa: storicamente gli errori più grandi delle agenzie di rating riguardano una sopravvalutazione del merito di credito, danno cioè un voto più alto del dovuto. Sono troppo generose. Accade con i privati anche per il conflitto di interesse di cui sopra, ma anche sui sovereign probabilmente per pressioni politiche ed eccesso di prudenza. In un articolo del 2011, il Wall Street Journal ricordava che Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch non vedono arrivare i default: dal 1975 su 15 fallimenti sovrani, in 12 casi (Russia, Argentina, Ecuador) le agenzie davano un rating “B” o superiore un anno prima del fallimento, indicando una probabilità di default del 2 per cento.

 

Il problema è sta nella difficoltà a misureare bene il rischio politico, una variabile qualitativa indipendente dai fondamentali economici ma altrettanto rilevante per valutare il merito di credito di un paese. A riguardo è istruttiva la recente credit opinion di Moody’s che ha portato l’Italia a uno scalino dal “non investment grade” (spazzatura). Tra le ragioni del downgrade l’agenzia ha indicato l’aumento del “rischio politico” di uscita dall’euro; mentre tra i punti di forza la “gestione professionale dell’alto debito pubblico”. In pratica se l’Italia ha mantenuto un outlook stabile è anche merito dei “pezzi di merda del Mef” (Casalino dixit) che il M5s vuole eliminare. Se le agenzie di rating sono state troppo severe o troppo generose con l’Italia è presto per dirlo.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali